08/01/2026
Penso che il finale di stagione di Stranger Things sia a mani basse il migliore della stagione, se non addirittura della serie intera.
Devo ammettere però che la serie avrebbe potuto essere accorciata: unire la terza e la quarta stagione, per esempio, avrebbe reso il ritmo più serrato. Questo sovraccarico di episodi, dettato da fini puramente commerciali, mi ha dato la sensazione di una serie infinita, senza una fine vicina e chiara. Nella parte finale venivano messe in gioco ancora molte informazioni, tanto che all’ultimo episodio la domanda spontanea era: «Ma riusciranno a spiegare tutto?». La risposta è stata semplice: no.
Oggi non siamo più abituati a fruire di un prodotto di intrattenimento senza internet. Questo può essere positivo, perché crea community dove scambiare idee e teorie, ma può anche essere negativo: limita la meraviglia di godersi qualcosa senza pressioni, polemiche o spoiler. Con Stranger Things la gente ha superato ogni limite. Ma che senso ha tutto questo?
Io ho scelto di vivere appieno l’atmosfera della serie, senza alcuna teoria strampalata, e devo dire che questo finale mi ha soddisfatto, soprattutto la seconda parte, che si concentra maggiormente sul futuro di Hawkins e dei suoi abitanti. La scena sul tetto della stazione radio The Squawk è stata la scintilla che ha acceso qualcosa in me. Da quel momento ho smesso di pensare al Sottosopra, ai demogorgoni, all’Abisso e al Mind Flayer: ciò che davvero mi interessava era capire quale strada avrebbero preso i personaggi.
Per me Stranger Things è questo: amicizia, amore, gioco, pianto. Tutto ciò che hanno vissuto insieme e che, a un certo punto della loro vita, guarderanno indietro con nostalgia. E questa cosa, sinceramente, mi ha distrutto.
Come Mike, che guarda per l’ultima volta il loro tavolo da gioco: chiude una porta con nostalgia per aprirne una nuova. Chissà se sarà ancora più entusiasmante!