04/09/2026
All'ottavo mese, il dottor G., che al principio aveva cercato di farmi abortire, mi mandò a chiamare e mi disse:
“E’ ora che tu vada in maternità”.
Io ritenevo che fosse presto: avevo bisogno di cure e lì non me ne avrebbero date. In più, sapevo bene che cosa aspettava negli altri ospedali per i dimessi dal Paolo Pini. Comunque, stetti al suo parere e andai al Niguarda. Mi guardarono subito con sospetto.
Poi la suora, che aveva un piglio non propriamente umano o cristiano, mi disse: “Oggi passeremo per farti partorire ”.
“ No! ” dissi io, “ non è ancora giunto il momento ”.
E difatti avevo ragione.
Non volevo in alcun modo uccidere la mia creatura.
Ma la suora insisteva e mi guardava con un ghigno sadico.
Io, che ero già sofferente nel fisico, non trovai altra scelta che fuggire di lì, per salvare il mio bimbo. Raccolsi la mia povera roba.
Mi presero subito e mi mandarono al neurodeliri, cella ancora più rigorosa dell'ospedale psichiatrico, dove c'erano pochi metri quadrati per muoversi e nessun dialogo, nemmeno col dottore.
Al neurodeliri rimasi ancora un mese, finché veramente non era giunto il termine del parto.
E in tutto quel mese non facevo che piangere perché non c'erano donne in quel reparto, ma solo giovinette e qualche infermiere che non capiva nulla di ginecologia.
Finalmente, un giorno, persi le acque e andai angosciata a dirlo ad un infermiere.
Alda Merini ❤
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