16/12/2025
Il Bambino, iconografia evocativa: idealizzato, immobile e benedicente, promette il mantenimento della tradizione attraverso la solidità del cemento. Rassicurante. Anche la luce che emana é concreta e corposa, ferma. Il Divino rappresentato nella serenità della distanza dal vero.
Ma l’arte cos’è se non trovare la via d’uscita dalla superficie e andare a scovare il senso profondo delle cose? E l’artista é lo strumento dinamico dell’arte, quello che intuisce e mostra con naturalezza agli altri la vera essenza della cose, che crea ponti, dialoghi, relazioni. E la verità, in nuce, portata da questo Bambino, sta nella sua assenza di veli. Il corpo intero, completamente n**o eppure egualmente dignitoso… immagine quasi sacrilega o semplicemente libera? Andiamo avanti.
Il Bambino ha tracciato il suo percorso esplorando luoghi, interazioni ed età. Ha avuto tre vite, una per ogni luogo in cui é stato esposto. Ed il suo scultore, ogni volta, ne ha assecondato il destino, la missione (forse tra tutti gli scultori che abbiamo visto, quello che ha più compreso il senso di mostra l’arte, l’esperienza dell’interazione col paesaggio). Nato nell’ incoscienza, nero, assenza di colore, non - colore, lo stesso della vecchiaia e forse della morte. Contrario per sua natura agli stereotipi che lo narrano portatore di luce, al cospetto delle istituzioni ne decreta l’essenza, osservandone attonito la natura nelle reazioni del bambini e dei ragazzi, figli di una società che ha abbandonato deliberatamente il bello, che se la prendono con la sua inerme nudità. É distante dalla gente, proprio come il potere costituito, sulla sua piccola deliziosa pedana issata sul muretto, al confine della piazza. É sceso poi tra la gente, come appena nato: bianco, illusione di purezza infantile, verità dei colori tutti e loro assenza per eccellenza, eccesso di luce in odor di santità e di benzina. Pedana alta, ben piantata a terra sul ciglio della strada in cui quasi scompare, risucchiata la sua vitalità dal quotidiano feroce: strada, automobili, persone, fretta, sguardo rapido o forse assente, distrazioni di massa, distruzione di massa di quiete e sensibilità. Benedici il ritmo incalzante dei bisogni indotti. Pausa.
Eccolo adesso, in pieno sé stesso, che con la sua energia irradia e trasforma la rigida sobrietà delle strutture in cui suo malgrado è incastrato. Il dislivello si appiana e quasi sembra salire alla superficie, ad un passo dalla libertà, inondando di forza e d’amore, di passione contagiante. Il dialogo con il luogo adesso si fa casa: nel nido dolce e gentile dei rami accoglienti, un posto tranquillo in cui riposare, fermarsi, guardare, dialogare. Un bosco magico. L’infanzia davvero si raggiunge con la maturità delle passioni. E che potenza può avere il colore, e quanto amore si può generare dalla cura, dall’attenzione, dalla relazione! Finalmente ben radicata é la pedana e a misura di bambino, spazio in più per avvicinarsi, vi corrono le macchinine, inglobate dall’atmosfera magica degli ultimi raggi di sole prima della sera. Manine e piccoli corpi si muovono intorno, dialogano, anche a distanza, nel gioco, nell’immaginazione. Ecco il bambino, a suo agio, libero e n**o, potente e attraente che benedice la scelta coraggiosa dell’artista di confonderne i confini della prigione per liberarlo. E benedice la natura indomita del mondo e dell’umano sentire. Ecco il bambino, benvenuto nelle sue emozioni dirompenti e quiete (forse addirittura un impeto anarchico di autodeterminazione), nel suo vitale bisogno di relazione. Eccomi sono qui! Rosso acceso, non puoi non guardarmi! Fermati, siediti vicino. Se resti, io esisto oltre questi confini così rigidi e mi espando nel risuonare dell’amore, così tanto per gioco, tanto per vero.