Tutto Sbagliato

Tutto Sbagliato Circolo ARCI autogestito da generazioni di giovani, simpatizzanti e volontari.

02/05/2025

2 maggio 1945 Berlino é conquistata, il nazismo è sconfitto, la bandiera rossa viene issata sul Reichstag.
Nelle prime ore del mattino del 2 maggio 1945, il tenente Yevgeny Khaldei, un giornalista dell’Armata Rossa (l’esercito dell’Unione Sovietica), salì sul tetto del Reichstag, la sede del parlamento tedesco e il luogo dell’ultima disperata difesa dei soldati nazisti di fronte all’avanzata dei sovietici. Arrivato in cima, Khaldei scattò quella che è diventata una delle fotografie più famose del Ventesimo secolo: un soldato russo che sventola la bandiera sovietica sullo sfondo delle rovine di Berlino. Quella fotografia è diventata il simbolo della fine della Seconda guerra mondiale, il più violento conflitto a cui l’umanità abbia mai assistito.

02/05/2025

Quella che dovrebbe essere la commemorazione di Sergio Ramelli, un ragazzo di destra ucciso il 29 aprile di 50 anni fa da militanti di estrema sinistra, si trasforma ogni volta in un ritrovo per il neofascismo italiano. Un corteo di circa due mila persone ha marciato per le strade di Milano. Poi i rigurgiti nostalgici, con il rito del “presente” accompagnato da centinaia di braccia tese. Qualcuno, da un balcone, ha interrotto quel momento lugubre riproducendo a tutto volume le note di “Bella ciao”. Ed è stato come contrapporre la forza di un papavero, “il fiore del partigiano”, a un’idea reazionaria di violenza.

02/05/2025

Il Primo Maggio nasce dalle battaglie di chi ha lottato per i diritti di tuttɜ.
Oggi quelle battaglie continuano.

Il lavoro non può essere sinonimo di sfruttamento, precarietà, paura.
L'8 e 9 giugno abbiamo un'occasione:
votiamo SÌ ai referendum sul lavoro.
Per difendere la dignità, per costruire un futuro diverso.

Il lavoro è un diritto, non una concessione.

02/05/2025

Contro le ingiustizie, resistenza civile.

Tantɜ dirigenti e sociɜ Arci aderiscono alla catena di solidarietà lanciata da A Buon Diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Cnca, Forum Droghe, L’Altro Diritto, La Società della Ragione, Ristretti Orizzonti.

Dal 29 aprile al 30 maggio è partito il digiuno a staffetta contro il Decreto Sicurezza, un provvedimento che limita lo spazio civico, criminalizza il dissenso e mette in pericolo diritti fondamentali.

Accogliamo l’invito di Don Ciotti e di Franco Corleone: è il momento di prendere posizione. Per chi è già colpito, per chi rischia di esserlo, per tuttɜ.

Partecipa anche tu.
C'è un modulo online per unirsi alla mobilitazione.

Noi siam con chi lavora.. non con chi sta al potere.. ci piace MalcomX e le Pantere Nere... https://www.youtube.com/watc...
02/05/2025

Noi siam con chi lavora.. non con chi sta al potere.. ci piace MalcomX e le Pantere Nere...
https://www.youtube.com/watch?v=Ar3wvp6-FTk

Nel giorno della Festa dellɜ Lavoratorɜ, il presidente nazionale di Arci, Walter Massa, ha fatto visita a Lorenza Roiati nel suo forno, insieme a una delegazione di compagnɜ di Ascoli e delle Marche.

Il 25 aprile Lorenza è stata identificata per aver esposto uno striscione con scritto “Buono come il pane, bello come l’antifascismo”. Oggi, come ogni giorno, impasta pane e libertà, con la stessa cura e lo stesso coraggio.

A fianco di chi lavora, di chi resiste, di chi crede nei valori dell’antifascismo. Orgoglio Antifascista. Sempre.

29/04/2025
29/04/2025

29 Aprile 1945 , piazzale Loreto

29/04/2025
𝗟𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗦𝘁𝗮𝗺𝗽𝗮 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝟮𝟬𝟮𝟰 (𝗥𝗲𝗽𝗼𝗿𝘁𝗲𝗿 𝗦𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗙𝗿𝗼𝗻𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲)Quando guardate un telegiornale o qualsiasi altra trasmissio...
29/04/2025

𝗟𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗦𝘁𝗮𝗺𝗽𝗮 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝟮𝟬𝟮𝟰 (𝗥𝗲𝗽𝗼𝗿𝘁𝗲𝗿 𝗦𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗙𝗿𝗼𝗻𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲)

Quando guardate un telegiornale o qualsiasi altra trasmissione che tratta qualsiasi informazione ricordatevi sempre che dal report di Reporter Senza Frontiere (Reporter Sans Frontieres) nel 2024 risultiamo al 46esimo posto dopo la Slovenia (42esimo posto), Armenia (43esimo posto), Fiji (44esimo posto), Tonga (45esimo posto).. per cui qualche dubbio fatevelo ve**re e non credete ciecamente a tutto ciò che vi raccontano in televisione e sui giornali dove scrivono e descrivono la verità che volete sentirvi raccontare, ma di certo è solo un pezzo di verità dove vi sono molte omissioni e manipolazioni, salvo qualche raro caso,. Essere ignota, nascosta e volutamente omessa e/o manipolata non impedisce alla verità di essere vera e ci propongono sempre quella confezionata su misura ad uso e consumo di governi e politici per identificare un nemico ed un responsabile che non siano loro stessi, e con la Meloni ne abbiamo fior di esempi lampanti, per lobotomizzare le menti e raccontare una falsa realtà. Il Reporter Sans Frontieres del 2024 sulla Libertà di Stampa in Italia è chiaro senza possibilità di appelli.

Il resto sono, e restano, chiacchiere.. e le chiacchiere stanno a zero.

https://rsf.org/en/index

29/04/2025

🌹🏳️‍🌈⭐ SANDRO PERTINI SPIEGA COME E PERCHE' IL CRIMINALE MUSSOLINI FU GIUSTIZIATO DAI PARTIGIANI SU ORDINE DEL C.L.N. IL 28 APRILE 1945... ⭐🏳️‍🌈🌹

"... E’ la parola destino.

Il destino. Lo chiami destino, le chiami coincidenze, però le coincidenze della mia vita sono coincidenze eccessive per sembrare solo coincidenze. Pensi al mio incontro con Mussolini, poco prima della liberazione di Milano. Vengo a sapere che i rappresentanti del CLN Alta Italia sono riuniti da Schuster, così mi precipito all’arcivescovado, salgo su per una rampa della scalinata, e giù per l’altra rampa vedo scendere un vecchio in uniforme circondato da gerarchi. Un vecchio molto pallido, molto scavato. Resto un po’incerto e poi dico a me stesso: «Ma quello è Mussolini!». Era proprio Mussolini che s’era appena recato da Schuster per dire che era pronto ad arrendersi purché nei suoi confronti fossero applicate le norme dei Diritti delle Genti. Quando Schuster parlò di Diritti delle Genti io risposi: «Se si arrende, sarà consegnato al CLN. Il CLN lo affiderà a un tribunale del popolo e giustizia sarà fatta».

Allora intervenne il prefetto di Milano, e disse che io non avevo assolutamente a cuore le sorti di Milano: se Mussolini fosse morto, i tedeschi avrebbero messo la città a ferro e fuoco. E a lui risposi: «Senta, è dal 1922 che io ho a cuore non solo le sorti di Milano ma di tutta l’Italia. La ruota dell’insurrezione ha già incominciato a girare. Non saremo né io né lei a fermarla».

Oh, io non ebbi mai dubbi sul fatto che Mussolini dovesse arrendersi al CLN e venir fucilato. Dovevamo impedire che finisse nelle mani degli alleati che lo volevano vivo. Sul fatto di impedire che finisse nelle mani degli alleati, del resto, ci mostrammo tutti intransigenti. Non a caso, quando sapemmo che Mussolini era tornato in prefettura, volevamo prenderlo lì. Ma la prefettura era presidiata dai carri armati tedeschi e, quando arrivammo, lui era già partito per il suo destino. Cioè Dongo.

Chiariamo bene questo punto: Mussolini non fu fucilato per iniziativa personale di nessuno.
Non è vero, ad esempio, che Walter Audisio ricevette l’ordine da Cadorna. Lo ricevette dal Comitato di Liberazione Nazionale. Scritto. Il documento esiste: firmato da me per il Partito socialista, da Leo Valiani per il Partito d’azione, da Longo e Sereni per il Partito comunista, da Arpesani per il Partito liberale, da Marazza per la Democrazia cristiana, e da Cadorna. Esiste, si può trovare, si può pubblicare. Da esso risulta che il CLN si assume l’intera responsabilità per la morte di Mussolini e dà ordine di fucilarlo..."

[Sandro Pertini, intervista di Oriana Fallaci per "l'Europeo", 27 dicembre 1973]

29/04/2025

L’ERRORE DI TOGLIATTI DELL’AMNISTIA AI FASCISTI

Il 29 aprile 1945 una folla inferocita appese a testa in giù, come atto di pubblica umiliazione, a Piazzale Loreto i corpi di Benito Mussolini e di alcuni gerarchi fascisti catturati nei giorni precedenti. Tra questi Alessandro Pavolini (capo delle Brigate Nere), Achille Starace (ex segretario del PNF), Nicola Bombacci (socialista passato al fascismo) e Claretta Petacci (l’amante di Mussolini), Francesco Maria Barracu (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio della RSI), Paolo Zerbino (prefetto e ministro dell'Interno della RSI), Vito Casalinuovo, (ufficiale della RSI) e Marcello Petacci (fratello di Claretta Petacci).
Questa azione, per quanto eccessivamente violenta, fu legittimata dal Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia, che la ritenne conseguenza inevitabile della situazione di devastazione materiale e spirituale prodotta dal fascismo stesso. Sintomatica la seguente frase, firmata tra gli altri anche dal cattolico Alcide De Gasperi: “Dell'esplosione di odio popolare che è trascesa in quest'unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l'unico responsabile”.
Purtroppo non seguì a questi eventi una completa pulizia degli apparati statali del personale fascista, resosi complice del ventennio precedente di dittatura. Cruciale in tal senso è stato il decreto di amnistia del 22 giugno 1946 firmato da Palmiro Togliatti (allora ministro della Giustizia nel governo di unità nazionale guidato da De Gasperi) che concesse la liberazione o la riduzione della pena a moltissimi fascisti, anche a quelli coinvolti in crimini gravi durante il ventennio e la guerra civile. Togliatti giustificò la sua scelta come un gesto necessario per “ricostruire” una società devastata e per evitare una guerra civile strisciante, spiegando in un celebre discorso: “Bisognava chiudere la fase della guerra civile. Solo una politica di clemenza avrebbe potuto evitare il rischio di nuove rovine”. L'Unità, organo del PCI, scriverà il 24 giugno 1946: “L'amnistia è un atto di alta responsabilità politica. [...] Essa tende a chiudere un'epoca di odio e di violenza, preparando il terreno alla costruzione della nuova democrazia repubblicana”. Va detto che l'amnistia copriva anche reati commessi dai partigiani dopo la Liberazione (come vendette private e giustizialismo sommario), tant’è che alcuni storici vedono questo gesto come un motivo “di scambio” per facilitare la pacificazione generale.
A sostenere la svolta togliattiana sono però gli stessi settori più moderati della società italiana. Sul giornale della Democrazia Cristiana, Il Popolo, il 26 giugno 1946 si trova scritto quanto segue: “La Repubblica non può fondarsi sul rancore. [...] L'atto di clemenza risponde a un alto ideale cristiano di perdono e di riconciliazione nazionale”. Così invece sul Corriere della Sera il 27 giugno 1946: “È tempo di pensare alla ricostruzione materiale e morale del Paese. Le passioni politiche devono cedere il passo alla riconciliazione, per il bene dell'Italia”.
Togliatti stilò personalmente il provvedimento che, all’art. 3, formalmente escludeva dall’amnistia i rei di crimini commessi con “sevizie particolarmente efferate”. Nella sostanza, introducendo un’arbitraria e assolutamente generica “gradazione” della crudeltà, diede un appiglio alla magistratura borghese per sminuire tutti i crimini e tirar fuori dalle carceri i peggiori torturatori fascisti. A titolo di esempio: per molti collaboratori della polizia fascista di Roma corresponsabili della strage delle Fosse Ardeatine, l'amnistia congelò o alleggerì le condanne, provocando l'indignazione dei familiari delle vittime. Molti militi della Repubblica Sociale Italiana, accusati di crimini contro civili e partigiani, furono rimessi in libertà. In Emilia-Romagna, diversi capi delle “Brigate Nere” uscirono di prigione. A Milano, membri della famigerata “Banda Koch” ottennero riduzioni di pena. Nel 1947 a Ferrara, durante un processo a ex fascisti locali, il tribunale applicò l'amnistia. All'uscita del verdetto, una folla di ex partigiani assaltò il palazzo di giustizia.
Si registrarono scontri violenti con la polizia, con alcuni feriti. Fu uno degli episodi più gravi di tensione post-amnistia. In generale quella che viene ricordata come “l’amnistia Togliatti” generò una fortissima sensazione di impunità tra la popolazione antifascista, dando luogo a varie accuse di “tradimento della Resistenza” e di giustizia mancata.
Ne risultò spaccato e indebolito anche il fronte progressista e socialista, che polemizzò aspramente da sinistra con la scelta di Togliatti. Così Piero Calamandrei, giurista e padre costituente, nel 1947: “Questa amnistia non è stata una misura di clemenza: è stata una misura di oblio. Un colpo di spugna su responsabilità gravissime che il popolo italiano non potrà né dovrà dimenticare”. Così Ferruccio Parri, ex presidente del Consiglio, comandante partigiano e leader di Giustizia e Libertà: “Non si costruisce la nuova Italia concedendo impunità a chi ha devastato la nazione con la dittatura e la guerra”. Così Leo Valiani, esponente del Partito d'Azione e figura storica della Resistenza, che scriverà: “L'amnistia di Togliatti ha lasciato intatte le basi del vecchio Stato autoritario, travestendole da repubblicanesimo”. Così commenterà l’Avanti! (giornale del Partito Socialista) il 25 giugno 1946: “Chi ha sofferto nelle carceri fasciste, chi ha lottato nelle montagne, oggi assiste incredulo alla riabilitazione dei carnefici. [...] Questa amnistia rischia di seppellire la giustizia insieme ai caduti della Resistenza”. Perfino Giuseppe Di Vittorio, dirigente comunista e sindacalista, pur vicino a Togliatti, ebbe un giudizio prudente ma significativo: “La pace civile è un obiettivo grande, ma non può trasformarsi in un'amnesia di Stato”. Non mancarono nemmeno proteste dalla base militante: in diverse città italiane (Torino, Milano, Genova, Bologna), gruppi di ex partigiani organizzarono manifestazioni di protesta. Slogan ricorrenti erano: “Giustizia per i nostri morti!”, “Non si perdonano i torturatori!” A Torino, alcuni ex combattenti occuparono simbolicamente la sede del Comitato di Liberazione Nazionale chiedendo di “bloccare la liberazione dei gerarchi fascisti”.
Quando ci si chiede come sia stato possibile che nel 1946 l’alleanza tra PCI, PSI e Partito d’Azione disponesse di oltre il 40% dei consensi, perdendo molti consensi nelle prime elezioni Politiche del 1948, occorre certamente ricordare le profonde e gravissime destabilizzazioni dell’imperialismo statunitense, avvenute nel contesto dell’emergente guerra fredda, ma occorre ricordare anche i gravi errori politici di cui Palmiro Togliatti porta primariamente la responsabilità. Tra questi occorre ricordare anche il mantenimento dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi in Costituzione, e un'azione pedagogico-politica falsificatrice nei confronti della presentazione della lezione di Lenin e Gramsci, interpretati in senso parlamentarista, democratico-liberale e, in definitiva, moderato, dando rilievo solo ad una parte delle loro opere e favorendo una rilettura della storia dell'URSS e del PCI.
A questi errori si possono aggiungere l'accettazione di formulazioni di compromesso sulla questione femminile negli articoli costituzionali, oltre che l'appello alla mobilitazione della classe operaia nell'opera della ricostruzione del paese, accettando di far pagare ai lavoratori il prezzo maggiore dei danni prodotti dalla borghesia e dal governo fascista. Un'analisi storico-politica obiettiva che tenga conto delle svolte ideologiche successive del PCI non può non confermare la giustezza di tali accuse. Tutti questi elementi si sono dimostrati, più di altri, dei gravi errori tattici dalle enormi conseguenze future; furono errori giustificati nella sostanza dalla volontà politica di non esacerbare i rapporti con la Democrazia Cristiana e mantenere un Governo di coalizione antifascista, mancando di capire come questo fosse impossibile rimanendo all'interno della struttura dello Stato borghese e dei vincoli dell'imperialismo.
In definitiva questi furono gravi errori tattici dovuti all'errore strategico di fondo, nucleo fondante del “togliattismo” inteso come “revisionismo”: la “via italiana al socialismo” e con essa l'idea che il compromesso non sia più finalizzato all'avanzamento dell'organizzazione politica e del consenso sociale in un'ottica rivoluzionaria, ma sia accettabile anche solo per riuscire ad ottenere un avanzamento elettorale, da ottenersi anche con manovre indigeste per la classe operaia. Qui sta l'essenza di una degenerazione antileninista introiettata pesantemente da tutte le generazioni politiche successive, dimentiche dell'insegnamento marxista-leninista su un uso corretto del parlamentarismo, il quale prevede la sua subalternità ad una linea di classe rivoluzionaria, e non viceversa come si è concretamente verificato. Si va in Parlamento a fare lotta di classe, la lotta di classe non termina entrati in Parlamento, né si svolge solo in esso.
I compromessi si possono fare, ma devono servire all’avanzamento della causa proletaria. In questo caso sono serviti a screditare in larghi settori popolari e partigiani il decisivo ruolo svolto dai comunisti durante la guerra di Liberazione nazionale. Le conseguenze di questi errori le ritroviamo nell’Italia odierna, che non ha mai saputo fare pienamente i conti con i crimini del fascismo, perpetuando personaggi, istituzioni e pratiche repressive che hanno impedito una concreta democratizzazione del Paese.

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28/04/2025

Con il 25 aprile c’è stato anche il ricordo del suo papà Carlino, medaglia d’Onore alla memoria per essersi rifiutato di combattere con i nazisti, che fu mandato in campo di concentramento a Dortmund come altri 600.000 soldati fatti prigionieri.

«Ha preferito il lager piuttosto che arrendersi al nazifascismo e combattere con i tedeschi contro gli italiani. Era in un campo di lavori forzati e senza mangiare molto, per cui ne morivano la metà, di fatica o di botte. Aveva fatto amicizia con un compagno di sventura che gli aveva salvato la vita quando cadde in una buca durante un attacco: si chiamava Vasco».

L’intervista integrale di Marinella Venegoni a Vasco Rossi è su La Stampa

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