21/06/2026
Se non esistessero gli spazi sociali autogestiti, forse certi incontri verrebbero soffocati dal rumore di fondo di un presente che divora tutto e non ascolta niente.
Ieri Senay Abera ci ha consegnato un pezzo di mondo che troppo spesso viene nascosto sotto il tappeto della storia ufficiale.
Ci ha parlato del genocidio che ha devastato il Tigray tra il 2020 e il 2022, delle dinamiche politiche interne e delle ingerenze esterne che attraversano quelle zone dagli anni Settanta a oggi, senza dimenticare il sangue lasciato dall'orrore coloniale italiano.
Storie che i media archiviano in poche righe, in un titolo che scorre veloce tra pubblicità, cronaca e distrazioni. Storie che devono restare lontane, perché raccontarle davvero significherebbe guardare in faccia le responsabilità di chi continua a saccheggiare il mondo mentre si proclama custode della civiltà.
Come il Sudan, anche il Tigray è stato condannato all'invisibilità.
Le vecchie logiche coloniali non hanno mai smesso di lavorare: stabiliscono quali morti meritano attenzione e quali possono essere sepolti nel silenzio.
Ringraziamo Senay per aver scelto di condividere con noi la storia della sua terra, la sua esperienza e le sue visioni sul futuro. E lo ringraziamo anche per il cibo: perché cucinare, mangiare insieme, scambiarsi saperi e sapori resta uno dei modi più antichi e sovversivi di costruire comunità.
Grazie anche a Hamidreza Keshvarpajuh che con le sue sperimentazioni ci ha fatto fluttuare in non-luoghi pieni di colore ed elementi sottili, nonostante le difficoltà tecniche dovute al distacco della corrente. Il buio non ci ha fermatə.
Con rabbia e tenerezza, con ostinazione e desiderio, abbiamo costruito uno spazio di condivisione reale. Un piccolo strappo nel tessuto di un presente che ci vuole isolatə, anestetizzatə, docili.
Non smetteremo mai di creare alternative a questa società che consuma corpi, relazioni e immaginazione.
Casematte vive e continuerà a farlo.