18/09/2026
LA NOSTRA CITTÀ È ANTIFASCISTA!
In questi ultimi mesi la nostra città è finita al centro dell’attenzione di partiti di governo, organizzazioni di estrema destra e influencer divulgatori di intolleranza e razzismo.
Un’offensiva che viene da lontano ma che ha subito un’accelerazione a partire dalle ultime elezioni con gli attacchi di stampo razzista e discriminatorio nei confronti dei candidati di origine bengalese poi estesi in generale a tutti i nuovi cittadini.
Questa lunga spirale d’odio ha visto il suo culmine negli ultimi giorni. Essa, tuttavia, non è destinata a fermarsi e sbaglieremmo a pensare sia solo funzionale allo scontro politico in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.
Campagne simili inondano i social con il sostegno dei padroni dell’algoritmo. Un’onda nera che dagli Usa di Trump fino all’ Europa si alimenta giorno per giorno di messaggi di odio che indicando di volta in volta il nemico da colpire nei migranti, nei nuovi cittadini, nei giovani, nei precari, nei più poveri ed emarginati.
Un fenomeno su scala globale che parla gli stessi linguaggi ma che è ben radicato nelle dinamiche sociali delle nostre città sempre più simili anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza.
Questa permanente campagna di odio ed intolleranza opera un continuo ribaltamento della realtà: non indica mai come vero responsabile il sistema economico neo liberale, ma scarica la colpa sempre verso il basso. E’ proprio questo modello di sviluppo insostenibile a condannarci a una società impoverita dai tagli al welfare e dall’aumento delle spese militari, dall’assenza di politiche abitative pubbliche e da un lavoro povero e precario. Si tratta di una massiccia offensiva globale che tuttavia si nutre di problematiche saldamente radicate nei nostri quartieri.
In questo contesto la nostra città, che per dimensioni, non può essere certo paragonata ad una grande metropoli, è diventata da alcuni anni un palcoscenico nazionale per politiche e narrazioni securitarie diventando un obiettivo perfetto per le incursioni di politici xenofobi, opinionisti ed influencer dell’intolleranza e dell’odio che, ormai anche nel nostro paese, assumono le sembianze di vere e proprie ronde di picchiatori come quelli visti in azione a Venezia sabato scorso.
Esiste un tema e una pratica importantissima che è contendere le piazze e le strade dei nostri quartieri e sbarrare il passo a chi pensa di usare la violenza e la prevaricazione verso i più deboli. E questa città è stata in grado di farlo per anni. Ne è un esempio la mobilitazione antifascista dello scorso aprile che ha visto centinaia di giovani determinati impedire il corteo dei neofascisti di Forza Nuova a Mestre.
Esiste però un altro nodo cruciale che non è scindibile da questo. Come arginare e disarticolare la propaganda e la costruzione di discorso che queste campagne costruiscono giorno per giorno, che si nutrono nei social ma che si sedimentano in larghe fette della popolazione.
Crediamo infatti che appellarsi solamente all’antifascismo e alla resistenza, come se fossero valori assoluti che non hanno bisogno di essere costantemente ri-significati, non possa rappresentare una risposta efficace. Al massimo ci consegna al ruolo di testimonianza, del tutto inutile davanti alle trasformazioni che stiamo vivendo.
L’antifascismo vive solo se rappresenta una risposta concreta, e non solo ideale, ai problemi che le fasce più povere e vulnerabili della popolazione vivono. Vive se parla di reddito, di precarietà, di diritto alla casa, di servizi, di lotte che trasformino i nostri quartieri abbandonati al degrado in luoghi belli da vivere ed inclusivi, se parla di una scuola che metta al centro gli studenti e che non sia invece una fabbrica dove si insegna ad ubbidire e a farsi sfruttare, se parla di città capaci di resistere alla crisi climatica e che mettano al primo posto la salute e l’ambiente.
Questo però si può fare riconoscendo il fatto che la realtà e i problemi di chi vive nei quartieri popolari sono veri e reali. Non sono percezioni ma una realtà drammatica con cui si è costretti a convivere quotidianamente che si tratti di case pubbliche abbandonate o di piazze di spaccio del crack.
Negli ultimi anni, tuttavia, la nostra realtà urbana è diventata anche un laboratorio di sperimentazione e di lotta di chi pensa che non possiamo rimuovere le problematiche reali che esistono minimizzandole ma che vanno affrontate nelle loro contraddizioni solcando fino in fondo terreni di battaglia ostici, complessi e contraddittori. Immaginare una società più giusta e una città inclusiva, libera, solidale e lottare per essa, non significa lottare solamente per avere più servizi di strada ma anche contendere ed espellere dai nostri quartieri le narco-organizzazioni che detengono le piazze di spaccio.
Significa lottare per una città che si fondi sull’inclusione di culture diverse, contro chi pensa di trasformarla nel teatro di una guerra di civiltà in nome di qualsiasi fondamentalismo.
Significa intrecciare le lotte e la costruzione di una risposta comune ai bisogni collettivi come dimostrano le tante esperienze che ogni giorno ricostruiscono comunità sostenendo con servizi autogestiti le fasce più deboli della popolazione.
Ecco per noi cosa significa immaginare e lottare per una città antifascista, per costruire la comunità della speranza contro la macchina dell’ odio e della paura.