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ARACELI CINEMAdiCITTA' Cinema del presente e del passato.

La multiprogrammazione di OGGI, Domenica 6Alle ore 15,30 e alle 18,00: "COYOTE VS ACME" di Dave Green Alle ore 20,30: "S...
06/09/2026

La multiprogrammazione di OGGI, Domenica 6
Alle ore 15,30 e alle 18,00: "COYOTE VS ACME" di Dave Green
Alle ore 20,30: "SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu

OGGI, Domenica 6 alle ore 15,30 e alle 18,00"COYOTE VS ACME" di Dave Green Quella tra W***y il Coyote e Beep Beep è una ...
06/09/2026

OGGI, Domenica 6 alle ore 15,30 e alle 18,00
"COYOTE VS ACME" di Dave Green

Quella tra W***y il Coyote e Beep Beep è una lotta ancestrale. Da più di 50 anni il predatore dedica tutto sé stesso alla caccia dell’invitante pennuto, risultando solo in infiniti fallimenti. E se la colpa non fosse la sua incapacità, ma il malfunzionamento dei dispositivi di cui fa uso? È questa la tesi esplorata in “Coyote vs. Acme” di Dave Green, uscito al cinema il 2 settembre. Si tratta di un ibrido tra cartone animato e live action, non certo il primo in casa Looney Tunes, che ha già sperimentato lo stile in pellicole come “Space Jam” (1996) e “Looney Tunes: Back in Action” (2003). Deserto di Albuquerque, New Mexico. W***y, nella sua missione quotidiana, è un fervente utilizzatore dei prodotti dell’azienda ACME. Incudini, dinamite, pattini con razzo incorporato che, per un motivo o per un altro, si ritorcono contro di lui, causandogli danni fisici ed umiliazioni, e lasciando invece Beep Beep illeso. Finché, dopo l’ennesima sconfitta, vede in televisione la pubblicità dello studio legale di Kevin Avery (Will Forte), un avvocato che promette un facile risarcimento a chi sia rimasto danneggiato da un prodotto ACME. Non ci pensa due volte prima di recarsi da lui. Kevin è un po’ un avvocato da quattro soldi, ricorda il Saul Goodman di “Breaking Bad”, desideroso di concludere in fretta ognuna delle sue azioni legali. Il Coyote, però, ha ambizioni più grandi, e spinge per intentare una maxicausa contro la ACME, portandola in tribunale. Con ritmo incalzante ed umorismo sarcastico, si snoda una storia tra slapstick comedy, legal drama ed investigazione. W***y, come sempre, è alle prese con i suoi marchingegni, che lo portano ad esplodere o a schiantarsi contro un muro: esiti prevedibili, ma non per questo meno divertenti. Gli attori interpretano personaggi volutamente stereotipati, caricandone le espressioni del volto. La colonna sonora enfatica ed orchestrale contribuisce, per contrasto, ad aumentare l’effetto comico della vicenda. Tuttavia, quando i protagonisti cominciano con le loro indagini, emergono segreti oscuri dell’azienda, ed i toni si fanno un po’ più seri. La ACME, qui, è una multinazionale alla stregua di Apple e Google, che opera in settori variegati e con il proprio logo ovunque: elettrodomestici, motori di ricerca, persino saloni per parrucchieri. Dotata anche di uno spot istituzionale in cui presenta quelli che dovrebbero essere i propri valori, causa in realtà sofferenze allo scopo di ottenere un profitto economico, considerandole un “male necessario”. Difficile non fare il paragone con i test sugli animali ma anche, allargando il campo, con lo sfruttamento ambientale messo in atto dalle grandi aziende. Per due individui accomunati dalla tendenza al fallimento, come W***y e Kevin, è difficile opporsi ad un colosso tale, in una lotta che ricorda quella di Davide contro Golia. La loro battaglia sembra persa a livello di opinione pubblica, ma non infruttuosa, poiché smuove qualcosa nella coscienza collettiva. L’importante, anche quando si è dalla parte del giusto ma in minoranza, è “combattere la legge”, come cantano i Clash in sottofondo ai titoli di coda.
Martina Genovese, Cinemonitor

OGGI, Domenica 6, alle ore 20,30 "SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu C'è qualcosa di profondamente ironico nel fatto...
06/09/2026

OGGI, Domenica 6, alle ore 20,30
"SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu

C'è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore'eda in concorso al Festival di Cannes 2026, sembri il film di un autore che si ispira a Kore'eda, ma che non ha afferrato cosa davvero caratterizza il suo Cinema.
Un regista che ha costruito la sua carriera raccontando famiglie imperfette, nuclei affettivi precari e legami scelti con dolore, qui gira un film che assomiglia a quanto ha fatto finora, ma nel quale a mio avviso manca qualcosa di essenziale: l'anima.
Sheep in the Box è ambientato in un futuro prossimo in cui i droni per le consegne sono la normalità e il lutto può essere esternalizzato a un'azienda.
Otone (Haruka Ayase) e il marito Kensuke (Daigo Yamamoto) hanno perso il figlio Kakeru in un incidente.
Vengono contattati dalla REbirth, società specializzata nella creazione di repliche umanoidi dei propri cari defunti; il servizio è gratuito per chi ha perso qualcuno in circostanze violente o accidentali: una scelta narrativa inquietante, che il film accenna e poi abbandona, lasciando lo spettatore che ha visto A.I. - Intelligenza artificiale di Steven Spielberg e l'episodio di Black Mirror intitolato Be Right Back con l'idea di aver già visto il tema, sviluppato meglio.
Kore'eda mette in scena la presentazione aziendale con la sua consueta morbidezza, ma sotto le superfici color pastello si nasconde qualcosa di agghiacciante: il dolore reimpacchettato per la fidelizzazione del cliente.
Kensuke è scettico, chiama l'umanoide prima "Tamagotchi" e poi "Roomba", con un'ironia difensiva che è tra le cose più vive del film.
Otone, invece, sceglie di crederci fino in fondo, come se si autoconvincesse che da qualche parte, dentro quell'androide bambino, sopravviva ancora un briciolo dell'anima del figlio.
Quando l'umanoide arriva a casa e si rivolge ai due come "mamma e papà" e qualcosa si rompe nell'equilibrio domestico e anche nella struttura narrativa: da lì in poi secondo me Sheep in the Box comincia a perdere il filo.
Il confronto con A.I. del 2001 è obbligatorio - e lo stesso film lo riconosce implicitamente, tra scelte fotografiche e di composizione - ma le analogie si esauriscono presto: Spielberg costruì la sua fantascienza sentimentale con una precisione quasi crudele, trascinando il protagonista verso degli abissi emotivi da cui non c'era via d'uscita, portando lo spettatore a viaggiare nei gironi di un Inferno 2.0 assieme al piccolo protagonista.
Kore'eda, al contrario, sceglie di ammorbidire ogni spigolo, di risolvere ogni contraddizione con calore e di rassicurare dove dovrebbe invece inquietare.
La deriva degli androidi verso l'autonomia e la consapevolezza di sé ricorda inevitabilmente anche Blade Runner e il recente After Yang di Kogonada, mentre il sottotesto sul rapporto tra natura e costruzione artificiale rimanda allo stesso territorio del koreediano Air Doll, ma Sheep in the Box mi è parso non avvicinarsi a nessuno di questi precedenti, rimanendo spesso superficiale e - personalmente incredibile per quanto riguarda Kore'eda - poco emozionante.
Dal secondo atto in poi il film introduce continuamente nuove linee narrative per poi abbandonarle quasi subito, appoggiandole senza esplorarle fino in fondo e risultando dunque incompiuto.
L'ingresso di nuovi personaggi e nuove sottotrame non è accompagnato da alcun lavoro di preparazione emotiva, così da rendere ogni sviluppo narrativo inerte, e la sottotrama degli adolescenti-robot che si organizzano in una comunità autonoma nel bosco sembra uscita da un film completamente diverso, per concludersi in maniera che mi spingo a definire grottesca.
Ovviamente data la mole dell'autore in questione l'opera non è priva di lampi, soprattutto quando prova a scandagliare la vulnerabilità dei genitori rimasti orfani di un figlio, i loro sguardi perduti, la certezza che niente più sarà mai come prima, quella posizione in bilico tra l'accettazione del lutto e la sua negazione, uno stato emotivo che non ha eguali nella vita di una persona e che proprio per questo mi aspettavo venisse esplorato maggiormente.
Le interpretazioni in generale sono effettivamente da applausi, la colonna sonora fa un gran lavoro per sopperire alle mancanze del racconto e a fotografia che insiste sul dualismo tra architettura contemporanea e natura boscosa contribuisce a un senso di coesione tematica che la sceneggiatura non riesce a sostenere da sola.
Il titolo del film viene da Il Piccolo Principe: la pecora nella scatola, invisibile ma immaginata, reale solo perché creduta tale.
È una bellissima idea che dice qualcosa di preciso sul Cinema di Hirokazu Kore'eda, ma in questo caso l'immaginazione non basta a colmare il vuoto.
Sheep in the Box è un film che vorrebbe fare molte cose insieme: un'elegia sul lutto, un'esplorazione della coscienza artificiale, una riflessione sul confine tra guarigione e negazione, una metafora del dolore sostituito dall'ordine, ma in fin dei conti è come se non ne facesse nemmeno una.
Rimane in un limbo non coraggioso abbastanza per spingersi nelle zone scomode, né onesto abbastanza per accontentarsi della semplicità.
Per un regista capace di estrarre profonde contraddizioni emotive dalla vita ordinaria e che ha già dimostrato di padroneggiare e decostruire il concetto di "famiglia", Sheep in the Box è una delusione che fa male proprio perché si sente quanto di più il materiale avrebbe potuto dare in mani così esperte.
Teo Youssoufian, Cinefacts

Martedì 8 alle ore 18,15 e Mercoledì 9 alle 21,00 "SILENT FRIEND" di Ildikò Enyedi L’anno scorso la giuria veneziana, pr...
06/09/2026

Martedì 8 alle ore 18,15 e Mercoledì 9 alle 21,00
"SILENT FRIEND" di Ildikò Enyedi

L’anno scorso la giuria veneziana, presieduta con goffa faziosità dall’americano Alexander Payne, snobbò quasi completamente “Silent Friend”; esattamente un anno dopo il film scritto e diretto dalla regista ungherese Ildikó Enyedi esce finalmente nelle sale con Movies Inspired, giovedì 3 settembre. Dura 147 minuti, eppure – fidatevi – non si guarda mai l’orologio. Per questo mi auguro che trovi un suo pubblico nutrito e attento, mi verrebbe da dire verdeggiante.
L’amico silenzioso del titolo è un maestoso e raro albero, un ginkgo biloba, che si staglia unico nel giardino botanico di un’antica città universitaria tedesca, Marburgo. Ha più di un secolo, sotto i suoi rami sono passate migliaia di persone, ma la regista ne isola tre, in epoche diverse.
Nel 2020 un neuroscienziato di Hong Kong, volato in quell’università per illustrare i suoi esperimenti sulle reazioni cerebrali dei neonati, resta bloccato per via del Covid. Murato vivo nell’ateneo, insieme al guardiano tedesco che mal lo sopporta, comincia a confrontarsi via computer con una botanica francese sulla “sensibilità” delle piante. Piazzerà dei sensori sul tronco e nelle radici per provare a catturare le “emozioni” dell’albero.
Nel 1908 una brillante studentessa tedesca, la prima ammessa all’università sotto lo sguardo arcigno dei professoroni che vorrebbero solo farla recedere, pratica innocenti riti pagani, eccelle negli esami e per pagarsi da vivere diventa apprendista di un vecchio fotografo. La scoperta della fotografia, fuori dall’uso ritrattistico in voga, la proietta in una dimensione nuova, nella quale far convivere osservazione della natura e scienza botanica.
Nel 1972, durante sit-in e proteste universitarie, una studentessa fricchettona, assai corteggiata da un coetaneo timido e inventivo, subisce un profondo cambiamento spirituale dedicandosi, grazie ad una macchina di sua invenzione, allo studio premuroso di un geranio.
Sul piano cinematografico Enyedi sceglie tre formati fotografici: il digitale per il 2020, il 35mm in bianco e nero per il 1908, il 16 mm un po’ sgranato per il 1972. Ma il cuore emotivo del suo film sta altrove, nella domanda che la regista formula così: «Siamo in grado di riconoscere e accettare umilmente i nostri specifici limiti percettivi?». In altre parole si raccontano i toccanti e imperfetti tentativi di stabilire un legame con le piante, di accettare che per gli alberi il misterioso “altro” siamo noi.
Non vedo scivolate new age in questo film complesso, morbido e insinuante, che intreccia i tre episodi distanti nel tempo e disegna sullo schermo onde luminose e sonore, velocizzando lo sviluppo dei germogli dopo una specie di inseminazione (l’albero è “femmina”). Bisogna vederlo per capire, le parole non rendono l’idea.
Inutile dire che tutti gli interpreti sono intonati al clima: Tony Leung Chiu-Wai, Luna Wedler (destinataria del Premio Mastroianni), Marlene Burow, Enzo Brumm e Léa Seydoux, sempre luminosa, in partecipazione speciale.
Michele Anselmi, Cinemoniror

Auguri ad ANDREA SEGRE che oggi compie 50  anni (Dolo, Venezia, 6 settembre 1976).Regista e documentarista attento alle ...
05/09/2026

Auguri ad ANDREA SEGRE che oggi compie 50 anni (Dolo, Venezia, 6 settembre 1976).
Regista e documentarista attento alle problematiche dell'immigrazione e del territorio, Andrea Segre nasce a Dolo, in provincia di Venezia. Laureatosi nel 2000 in Scienze della Comunicazione all'Università di Bologna, si specializza in Sociologia della Comunicazione, disciplina di cui è dottore di ricerca, dal 2005, e docente presso l'ateneo bolognese. Interessato al documentario, soprattutto a carattere sociale, esordisce alla fine degli anni Novanta con alcune importanti esperienze televisive in Rai, scrivendo e dirigendo, tra gli altri, Berlino 1989-1999: Il muro nella testa (1999). A partire dal 2001, si avvicina al documentario d'autore e al movimento dei documentaristi italiani, dal gruppo di "Doc.it" (associazione dei documentaristi italiani) all'esperienza dell'"Apollo11" (gruppo di artisti che si occupano del quartiere Esquilino di Roma, ad alto tasso di immigrazione).
Sin dal suo primo documentario, Lo sterminio dei popoli zingari (1998), Segre ha sempre lavorato a opere sulla marginalità di etnie, popoli e culture, dall'Albania (Ka Drita?, A metà - Storie tra Italia e Albania, L'Albania è donna) all'Africa (Dio era un musicista, presentato nel 2005 nella sezione "Giornate degli Autori" al Festival di Venezia). Collaboratore di svariati progetti di cooperazione internazionale, porta avanti l'interesse per i temi delle migrazioni verso l'Europa anche nei suoi lavori più recenti, documentari apprezzati nel circuito dei festival. Nel 2006 gira nel deserto del Sahara, in Niger, A Sud di Lampedusa, che documenta le difficoltà dei viaggi nel deserto e raccoglie le testimonianze dei migranti stagionali arrestati in Libia e abbandonati alla frontiera nigerina. Nel 2008 Come un uomo sulla terra porge il microfono ai migranti africani testimoni delle brutali modalità con cui la Libia, dal 2003, controlla i flussi migratori su richiesta di Italia ed Europa. Il sangue verde (2010) documenta le manifestazioni di protesta messe in atto dagli immigrati africani impiegati nella raccolta degli agrumi nei campi di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, dopo il ferimento di alcuni connazionali a opera di gente del posto. Una storia di sfruttamento, violenze, degrado e caporalato che attirò sulla Calabria i riflettori dei media nazionali e si concluse con l'allontanamento forzato degli immigrati africani deciso dal governo Berlusconi. Nel 2012, con Stefano Liberti, Segre torna a occuparsi della questione Libia nel documentario Mare chiuso. I due registi intervistano alcuni rifugiati nel campo UNHCR di Shousha, in Tunisia, per ricostruire le vicende degli oltre duemila migranti africani che, tra il 2009 e il 2010, sono stati intercettati nelle acque del Mediterraneo e respinti in Libia - alla mercé di abusi e violenze perpetrate dalla polizia - dalle forze dell'ordine italiane, a seguito degli accordi intercorsi tra Gheddafi e Berlusconi.
Interessato anche ai temi delle angosce dei giovani sul futuro in tempi di crisi (L'amorosa visione, 2007), ai problemi dell'Italia contemporanea (Checosamanca, 2006) e delle sue periferie (Magari le cose cambiano, 2009), Segre ha sviluppato un percorso registico particolarmente attento al territorio sociale e geografico del Veneto, raccontato nei documentari Pescatori a Chioggia (2001), Marghera Canale Nord (2003) e La mal'ombra (2007), che filma le battaglie dei cittadini di San Pietro, un piccolo paese del vicentino, contro la costruzione di una delle zincherie più grandi d'Italia. Il territorio del Veneto e i suoi abitanti sono protagonisti indiscussi anche del primo film di finzione diretto da Segre. Il debutto avviene nel 2011 con Io sono Li, presentato alle "Giornate degli Autori" del Festival di Venezia, dove ha ricevuto diversi premi collaterali. Nominato ai Nastri d'Argento e ai David di Donatello 2012 come miglior regista esordiente, Segre dirige un dramma delicato e poetico, incentrato sulle difficoltà e le inquietudini di un'immigrata cinese che lavora come barista in un'osteria di Chioggia, sacrificandosi per raccogliere i soldi necessari a consentire al suo bambino, rimasto in Cina, di raggiungerla in Italia. Nell'osteria fa amicizia con Bepi, pescatore di origini slave. Il loro incontro è una toccante fuga dalla solitudine, un dialogo silenzioso tra culture diverse, ma non così lontane. Dopo questo brillante esordio nel cinema di finzione, Segre torna al documentario, dirigendo e co-sceneggiando con il cantautore Vinicio Capossela Indebito (2013), che racconta la crisi economica della Grecia dando voce ai cantanti del rebetiko, musica che, fin dagli anni Venti, esprime le proteste, la disperazione e le paure di quel popolo. Al suo secondo film di finzione, il regista continua efficacemente la sua personale ricerca sul rapporto tra esseri umani e luoghi. La prima neve (2013) è, infatti, ambientato tra le montagne del Trentino e racconta la toccante storia dell'amicizia tra Michele, un undicenne che ha perso il padre e vive con la madre e il nonno in Val di Mocheni, e Dani, un giovane originario del Togo, fuggito dalla guerra in Libia, che gli ha strappato la moglie lasciandolo solo a occuparsi della figlia neonata.
Dopo aver diretto Come il peso dell'acqua (2014), nel 2015 dirige il documentario I sogni del lago salato, dedicato alle affinità e alle divergenze tra il Kazakistan di oggi e l'Italia degli Anni Sessanta. Il film viene selezionato alle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia e Fuori Concorso al Festival del Film Locarno. Tra le opere girate negli ultimi anni troviamo L'ordine delle cose, e i documentari Il pianeta in mare (2019), Molecole (2020), La Biennale di Venezia: Il cinema al tempo del Covid (2021), Welcome Venice (2021) e Po (2022). Nel 2023 dirige Trieste è bella di notte, nel 2024, Berlinguer - La grande ambizione.e, nel 2025, Noi e la grande ambizione un documentario nato per esplorare il legame inatteso tra i giovani e l'impegno politico durante le proiezioni del precedente film Berlinguer - La grande ambizione.

ANDARE AL CINEMA FA BENE, LO DICE LA SCIENZACosa fate quando non avete voglia di stare a casa e non siete di buonumore? ...
05/09/2026

ANDARE AL CINEMA FA BENE, LO DICE LA SCIENZA
Cosa fate quando non avete voglia di stare a casa e non siete di buonumore? Un consiglio potrebbe essere quello di andare al cinema. Vedere un film, in particolare una commedia, o un fantasy o un film di fantascienza, fanno bene sia al cuore che all’anima.
Non è solo una questione di distrarci dai nostri problemi, ma è un modo per immedesimarci nei panni di qualcun altro. Provare empatia per qualcuno che è completamente diverso da noi, per cultura, età e modo di pensare.
Il cinema è stato considerato una sorta di terapia, tanto che si parla di esperienza terapeutica negli ospedali, la cine-terapia. Vale sia per gli adulti che per i bambini.
Sono nate anche delle associazioni per promuovere la cine-terapia anche negli ospedali. Gli studi sul tema hanno rilevato che vedere un film al cinema, riduce la percezione del dolore, calma l’ansia, influisce positivamente sulla depressione e gli stati d’animo negativi in generale.
Andare al cinema permette di evadere dalla routine e di immergerti in altri scenari, un po’ come un buon libro. Inoltre il cinema permette di imparare cose nuove, punti di vista differenti e modi di comportarsi a cui non avremmo mai pensato.
Inoltre, permette una concentrazione diversa. Non si sta con gli occhi sul cellulare e ci si immerge di più nel film e quindi si partecipa di più e ci si rilassa molto di più.
Il massimo è andare in coppia, avendo gli stessi gusti, e non parlare durante la proiezione. Un silenzio varrà più di mille parole.
Evviva la cine-terapia.
Antonella Cutolo. R101 21 febbraio 2019

La multiprogrammazione di OGGI, Sabato 5Alle ore 18,45: "SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu Alle ore 16,30 e alle 21...
05/09/2026

La multiprogrammazione di OGGI, Sabato 5
Alle ore 18,45: "SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu
Alle ore 16,30 e alle 21,00: "COYOTE VS ACME" di Dave Green

OGGI, Sabato 5, alle ore 16,30 e alle 21,00 "COYOTE VS ACME" di Dave Green C'è qualcosa di davvero magico nel veder coes...
05/09/2026

OGGI, Sabato 5, alle ore 16,30 e alle 21,00
"COYOTE VS ACME" di Dave Green

C'è qualcosa di davvero magico nel veder coesistere in sala generazioni diverse, unite da due icone senza tempo come W***y il Coyote e Beep Beep.
La fabbrica dei sogni ha sfornato un film carinissimo!
È stato bello vedere come 'sono invecchiati' (praticamente per nulla!) W***y e Bee Beep :), è stato bello vedere in sala bambini di ieri e bambini di oggi.
Questi ultimi, a differenza dei primi non hanno mai riso...o meglio, poco.
Gli adulti sì, molto, forse perché pieni di quella malinconia nostalgica di chi è cresciuto con queste risate e di chi, soprattutto, sa cosa significhi davvero insistere per anni contro la sfortuna e gli eventi.
W***y il Coyote è il simbolo supremo della resilienza: fallisce ogni singolo giorno, si schianta contro i canyon, viene schiacciato da incudini e massi giganti, ma il giorno dopo è di nuovo lì, con un nuovo catalogo ACME e un piano ancora più ambizioso! GRANDEEE!
In un'epoca in cui spesso ci viene chiesto di avere successo subito o di mollare se qualcosa non funziona al primo colpo, la cocciutaggine surreale di W***y è una lezione di vita formidabile.
Non mollare e continuare a inseguire i propri sogni, costi quel che costi (anche con un po' di polvere e qualche bernoccolo).
A prescindere dalle risate, c'è qualcosa di davvero magico nel veder coesistere in sala generazioni diverse, unite da due icone senza tempo come W***y il Coyote e Beep Beep.
That's all, folks! 🥕🎬

OGGI, Sabato 5, alle ore 18,45 "SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu Impossibile non pensare ad A.I. Intelligenza arti...
05/09/2026

OGGI, Sabato 5, alle ore 18,45
"SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu

Impossibile non pensare ad A.I. Intelligenza artificiale (2001) di Steven Spielberg, altra grande favola pinocchiesca sull’artificiale che chiede di essere riconosciuto e amato.
In un futuro prossimo, una coppia segnata dalla morte del figlio accetta di accogliere in casa un umanoide identico al bambino perduto, con la stessa voce, lo stesso volto, lo stesso sorriso. L’arrivo del robot, anziché favorire il rifiorire di una vita familiare interrotta, finisce però per riaprire vecchie ferite. Inoltre, lungi dall’essere soltanto una copia del figlio scomparso, il piccolo umanoide comincia a entrare in relazione con altri suoi simili, imparando poco alla volta che cosa significhi costruire dei legami.
Laddove Spielberg faceva del piccolo David una creatura condannata al desiderio impossibile di diventare umano, Kore-eda pone la questione diversamente: e se l’umanoide, di fatto, non volesse diventare come noi? Se il suo destino non fosse imitare l’uomo, ma inaugurare una diversa forma di vita?
È questa la vera sfida che il maestro giapponese pone in Sheep in the Box, con cui torna in concorso a Cannes tre anni dopo Monster (2023): il tentativo, purtroppo non del tutto riuscito, di confrontarsi con la fantascienza rielaborando il mito di Pinocchio in chiave AI.
La domanda più scomoda del film riguarda la natura dell’amore. L’umanoide ama perché è programmato o l’amore, una volta innescato, libera il robot dalla funzione per cui è stato creato?
D’altra parte, Kore-eda si focalizza anche sullo sguardo adulto. Queste creature sono artificiali perché create per rispondere a un bisogno degli adulti. Il piccolo umanoide è, almeno inizialmente, il surrogato di un lutto non elaborato. Sconta una colpa non sua.
Anche da qui si capisce come il regista giapponese affronti temi molto alla moda, come l’IA e i suoi limiti, la nostra relazione con la tecnologia e la paura della sostituzione, con un approccio veramente alternativo. Un approccio che abbandona la variante cristologico-fiabesca tradizionale per aprirsi a una struttura ecologica o post-umana, in cui gli umanoidi possono emanciparsi dal dolore che li ha generati. Con un finale nella foresta, alla Peter Pan, che certifica la fondazione di una comunità altra, infantile e post-umana insieme.
In questo, Kore-eda rimane perfettamente nel recinto del suo cinema: il film sottrae l’IA e la fantascienza alla spettacolarizzazione, riportandole nel luogo più koreediano possibile, la casa. A interessare il regista è ancora una volta la famiglia come costruzione fragile, negoziata, non garantita dal sangue né dalla legge. Da Father and Son / Like Father, Like Son (2013) a Un affare di famiglia (Palma d’oro nel 2018), da Broker (2022) a Monster (2023), la domanda che risuona ogni volta è: che cos’è una famiglia?
In questo senso, parliamo di una prosecuzione naturale e insieme di una mutazione del cinema di Kore-eda, perché la sua etica dell’accoglienza viene portata al limite, fin dove l’umano non può più essere dato per scontato.
Idea potente, resa deludente. La consueta eleganza delle scene in interni, la sensibilità verso le dinamiche familiari, non sempre riescono stavolta a cogliere i movimenti più segreti dell’anima dei personaggi. È come se il film, invece di discendere fino al fondo del dolore, restasse in superficie. Difficile dire perché. Forse, nel cercare una nuova alleanza tra artificiale e organico, Kore-eda si è lasciato attrarre soprattutto dal primo. O forse è lo stesso sistema concettuale a devitalizzare il racconto. Il lutto, la sostituzione, l’ambiguità del figlio artificiale, la nascita di una comunità post-umana: tutto è mostrato, ma senza timori e tremori di sorta.
Ad appesantire ulteriormente il racconto contribuisce l’ovvio impianto metaforico: l’albero come casa primordiale, arca, luogo in cui l’artificiale si ricongiunge all’organico; l’acquario come variante della natura in scatola; l’impossibilità del bagno col padre come negazione di un’intimità impossibile, e così via.
Il titolo rimanderebbe a Il piccolo principe di Saint-Exupéry: la pecora disegnata dentro la scatola è invisibile e proprio per questo affidata all’immaginazione. È un’altra chiave di accesso a un film che si interroga sul potere delle forme assenti: il figlio che non c’è più, che ritorna come simulacro, che forse esiste solo nella proiezione dei genitori. La “scatola” è allora la casa, il corpo artificiale, il congegno tecnologico. Ma anche il cinema stesso: un contenitore di presenze che sappiamo finte e che tuttavia chiedono di essere amate. A volte però, con tutta la buona volontà, non ci si riesce.
Gianluca Arnone, Cinematografo

Martedì 8 alle ore 18,15 e Mercoledì 9 alle 21,00 "SILENT FRIEND" di Ildikò Enyedi Uno dei film più anticonvenzionali de...
05/09/2026

Martedì 8 alle ore 18,15 e Mercoledì 9 alle 21,00
"SILENT FRIEND" di Ildikò Enyedi

Uno dei film più anticonvenzionali dell’anno: si può definire così “Silent Friend”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e diretto dalla regista ungherese Ildikó Enyedi.

Da sempre autrice difficile da incasellare, Enyedi – nata a Budapest nel 1955 – aveva vinto la Caméra d’or al Festival di Cannes nel 1989 con “Il mio XX secolo” e l’Orso d’oro al Festival di Berlino con “Corpo e anima”.
Quest’ultimo, probabilmente il suo lavoro più significativo, è l’emblema di un cinema profondamente libero, dove il sogno si mescola con la veglia e dove i tocchi surreali sono costanti e inaspettati.
Nonostante lavori ormai da molti anni, i suoi film sono sempre sorprendenti, fatta eccezione per “Storia di mia moglie” del 2021, pellicola decisamente più scolastica rispetto alla maggior parte delle sue opere.
È invece davvero anomalo, “Silent Friend”, film la cui ambientazione principale è il giardino botanico di una città universitaria in Germania, dove si erge un maestoso ginkgo biloba. Questo testimone silenzioso ha osservato per oltre un secolo i tranquilli ritmi di trasformazione attraverso tre vite umane. Nel 2020, un neuroscienziato di Hong Kong, esplorando la mente dei neonati, inizia un esperimento inaspettato con il vecchio albero; nel 1972, una giovane studentessa subisce un profondo cambiamento grazie al semplice atto di osservare e connettersi con un geranio; nel 1908, la prima donna ammessa all’università scopre, attraverso la lente della fotografia, i sacri schemi dell’universo nascosti nella più umile delle piante.
I tre episodi vanno a mescolarsi in un montaggio parallelo, mantenendo comunque ognuno la propria autonomia, ma connessi dal tentativo di stabilire dei legami tra gli esseri umani e le piante.
Un’esperienza ostica ma affascinante
Dalla condizione femminile all’ambientalismo, passando per la tecnologia, i temi sono molteplici in questa pellicola e la carne al fuoco può apparire troppa, ma le suggestioni sono talmente numerose che il film funziona, nonostante una durata indubbiamente non semplice da reggere: i circa 150 minuti della visione sono forse eccessivi, ma Enyedi riesce comunque a regalare un’esperienza audiovisiva senza dubbio fuori dagli schemi, ostica e affascinante allo stesso tempo.
Curioso che la regista abbia girato con due diversi formati di pellicola gli episodi del ventesimo secolo e in digitale quello ambientato ai tempi della pandemia da COVID-19: è probabilmente quest’ultimo quello più affascinante, capace di proporre numerose simbologie attorno al nostro desiderio di connetterci con altri esseri viventi in un momento segnato dall’isolamento.
Non sempre altrettanto incisivi sono gli altri due, ma il risultato complessivo è comunque suggestivo e ricco di spunti su cui ragionare al termine della visione.
Andrea Chimento, il sole 24 ore

Indirizzo

Borgo Scroffa, 20
Vicenza
36100

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