Ci si può innamorare di un festival come di una musica, ci s’inciampa, quasi per caso, come nelle tele di ragno che pendono invisibili dai rami e può accadere che nell’attraversarle non vengano più via dai capelli, dal viso e dalle ciglia. Ci s’innamora dei sogni, perché con la fantasia sappiamo fare molto, perché i sogni ci riguardano, ci abitano e non vanno mai via. È diventato naturale per la nostra Associazione fatta di poliziotti che le Ombre conoscono, sognare un festival che potesse gettare luce e anche elogiare l’Ombra perché esiste nella vita, è essenziale e non è mai proprio inadatta perché si muove sul limitare dell’uomo, proprio perché un’ombra si propaga attorno come la seppia, propaga l’inchiostro, scuro, appunto. Inutile spostarsi, ci segue, sempre. E allora un festival come il nostro diventa un momento in cui concedersi il privilegio di riflettere non solo sull’assenza di luce, ma sulla necessità di conoscere e attraversare le zone d’ombra per raggiungere un bagliore in grado di illuminare di luce propria, e non riflessa, l’esperienza del vivere. Borges elogiava l’ombra, posato nell’ombra e dall’ombra attento. Democrito preferì vivere nell’ombra, perché le ombre sono così, mai barbose anche se attaccate e imprigionate dentro la loro esistenza. Perché nell’ombra c’è il mistero, tutto ciò che precede e che al sangue segue, come macina al collo che tira a fondo con l’idea di combattere colui che il crimine lo vorrebbe rendere perfetto. In Ombre Festival affronteremo tutto questo e altre Ombre ancora e lo faremo incontrando autori e personaggi. Illumineremo le zone d’Ombra con la musica, con il teatro e con le immagini in un festival che ha l’ardire di entrare nei nostri sguardi per modificarne gli orizzonti. Ombre che come foglie secche possano poi volare via, leggere, perché è nel modo in cui ci si libera dalle paure che risiede la nostra speciale libertà affinché il nostro sorriso non diventi mai amaro. Il direttore
Alessandro Maurizi