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La multiprogrammazione di OGGI, Venerdì 19, nel comfort di una sala climatizzata a impatto zero Alle ore 19,00: "HEN - S...
19/06/2026

La multiprogrammazione di OGGI, Venerdì 19, nel comfort di una sala climatizzata a impatto zero
Alle ore 19,00: "HEN - STORIA DI UNA GALLINA" di György Palfi
Alle ore 21,00: "MICHAEL" di Antoine Fuqua

OGGI, Venerdì 19, alle ore 21,00, nel comfort di una sala climatizzata a impatto zero "MICHAEL" di Antoine Fuqua "La nas...
19/06/2026

OGGI, Venerdì 19, alle ore 21,00, nel comfort di una sala climatizzata a impatto zero
"MICHAEL" di Antoine Fuqua

"La nascita di un re”, è questa la frase che accompagna Michael, film di Antoine Fuqua che ricostruisce i primi anni di carriera del King of pop.
La struttura del film è già spiegata in quella frase: non è un biopic che racchiude tutto, è la creazione del mito. Non è nemmeno, a dire la verità, il film completo, poiché anche se non pubblicizzato come tale, Michael è solo la prima parte di un’opera suddivisa. La seconda è già stata confermata sul red carpet della première internazionale (e dalla didascalia finale del lungometraggio).
Arriverà quindi un seguito, sempre se il pubblico risponderà in maniera positiva, al contrario di quanto accaduto con la critica.
Michael era stato pensato per essere un altro film. Secondo Variety, già alcuni anni fa quando fu annunciato, la prima stesura durava oltre tre ore e iniziava e si concludeva circolarmente nel 1993, nel periodo delle accuse di molestie sessuali su Jordie Chandler ma anche della massima popolarità di Michael Jackson (era l’anno dello storico Halftime del Super Bowl).
Per motivi legali però, la storia di Chandler non può essere rappresentata al cinema né può esservi fatto riferimento. È per questo che l’intero terzo atto del film è stato riscritto e rigirato snaturando il progetto originale. Sempre per questioni legali, inoltre, a pochi giorni dall’uscita del film è stato confermato che in fase di montaggio finale la produzione è stata costretta a eliminare tutte le scene con Diana Ross (Kat Graham), comprese quelle su The Wiz.
Il risultato è un biopic di sola luce, senza ombre, che preferisce strappare via del tutto una parte consistente della biografia di Michael Jackson pur di far uscire il film e mantenere il controllo sulla narrazione.
La trama, quindi, ha dovuto trovare un nuovo appiglio. Nessun evento grave o spartiacque, nessun racconto degli anni più oscuri ma piuttosto il racconto umano e personale di un figlio diverso che cerca di emanciparsi dal padre-padrone, Joe. Questo percorso emotivamente difficile viene scandito (ma si ripete anche sempre uguale a se stesso) attraverso la sequenza delle tappe creative della carriera dell’artista, dal debutto con i Jackson 5 fino al Victory Tour e che si conclude nel 1984 con la scena dell’addio inaspettato – dal palco – al gruppo composto dai suoi fratelli. L’impressionante chiusa è dedicata alla “Bad Era”, con un piccolo salto temporale (1988). In mezzo, due dei più grandi album della storia, “Off The Wall” e “Thriller”.
La prima cosa da riconoscere di fronte a un film come Michael è la parzialità dello sguardo. Si tratta di un film voluto dalla maggior parte dei fratelli, anche se spicca l’assenza di Janet Jackson, che non ha partecipato nemmeno alle anteprime. Non è una versione fedele alla verità di Michael Jackson, anche perché ormai impossibile da ottenere. È piuttosto un’operazione di marketing studiata per concedere ai fan un paio d’ore con il Re del pop e la sua musica. E per rivendicare, se mai ce ne fosse bisogno, l’appartenenza di Michael Jackson alla cultura nera statunitense.
Il Michael Jackson interpretato dal nipote Jaafar Jackson è un “proud black man”, e lo dice nel film. È un uomo nero e fiero di esserlo, che abbatte le barriere, concrete o metaforiche, dell’industria discografica. È il primo artista nero a essere trasmesso su MTV, è il primo a raggiungere la vetta della classifica unificata tra musica black e musica pop negli Stati Uniti (che proprio lui ha contribuito a unificare con il suo successo) ed è un “proud black man” nonostante le sue trasformazioni estetiche.
E se la rappresentazione del primo intervento al naso viene costruita come una forma di ribellione nei confronti del padre, il racconto della vitiligine così come del tragico incidente sul set dello spot Pepsi, da cui inizia la sua frequente ricorrenza alla chirurgia, non sono aneddoti casuali o di poco conto. Sono parte del peso che porta come uomo, prima che come artista. Sono tasselli di un mosaico più grande che vuole correggere la percezione di Michael Jackson nella pop culture, riposizionandolo nel suo reale contesto socio-politico, che comunque non è mai stato invisibile. Solo che noi eravamo troppo impegnati e impegnate a ballare per notarlo.
Michael è un film che può piacere solo ai fan. È un appuntamento con la memoria, con il ricordo di chi si è stati, ascoltando le sue canzoni per la prima volta. Ed è una celebrazione assoluta, apologetica del Re del pop. Questo non lo rende un biopic meno vero o meno sincero, però certamente parziale. Rispetta e segue una verità filtrata dallo sguardo della famiglia, che sceglie in che modo ritrarlo. Ma la sua versione della storia non sarà mai completa.
A noi non resta che accogliere questo ricordo, andando piuttosto a riscoprire chi siamo oggi riascoltando per l’ennesima volta Thriller e Beat It. Questa volta, però, condividendo ogni nota in una sala cinematografica, insieme.
Redazione Framed Magazine

OGGI, Venerdì 19, alle ore 19,00, nel comfort di una sala climatizzata a impatto zero e col biglietto a € 3,50 grazie al...
19/06/2026

OGGI, Venerdì 19, alle ore 19,00, nel comfort di una sala climatizzata a impatto zero e col biglietto a
€ 3,50 grazie all'iniziativa CINEMA REVOLUTION
"HEN - STORIA DI UNA GALLINA" di György Palfi

Ci sono film che incuriosiscono già dal titolo. Altri, invece, bastano pochi secondi di trailer per farci pensare: “Questo vogliamo proprio vederlo”.
“Hen – Storia di una gallina”, nuovo film del regista ungherese György Pálfi, appartiene a questa seconda categoria.
Presentato come una “piccola grande odissea di un’eroina con le piume”, il film sembra partire da una premessa quasi surreale: una gallina fuggita da un allevamento intensivo diventa protagonista assoluta di un racconto che mescola commedia, dramma, avventura animale e metafora sociale. Ma dietro quella che potrebbe sembrare una trovata bizzarra, si intravede subito qualcosa di più profondo: uno sguardo laterale sul mondo, capace di spostare il centro della narrazione dagli esseri umani a una creatura apparentemente marginale.
La protagonista è una gallina dalle piume nere che, dopo essere scampata al destino industriale dell’allevamento, trova rifugio nel cortile di un ristorante fatiscente. Qui scopre l’amore, affronta le gerarchie del pollaio, cerca un luogo dove deporre le uova e finisce, suo malgrado, dentro una vicenda umana molto più oscura: una rete clandestina di traffico di migranti. L’avventura della gallina diventa così un modo inatteso per parlare di disuguaglianze, ingiustizie e responsabilità morali.
La cosa più interessante, almeno da quello che emerge dalla sinossi e dalle note di regia, è proprio il ribaltamento del punto di vista. Pálfi non usa l’animale come semplice elemento comico o decorativo. Al contrario, costruisce il film immaginando che l’essere umano possa diventare “la trama secondaria” del racconto. È una scelta narrativa molto forte, quasi politica: osservare la tragedia degli uomini attraverso la piccola, concreta, ostinata sopravvivenza di una gallina.
Il regista parla infatti di una storia stratificata, costruita come un ologramma, in cui il destino dell’animale e quello dell’uomo procedono su piani diversi ma inseparabili. La pace fragile dell’esistenza della gallina incontra la tragedia delle vite umane, trasformando il film in una riflessione sul ruolo di chi assiste agli eventi senza esserne apparentemente responsabile.
A rendere il progetto ancora più affascinante è la scelta produttiva: nessuna gallina creata in CGI, nessun animale generato con intelligenza artificiale. Pálfi definisce il film “completamente organico”. Per interpretare un’unica protagonista sono state utilizzate otto galline diverse, addestrate per mesi, ognuna con capacità specifiche: chi era più brava a correre, chi a beccare, chi a restare immobile, chi a saltare o a muoversi lentamente.
È un dettaglio che, oggi, colpisce particolarmente. In un momento in cui il cinema e l’audiovisivo stanno esplorando sempre più spesso il rapporto con CGI, virtual production e intelligenza artificiale, “Hen – Storia di una gallina”sembra andare nella direzione opposta: costruire l’artificio cinematografico partendo dalla materia viva, dall’imprevedibilità degli animali, dal limite fisico della ripresa. Anche questo, forse, contribuisce alla sensazione di originalità che arriva dal trailer e dalla sinossi.
Il cast umano comprende Ioannis Kokiasmenos, Maria Diakopanagioti, Argyris Pantazaras, Eleni Apostolopoulou, Mahamod Bamerny, Antonis Tsiotsiopoulos e Antonis Kafetzopoulos, ma il vero cuore del film resta il gruppo di galline protagoniste: Eszti, Szandi, Feri, Enci, Eti, Eniko, Nora e Anett. Una scelta che sembra trasformare il set in un dispositivo narrativo fuori dagli schemi, dove gli attori umani devono quasi adattarsi alle regole imposte dalla protagonista non umana.
György Pálfi non è nuovo a un cinema anticonvenzionale. Autore di film come “Hukkle”, “Taxidermia”, “Final Cut – Ladies & Gentlemen” e “Free Fall”, Pálfi ha costruito negli anni un percorso visivo e narrativo radicale, spesso sospeso tra finzione, sperimentazione e osservazione del reale. Anche per questo “Hen – Storia di una gallina” sembra inserirsi perfettamente nella sua filmografia: un film che parte da un’idea apparentemente semplice, quasi assurda, per aprire una riflessione più ampia sulla convivenza tra specie, sulla responsabilità e sul modo in cui raccontiamo il mondo.
Il film, una coproduzione tra Germania, Grecia e Ungheria, ha già avuto un importante percorso festivaliero, passando tra gli altri dal Toronto International Film Festival, dove ha ottenuto il Platform Award, dalla Festa del Cinema di Roma 2025, dal San Sebastián International Film Festival, dal Tokyo International Film Festival e dal Thessaloniki International Film Festival. È nelle sale italiane dal 28 maggio, distribuito da Officine UBU.
Da quello che abbiamo visto e letto, “Hen – Storia di una gallina” sembra uno di quei film capaci di sorprendere davvero: originale senza essere soltanto eccentrico, ironico senza perdere profondità, tenero ma attraversato da un sottotesto politico e umano molto forte.
Una gallina che fugge, ama, lotta, protegge le sue uova e attraversa inconsapevolmente le tragedie degli uomini: forse è proprio da qui, da uno sguardo apparentemente piccolo, che il cinema può tornare a farci vedere il mondo in modo diverso.
Noi non vediamo l’ora di scoprirlo in sala.
Redazione ONOFF MAG

DOMANI, Sabato 20, alle ore 18,30, e Domenica 21 alle 16,00, nel comfort di una sala climatizzata a impatto zero e col b...
19/06/2026

DOMANI, Sabato 20, alle ore 18,30, e Domenica 21 alle 16,00, nel comfort di una sala climatizzata a impatto zero e col biglietto a € 3,50 grazie all'iniziativa CINEMA REVOLUTION
"IL PRIGIONIERO" di Alejandro Amenábar

È molto difficile inquadrare l’ultimo film di un regista poliedrico quale è Alejandro Amenábar per due differenti ragioni: la prima è il materiale stesso del racconto. Il contesto di riferimento è infatti storicamente accurato e verificato, mentre l’unica circostanza con particolare licenza poetica da parte del regista (e del romanzo cui si ispira) è proprio la tormentata relazione tra Miguel De Cervantes (Julio Peña) e Hasàn Bajà (un convincente Alessandro Borghi). Pertanto, la prima difficoltà è l’intreccio tra la reale vicenda storica (già di per sé complessa e articolata) e una relazione erotica – ma anche intellettuale – tra prigioniero e carceriere.
Non incorreremo qui in facili scorribande psicologiche, perché pensiamo che Il prigioniero (El Cautivo) – pur nelle sue imperfezioni – sia un film sulla libertà nella sua accezione più ampia, che va a toccare tanto la libertà intellettuale e religiosa, tanto quella relazionale, sia sul versante amicale che romantico ed erotico.
Prima di addentrarci nei filoni narrativi e tematici di questo lungometraggio, facciamo cenno alla seconda difficoltà, frutto dell’avvicendarsi di momenti più autoriali a momenti di ricerca mainstream in cui si intravede un tentativo di entrare in contatto con un pubblico più vicino al dramma d’amore che a quello storico, intellettuale e biografico. In sostanza, un’operazione che sembra tradire la legittima e giusta ricerca di una sintesi tra cinema colto e cinema mainstream, che però risulta incompleta, seppur interessante.
Volendo sintetizzare, le due difficoltà de Il prigioniero sono legate all’integrazione tra la vicenda storica della prigionia di Cervantes ad Algeri e la parallela storia erotica con il Bajà e quindi, alla ricerca di una sintesi formale, narrativa e registica tra l’anima più marcatamente autoriale del film e quella più popolare ed erotica.
Appare invece abbastanza pretestuosa ogni polemica sul fatto che la relazione erotica sia tra due uomini. La libertà che Amenabàr decide di esercitare in sede di sceneggiatura, infatti, ha a che fare con una parte privata (e sentimentale) della vita del letterato che ci è dato conoscere solo del tutto parzialmente dai resoconti storici e che ci porterebbe fuori da quello che è il vero perno del film, ovvero il tema della libertà, in tutte le sue sfaccettature.
Nei 134 minuti de Il prigioniero ci sono molti aspetti che meriterebbero attenzione. Dal contesto storico accuratamente descritto (anche nelle scenografie e nei costumi), alla presenza dello studioso Padre Antonio De Sosa (interpretato da Miguel Rellàn) – che realmente raccolse nei suoi scritti gli usi e i costumi dei corsari arabi del Nord Africa – alla psicologia dei diversi compagni di prigionia di Miguel, tra cui spicca un ecclesiastico (Blanco De Paz) solo apparentemente ligio alla cristianità, così come un ruolo speciale spetta ai frati, unica porta per i prigionieri per ottenere il riscatto ed essere liberati dal Bajà.
Uno degli aspetti che si ritrova maggiormente nei lunghi dialoghi è quello dell’abiura, termine oggi desueto, ma che all’epoca era più che usuale. Abiurare all’interno di uno scontro religioso quale quello tra arabi e cristiani voleva dire nell’uno o nell’altro caso rinnegare la propria fede per abbracciarne un’altra; nel celebre caso di Galileo Galilei, ad esempio, questo termine veniva utilizzato per richiedere il diniego delle proprie teorie filosofiche e scientifiche e – pur spostando l’asse dalla religione alla filosofia (e alla scienza) – il termine tradiva sempre la connotazione negativa di rinnegare sé stessi in cambio della propria vita o del proprio benessere materiale.
Il tema della prigionia è ne Il prigioniero fortemente legato alla coscienza interiore dei singoli personaggi: ci sarà chi si venderà (o si è venduto in passato) per aver salva la vita o per giungere alla ricchezza e invece chi sopporterà – come Cervantes – le continue umiliazioni pur di non tradire sé stesso. Cervantes inventa, crea – a volte manipola la realtà – ma non tradisce mai sé stesso e neppure i suoi amici, anche quando cede alle lusinghe del Bajà (un ottimo Alessandro Borghi cui sarebbe davvero difficile dire di no).
Pur in un film imperfetto, Alejandro Amenàbar riesce a far luce sulla biografia di Miguel De Cervantes, rappresentando una lotta per la libertà in condizioni difficilissime, con il solo uso della parola e della propria forza interiore.
Tra tutte le scene, forse le più espressive sono proprio quelle in cui Miguel è libero di uscir fuori dal palazzo – anche per poche ore – e visitare con occhi pieni di stupore la città di Algeri. Il regista riesce ben a raffigurare il desiderio semplice di libertà: la catena al piede spezzata, i colloqui con i mercanti, il desiderio di scoprire una cultura diversa, senza, tuttavia, smarrire sé stessi. Per concludere, la storia sentimentale e quella di formazione biografica non sempre si armonizzano, ma il messaggio sulla libertà di coscienza e sull’importanza dell’arte e della parola echeggia attraverso il lungometraggio in maniera chiara e palpabile.
Sarà Gallaccio, Amburgo Movies

Mercoledì 24 alle ore 21,00, ci facciamo l'ultima (proiezione)?"BRENTA CONNECTION" di Cristian Tomassini La commistione ...
19/06/2026

Mercoledì 24 alle ore 21,00, ci facciamo l'ultima (proiezione)?
"BRENTA CONNECTION" di Cristian Tomassini

La commistione nel titolo del toponimo local con un termine volutamente internazionale fa da antifona alla scelta di accostare il dialetto veneto a un inaspettato inglese come lingue preponderanti del film, egualmente sottotitolate. Il risultato è intenzionalmente comico e tratteggia il tono di un film che da subito si dimostra figlio di una evidente capacità tecnica, ma senza mai prendersi troppo sul serio.
Il film inizia in notturna, in un allevamento di bovini illuminato dalle luci al neon, con il personaggio di Romano (la cui credibilità è tutta dono di Silvio Comis) che si aggira guardingo con un fucile a canne mozze a caccia del nemico, la volpe. Tutto nella norma finché lo squillo di un telefono lo distoglie dalla sua preda: è Bruno (Valerio Mazzucato), che nella placida confusione indotta dall’alcol va ripetendo di aver trovato un tesoro. Da questo momento si innesca una serie di eventi quasi casuali che coinvolgono personaggi provenienti da mondi distanti, ma i cui percorsi narrativi inaspettatamente convergono in un mix di comicità e caos organizzato, di cui Tomassini tiene magistralmente le fila dall’inizio alla fine.
Ne risulta un prodotto sicuramente originale, volto a inaugurare un genere pulp di provincia che in Veneto non ha precedenti. Tratti distintivi? Commedia e grottesco, dialetto e sfumature noir, in un progetto di regia e con scelte di fotografia sempre all’altezza dell’intento.
Non sfugge mai un tempo comico, non scavalca mai un gradino nel climax della sceneggiatura: così “Brenta connection” intesse una rete intorno allo spettatore che vuole solo arrivare a conoscere l’epilogo degli eventi, senza per questo dover rinunciare all’ilarità che progressivamente scuote la sala.
La comicità è uno degli elementi centrali di questo lungometraggio: risponde innanzitutto all’esigenza di intrattenimento e catalizza l’attenzione, è un elemento dal forte potere dissacratorio, spesso lo spettatore ride per le peculiarità regionali in cui egli stesso si riconosce, ma allo stesso tempo irridendole ne prende le distanze, con un effetto catartico e liberatorio. Ma in “Brenta connection” dopo l’esplosione della risata subentra il sorriso, a testimonianza di un piano interpretativo più sottile: lo stile da film poliziottesco all’italiana è una scelta curata, l’assurdità degli inseguimenti a bordo di Fiat Panda e camion dei rifiuti è un occhiolino strizzato allo spettatore e lo sviluppo sapiente di una sceneggiatura in cui la coralità non frammenta, ma rinsalda il filo narrativo porta ad uscire dalla sala soddisfatti, intrattenuti e divertiti.
Elisa Bolzan, Non solo Cinema

Da OGGI, Venerdì 19 giugno, aderiamo a CINEMA REVOLUTION, l'iniziativa che fino al 20 settembre, consente di vedere tutt...
19/06/2026

Da OGGI, Venerdì 19 giugno, aderiamo a CINEMA REVOLUTION, l'iniziativa che fino al 20 settembre, consente di vedere tutti i film ITALIANI ED EUROPEI al costo ridottissimo di € 3,50.

Auguri a JEAN DUJARDIN che oggi compie 54  anni (Rueil Malmaison, Francia, 19 giugno 1972).Mentre molti erano scettici d...
18/06/2026

Auguri a JEAN DUJARDIN che oggi compie 54 anni (Rueil Malmaison, Francia, 19 giugno 1972).
Mentre molti erano scettici di fronte all'idea di Michel Hazanavicius di realizzare un film muto nell'era del 3D, Hazanavicius stesso, invece, aveva una sola certezza: quel film, che si sarebbe intitolato The Artist, avrebbe avuto come protagonista Jean Dujardin. Non ha avuto dubbi sul personaggio da affibbiargli. Solo Dujardin poteva incarnare un gentiluomo di tanti decenni fa, conquistandosi un posto nella Storia del Cinema e nelle generazioni a ve**re che avranno modo di conoscerlo e apprezzarlo per la mimica facciale e per quella recitazione non comune. Reso nel migliore dei modi il ruolo dell'attore del cinema muto George Valentin, Jean Dujardin è arrivato dove molti attori avrebbero voluto, perché tutti quelli che vogliono fare questo mestiere si sono identificati almeno una volta con un attore di quegli anni. Il motivo? Essi sono archetipi cinematografici che non passeranno mai di moda. Non si tratta solo di roba per cinefili, si tratta di una passione.
Jean Edmond Dujardin nasce il 19 giugno 1972 a Rueil-Malmaison, sul'Hauts-de-Seine, in Francia. Dopo essersi laureato in filosofia e arti visive, inizia a lavorare come fabbro, ma interrompe la professione per svolgere il servizio militare. Ed è proprio quando è un soldato che scopre il suo talento di comico, intrattenendo con barzellette, imitazioni e battute il suo battaglione. Tornato alla vita civile, si trasferisce a Parigi dove comincia a buttare giù qualche sketchs e alcuni monologhi umoristici che reciterà nei bar e nei piccoli teatri della capitale. Non passa molto tempo dalla fondazione del gruppo comico La Bande du Carré Blanc che lo avvicina ad attori come Éric Collado, Emmanuel Joucla, Éric Massot e Bruno Salomone già conosciuti con il nome di Le Carré Blanc. Il gruppo cambierà nome in Nous C Nous e metterà in scena alcuni spettacoli, facendosi riconoscere per la parodia delle boys bands molto in voga all'epoca. Saranno talmente apprezzati da essere invitati a partecipare regolarmente alla trasmissione "Fiesta" di Patrick Sébastien, su France 2 e, fra il 1997 e il 1998, a "Graines de star" su M6. Chiusa l'esperienza con i Nous C Nous, Jean Dujardin continua a lavorare con Bruno Salomone a dei piccoli sketchs per la trasmissione "Farce Attaque" di Luc David, Francis Duquet e Fabien Sarfati su France 2. Intanto, viene scelto per recitare accanto ad Alexandra Lamy nella miniserie di estremo successo Un gars, une fille, sempre trasmessa su France 2, dall'ottobre 1999 al giugno 2003. Un gars, une fille non è altro che la versione d'oltralpe del nostrano Love Bugs. I due interpretano Jean e Alexandra, ribattezzati Chouchou (lei) e Loulou (lui). 486 episodi di sette minuti che gli permetteranno di solidificare il suo successo, ma anche di trovare la donna della sua vita. Per l'appunto, Alexandra Lamy.
Dopo il cortometraggio di Ruben Alves e Hugo Gélin À l'abri des regards indiscrets (2002) e alcune comparsate - Ah! Se fossi ricco (2002) di Gérard Bitton e Michel Munz, accanto a Valeria Bruni Tedeschi e Richard Berry, e Vendette di famiglia (2003) - Valérie Guignabodet lo sceglie per recitare in quello che sarà il suo film di debutto Mariages! (2004), cui seguirà Brice de Nice (2005), incentrato totalmente su uno dei personaggi dei suoi sketchs con i Nous C Nous più amati dagli studenti (visto che è una loro imitazione). È un successo al box office.
Nel 2007, viene scelto da Michel Hazanavicius per interpretare la parodia francese di James Bond, l'agente OSS 117 in due film: OSS 117 - Le Caire, nid d'espions (2007) e OSS 117 - Rio ne répond plus (2009). Entrambi i film sono campioni d'incassi e Dujardin ottiene una candidatura ai César come miglior attore.
Capace di passare da un registro comico a uno drammatico, in Contre-enquête (2007) veste i panni di un poliziotto che indaga sull'omicidio e lo stupro della propria figlia di dieci anni e in 99 francs (2007) quello di un pubblicitario disilluso e depresso uscito dalle pagine del libro omonimo di Frédéric Beigbeder.
Nel 2007 diventa produttore e recita in una serie di corti intitolati Palizzi, nel quale ha il ruolo principale di Arsène Mosca. Dopo il successo della serie viene scelto per recitare in un piccolo ruolo accanto a Jean-Paul Belmondo in Un homme et son chien (2008) di Francis Huster. Nel 2009, indossa invece il cappello di Lucky Luke nel film omonimo diretto da James Huth (ma scritto dallo stesso Dujardin), accanto a Alexandra Lamy, Sylvie Testud, Michaël Youn e Daniel Prevost. L'anno successivo, è Charles Faulque nel film Le Bruit des glaçons di Bertrand Blier, accanto a Albert Dupontel, Anne Alvaro, Myriam Boyer e Audrey Dana, poi è sul set di Un balcon sur la mer di Nicole Garcia, accanto a Sandrine Kiberlain, Maria-Josée Croze e la nostra Claudia Cardinale. Suo il ruolo di Marco, un uomo che ritrova il suo amore adolescenziale e cerca di riconquistarla ad ogni costo.
Diretto da Guillaume Canet in Les petits mouchoirs, ritorna poi fra le mani di Hazanavicius in The Artist (2011), accanto a Bérénice Béjo, John Goodman, James Cromwell e Penelope Ann Miller. Il film, che rende omaggio al cinema muto degli Anni Venti, si guadagna il Concorso a Cannes, mentre lui riceve dalle mani di Catherine Deneuve il premio per l'interpretazione maschile. Ma è solo il primo fra i molti premi che riceverà per il ruolo dell'attore George Valentin, fra i quali spiccano lo Screen Actors Guild Awards e un Golden Globe come miglior attore, diventando il secondo attore francese a essere nominato a quest'ultimo premio dopo Gérard Depardieu (1991, Green Card - Matrimonio di convenienza). A queste, si aggiunge l'Oscar come miglior attore protagonista. In seguito lavorerà ancora a Hollywood per il film di George Clooney The Monuments Men. In seguito si farà notare nel film di Scorsese con DiCaprio The Wolf of Wall Street e come protagonista del film French Connection. Nel 2015 è protagonista della commedia di Laurent Tirard Un amore all'altezza e nel 2018 de Il ritorno dell'eroe, ancora una volta diretto da Tirard.
Diretto da Polanski ne L'ufficiale e la spia (2019), da Guillaume Canet in Piccole bugie tra amici (2019) e da Quentin Dupieux in Doppia pelle (2019), sarà poi protagonista di Agente Speciale 117 al servizio della Repubblica - Allarme Rosso in Africa Nera (2021) di Nicolas Bedos. Nel 2022, la sua nuova interpretazione in Novembre - I cinque giorni dopo il Bataclan e nel 2023 recita in A passo d'uomo di Denis Imbert.
Come regista ha firmato il film Gli infedeli (2012), film collettivo che porta anche la firma di Emmanuelle Bercot, Fred Cavayé, Alexandre Courtes, Hazanavicius, Eric Lartigau e Gilles Lellouche, in cui ha anche recitato.
Il 25 luglio 2009, sposa l'attrice Alexandra Lamy, ma Dujardin era già padre di due bambini, Simone e Jules, da una precedente relazione. Finito il matrimonio con la Lamy, si fidanza nel 2014 con la pattinatrice Nathalie Péchalat.

Auguri a KATHLEEN TURNER che oggi compie 72  anni (Springfield, Missouri, USA, 19 giugno 1954).Kathleen Turner è un'attr...
18/06/2026

Auguri a KATHLEEN TURNER che oggi compie 72 anni (Springfield, Missouri, USA, 19 giugno 1954).
Kathleen Turner è un'attrice statunitense divenuta celebre per aver recitato in film iconici come "Il giardino delle vergini su***de" di Sofia Coppola o "Chi ha incastrato Roger Rabbit"
Bocciata per scarso fascino dai produttori della serie “The Doctors”, in onda alla fine degli Anni Settanta, Kathleen Turner ha saputo dimostrare ai suoi detrattori di essere in grado di realizzare una carriera cinematografica che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Figlia di due diplomatici, trascorre i primi anni di vita in quattro paesi diversi (Canada, Cuba, Venezuela e Regno Unito). Dopo la morte del padre, nel 1972, torna a vivere negli Stati Uniti.
Da giovanissima pratica la ginnastica artistica con buoni risultati. Dopo aver studiato a Londra, oltre che in una scuola superiore, anche alla Central School of Speech and Drama, in America si iscrive alla Southwest Missouri State University di Springfield, per passare in seguito alla University of Maryland.
Inizia la carriera cinematografica, diventando immediatamente una star grazie al ruolo di protagonista di “Brivido caldo” (1981), considerato uno dei film più sexy della storia e, fin dai primi degli Anni Ottanta, appare in una serie di produzioni grazie alle quali riesce a dare prova delle sue doti attoriali. Nel 1985 la vediamo con Jack Nicholson, nel film di John Huston “L’onore dei Prizzi”, mentre l’anno dopo è diretta, insieme a Nicolas Cage, da Francis Ford Coppola in “Peggy Sue si è sposata”.
Tuttavia uno dei sodalizi artistici più fortunati è quello con Michael Douglas, insieme al quale recita nell’avventuroso “All’inseguimento della pietra verde” (1984), e nel successivo “Il gioiello del Nilo” (1985), dando vita ad una delle coppie brillanti più divertenti dei film di quel periodo (in entrambi i lungometraggi lavora anche Danny De Vito). Indimenticabile, sempre accanto a Douglas e a Danny De Vito, la sua partecipazione a “La guerra dei Roses” (1989), una “tragicommedia” che racconta la storia di un divorzio, a dir poco “movimentato”, tra due coniugi arrivati ai ferri corti dopo 20 anni di matrimonio, che pur di non lasciare la casa, faticosamente costruita negli anni, si danno battaglia fino a una conclusione del tutto inaspettata.
Attiva anche come doppiatrice, nel 1988 la Turner ha prestato la voce a Jessica Rabbit nella versione originale di “Chi ha incastrato Roger Rabbit” (sebbene non sia stata menzionata nei titoli) ed in seguito ha partecipato come “guest voice” ad una puntata de “I Simpson”. Sempre nel 1988 è nel cast, insieme a William Hurt, di “Turista per caso” di Lawrence Kasdan.
Nel 1992 le viene diagnosticata l’artrite reumatoide. Sparita quasi del tutto dalle scene, dopo aver interpretato “La signora ammazzatutti” (1994), è stata guest star di alcuni episodi della serie televisiva “Friends”, dando vita al padre travestito di Chandler Bing. Alla fine del 1999 Kathleen viene ricoverata in una clinica in Pennsylvania per abuso di alcool, anche se quell’anno lavora nel film di Sofia Coppola “Il giardino delle vergini su***de”. Nel 2000 si dà alla carriera teatrale mettendosi alla prova con il ruolo di Mrs. Robinson nelle repliche londinesi de “Il Laureato”; mentre nel 2005, sfruttando anche l’effetto che i suoi duemali hanno avuto sulla sua bellezza, interpreta in maniera straordinaria il ruolo di Martha nella commedia “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Edward Albee, messa in scena a Broadway.
Nel 2008 l'abbiamo vista in un piccolo ruolo nella divertente commedia con Jennifer Aniston e Owen Wilson "Io & Marley". Nel 2010 invece è nel film "Shrinking Charlotte" di René Eram. Successivamente l'abbiamo vista in The Perfect Family di Anne Renton (2011), Nurse - L'infermiera di Douglas Aarniokoski (2013),
Scemo & + scemo 2 di Peter e Bobby Farrelly (2014) e in un certo numero di serie televisive.
La Turner ha convissuto con l'agente artistico David Guc tra il 1977 e il 1982 e attualmente è sposata con l'agente immobiliare di New York Jay Weiss. Dalla loro unione nel 1987 è nata una figlia. Nel 2005 ha dichiarato di voler lasciare New York per trasferirsi in Italia e in Inghilterra, motivando così la sua scelta "In Europa prendono in maggior considerazione tutta la carriera, tutto il tuo lavoro, e non solo l'aspetto attuale. In Italia credo che le donne della mia età siano più rispettate". L'attrice ha scelto la cittadina di Alatri nel Lazio per la sua residenza italiana.
Daria Ciotti, Eco del Cinema

Indirizzo

Borgo Scroffa, 20
Vicenza
36100

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