18/02/2026
«A me del Sannazaro piacevano soprattutto le crepe, gli spacchi che vedevi nel legno. La balaustra rugata del golfo mistico, certi pomelli scheggiati, un ammanco simile a un graffio nei rilievi che ti suggeriva che l’oro non è oro ma legno, c’è il trucco. Quasi tutto diceva il suo tempo. Le barcacce strette come grotte, lo spessore delle tende, la fragilità ossea delle colonne, i fili fuggiti a un tappeto, i tagli accumulati dal palco, vedibili in controluce se ti distraevi dal movimento di attrici ed attori, e le poltrone, alcune delle quali cigolavano dandoti la sensazione che si spostassero un po’. Con un paragone banale: era un teatro che aveva qualcosa del volto dei vecchi, che partecipano ostinatamente al presente pur tenendo dentro anche un’altra dimensione, più spessa, del tempo. Banu lo direbbe citando gli anziani di Kantor, che mostrano all’unisono se stessi e ciò che sono stati in passato. E poi c’era quel balcone centrale da dimensione popolare e familiare assieme e da cui non di rado veniva qualche rumore che ti ricordava che, d’accordo il silenzio durante, per ca**tà, ma siamo pur sempre un consorzio umano che respira, si annoia, si sgranchisce o che s’agita.
Se metto insieme i ricordi il primo non tocca neanche il palcoscenico, che strano. Il Sannazaro mi ha permesso una sera di sedere accanto a Isa Danieli e io come uno scemo non facevo che spiarla: un po’ le guardavo le mani, un po’ tentavo di capire se ciò cui assisteva le stava piacendo. Una grinza e un sorriso, un sorriso, un altro sorriso, una grinza. Che d’altronde, ora penso, un teatro uno lo frequenta anche per questo ritrovarsi accanto qualcuno o qualcuna che sospenda o lo distragga dalla sua solitudine.
Ecco, so – ne sono convinto, perché così dev’essere – che tutto verrà fatto in fretta e per il meglio: so che le istituzioni nazionali e locali sapranno non far mancare denaro e competenza, so che gli altri teatri inventeranno forme di vicinanza e di ospitalità ora neanche immaginabili e che, dovesse essere aperta una sottoscrizione, molti e molte di noi metterebbero mano alla tasca indipendentemente da quant’essa contiene. Tutto tornerà a splendere.
A parte le crepe. Per quelle mi viene quasi da piangere, pensandole irrecuperabili».
Di Alessandro Toppi
La foto, scattata durante le prove de "La Principessa di Lampedusa", lo scorso giugno 2025.
Teatro Sannazaro
Campania Teatro Festival