29/04/2025
L’ERRORE DI TOGLIATTI DELL’AMNISTIA AI FASCISTI
Il 29 aprile 1945 una folla inferocita appese a testa in giù, come atto di pubblica umiliazione, a Piazzale Loreto i corpi di Benito Mussolini e di alcuni gerarchi fascisti catturati nei giorni precedenti. Tra questi Alessandro Pavolini (capo delle Brigate Nere), Achille Starace (ex segretario del PNF), Nicola Bombacci (socialista passato al fascismo) e Claretta Petacci (l’amante di Mussolini), Francesco Maria Barracu (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio della RSI), Paolo Zerbino (prefetto e ministro dell'Interno della RSI), Vito Casalinuovo, (ufficiale della RSI) e Marcello Petacci (fratello di Claretta Petacci).
Questa azione, per quanto eccessivamente violenta, fu legittimata dal Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia, che la ritenne conseguenza inevitabile della situazione di devastazione materiale e spirituale prodotta dal fascismo stesso. Sintomatica la seguente frase, firmata tra gli altri anche dal cattolico Alcide De Gasperi: “Dell'esplosione di odio popolare che è trascesa in quest'unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l'unico responsabile”.
Purtroppo non seguì a questi eventi una completa pulizia degli apparati statali del personale fascista, resosi complice del ventennio precedente di dittatura. Cruciale in tal senso è stato il decreto di amnistia del 22 giugno 1946 firmato da Palmiro Togliatti (allora ministro della Giustizia nel governo di unità nazionale guidato da De Gasperi) che concesse la liberazione o la riduzione della pena a moltissimi fascisti, anche a quelli coinvolti in crimini gravi durante il ventennio e la guerra civile. Togliatti giustificò la sua scelta come un gesto necessario per “ricostruire” una società devastata e per evitare una guerra civile strisciante, spiegando in un celebre discorso: “Bisognava chiudere la fase della guerra civile. Solo una politica di clemenza avrebbe potuto evitare il rischio di nuove rovine”. L'Unità, organo del PCI, scriverà il 24 giugno 1946: “L'amnistia è un atto di alta responsabilità politica. [...] Essa tende a chiudere un'epoca di odio e di violenza, preparando il terreno alla costruzione della nuova democrazia repubblicana”. Va detto che l'amnistia copriva anche reati commessi dai partigiani dopo la Liberazione (come vendette private e giustizialismo sommario), tant’è che alcuni storici vedono questo gesto come un motivo “di scambio” per facilitare la pacificazione generale.
A sostenere la svolta togliattiana sono però gli stessi settori più moderati della società italiana. Sul giornale della Democrazia Cristiana, Il Popolo, il 26 giugno 1946 si trova scritto quanto segue: “La Repubblica non può fondarsi sul rancore. [...] L'atto di clemenza risponde a un alto ideale cristiano di perdono e di riconciliazione nazionale”. Così invece sul Corriere della Sera il 27 giugno 1946: “È tempo di pensare alla ricostruzione materiale e morale del Paese. Le passioni politiche devono cedere il passo alla riconciliazione, per il bene dell'Italia”.
Togliatti stilò personalmente il provvedimento che, all’art. 3, formalmente escludeva dall’amnistia i rei di crimini commessi con “sevizie particolarmente efferate”. Nella sostanza, introducendo un’arbitraria e assolutamente generica “gradazione” della crudeltà, diede un appiglio alla magistratura borghese per sminuire tutti i crimini e tirar fuori dalle carceri i peggiori torturatori fascisti. A titolo di esempio: per molti collaboratori della polizia fascista di Roma corresponsabili della strage delle Fosse Ardeatine, l'amnistia congelò o alleggerì le condanne, provocando l'indignazione dei familiari delle vittime. Molti militi della Repubblica Sociale Italiana, accusati di crimini contro civili e partigiani, furono rimessi in libertà. In Emilia-Romagna, diversi capi delle “Brigate Nere” uscirono di prigione. A Milano, membri della famigerata “Banda Koch” ottennero riduzioni di pena. Nel 1947 a Ferrara, durante un processo a ex fascisti locali, il tribunale applicò l'amnistia. All'uscita del verdetto, una folla di ex partigiani assaltò il palazzo di giustizia.
Si registrarono scontri violenti con la polizia, con alcuni feriti. Fu uno degli episodi più gravi di tensione post-amnistia. In generale quella che viene ricordata come “l’amnistia Togliatti” generò una fortissima sensazione di impunità tra la popolazione antifascista, dando luogo a varie accuse di “tradimento della Resistenza” e di giustizia mancata.
Ne risultò spaccato e indebolito anche il fronte progressista e socialista, che polemizzò aspramente da sinistra con la scelta di Togliatti. Così Piero Calamandrei, giurista e padre costituente, nel 1947: “Questa amnistia non è stata una misura di clemenza: è stata una misura di oblio. Un colpo di spugna su responsabilità gravissime che il popolo italiano non potrà né dovrà dimenticare”. Così Ferruccio Parri, ex presidente del Consiglio, comandante partigiano e leader di Giustizia e Libertà: “Non si costruisce la nuova Italia concedendo impunità a chi ha devastato la nazione con la dittatura e la guerra”. Così Leo Valiani, esponente del Partito d'Azione e figura storica della Resistenza, che scriverà: “L'amnistia di Togliatti ha lasciato intatte le basi del vecchio Stato autoritario, travestendole da repubblicanesimo”. Così commenterà l’Avanti! (giornale del Partito Socialista) il 25 giugno 1946: “Chi ha sofferto nelle carceri fasciste, chi ha lottato nelle montagne, oggi assiste incredulo alla riabilitazione dei carnefici. [...] Questa amnistia rischia di seppellire la giustizia insieme ai caduti della Resistenza”. Perfino Giuseppe Di Vittorio, dirigente comunista e sindacalista, pur vicino a Togliatti, ebbe un giudizio prudente ma significativo: “La pace civile è un obiettivo grande, ma non può trasformarsi in un'amnesia di Stato”. Non mancarono nemmeno proteste dalla base militante: in diverse città italiane (Torino, Milano, Genova, Bologna), gruppi di ex partigiani organizzarono manifestazioni di protesta. Slogan ricorrenti erano: “Giustizia per i nostri morti!”, “Non si perdonano i torturatori!” A Torino, alcuni ex combattenti occuparono simbolicamente la sede del Comitato di Liberazione Nazionale chiedendo di “bloccare la liberazione dei gerarchi fascisti”.
Quando ci si chiede come sia stato possibile che nel 1946 l’alleanza tra PCI, PSI e Partito d’Azione disponesse di oltre il 40% dei consensi, perdendo molti consensi nelle prime elezioni Politiche del 1948, occorre certamente ricordare le profonde e gravissime destabilizzazioni dell’imperialismo statunitense, avvenute nel contesto dell’emergente guerra fredda, ma occorre ricordare anche i gravi errori politici di cui Palmiro Togliatti porta primariamente la responsabilità. Tra questi occorre ricordare anche il mantenimento dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi in Costituzione, e un'azione pedagogico-politica falsificatrice nei confronti della presentazione della lezione di Lenin e Gramsci, interpretati in senso parlamentarista, democratico-liberale e, in definitiva, moderato, dando rilievo solo ad una parte delle loro opere e favorendo una rilettura della storia dell'URSS e del PCI.
A questi errori si possono aggiungere l'accettazione di formulazioni di compromesso sulla questione femminile negli articoli costituzionali, oltre che l'appello alla mobilitazione della classe operaia nell'opera della ricostruzione del paese, accettando di far pagare ai lavoratori il prezzo maggiore dei danni prodotti dalla borghesia e dal governo fascista. Un'analisi storico-politica obiettiva che tenga conto delle svolte ideologiche successive del PCI non può non confermare la giustezza di tali accuse. Tutti questi elementi si sono dimostrati, più di altri, dei gravi errori tattici dalle enormi conseguenze future; furono errori giustificati nella sostanza dalla volontà politica di non esacerbare i rapporti con la Democrazia Cristiana e mantenere un Governo di coalizione antifascista, mancando di capire come questo fosse impossibile rimanendo all'interno della struttura dello Stato borghese e dei vincoli dell'imperialismo.
In definitiva questi furono gravi errori tattici dovuti all'errore strategico di fondo, nucleo fondante del “togliattismo” inteso come “revisionismo”: la “via italiana al socialismo” e con essa l'idea che il compromesso non sia più finalizzato all'avanzamento dell'organizzazione politica e del consenso sociale in un'ottica rivoluzionaria, ma sia accettabile anche solo per riuscire ad ottenere un avanzamento elettorale, da ottenersi anche con manovre indigeste per la classe operaia. Qui sta l'essenza di una degenerazione antileninista introiettata pesantemente da tutte le generazioni politiche successive, dimentiche dell'insegnamento marxista-leninista su un uso corretto del parlamentarismo, il quale prevede la sua subalternità ad una linea di classe rivoluzionaria, e non viceversa come si è concretamente verificato. Si va in Parlamento a fare lotta di classe, la lotta di classe non termina entrati in Parlamento, né si svolge solo in esso.
I compromessi si possono fare, ma devono servire all’avanzamento della causa proletaria. In questo caso sono serviti a screditare in larghi settori popolari e partigiani il decisivo ruolo svolto dai comunisti durante la guerra di Liberazione nazionale. Le conseguenze di questi errori le ritroviamo nell’Italia odierna, che non ha mai saputo fare pienamente i conti con i crimini del fascismo, perpetuando personaggi, istituzioni e pratiche repressive che hanno impedito una concreta democratizzazione del Paese.
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