18/03/2021
BYT - cortometraggio di Jan Švankmajer (1968)
Il termine "Byt" in ceco ha un'accezione duplice: non accentato, significa "Appartamento"; accentato significa "Essere" (být). Sottotraccia, Švankmajer delinea un'ontologia. Ne deriva un'interpretazione ambivalente. Per un verso, l'Essere come "luogo" o come ciò che "ha luogo" (evento) - l'essere che si abita (appartamento, The Flat). Per un altro verso, esaminando direttamente la vicenda del corto, l'Essere come intralcio, intoppo, imprevisto: nella cella-abitazione del film, ogni cosa è traviata dalla sua funzione, si oppone alla propria forma, si perverte, nell'intento di guastare i piani del protagonista. Insomma, l'Essere come "disagio" o peripezia. Il pretesto della situazione contingente, dell'intralcio momentaneo, è certamente metafora di una condizione ontologica più profonda, radicale: la sensazione impercettibile che, in tutto questo, "ci sia qualcosa che non torna", quasi fosse l'intralcio a determinare l'essenza della cosa e non la sua regolarità. In fondo, è lì che ci accorgiamo dell'esistenza di un utensile, quando esso smette di funzionare e fa problema, ci si mette di traverso; d'altronde, lo stesso vale per i corpi: solo quando ci ammaliamo percepiamo davvero il nostro corpo, la salute ne ottunde la percezione, lo muta in rumore bianco. Questo è il mistero, l'ignoto in cui ci troviamo immersi. Talvolta, esso assume le sembianze del disagio, un disagio che vaga sospeso fra gli intermezzi del nostro pensiero e che va a caccia di pretesti provvisori, mediante cui liberarsi.
In tal modo, il genio di Švankmajer ci rivela a noi stessi, mettendo in scena il nostro disagio che s'incarna spesso nel fastidio, l'irritazione che ci assale quando udiamo il suono di un clacson o ci bagniamo i polsini del maglione sciacquandoci le mani, quando il cucchiaio ci scivola sul pavimento o la serranda s'impiglia, illuminando la stanza o lasciandola al buio.
A nondescript man is trapped in a sinister flat, where nothing seems to obey the laws of nature.