16/11/2020
Vi propongo un altro racconto. Anche questo lo potete interpretare secondo la vostra sensibilità. Spero che vi piaccia !
LA GABBIA di Roberto Peloi
Sono una scimmia arrabbiata. Arrabbiata perché sono imprigionata in una gabbia di uno zoo. Arrabbiata perché faccio spettacolo agli umani. Arrabbiata perché i miei guardiani sono tutti delle canaglie ed io sbocco alla loro vista. Arrabbiata perché sono stata rapita e portata qui contro la mia volontà. Arrabbiata perché le mie compagne si sono adeguate e fanno le cretine per gli umani. Io no. Io se posso li danneggio. Se riesco faccio loro del male. Urlo e grido e loro dicono che sono impazzita, ma è l'unico modo per sentirmi viva. Per ricordare la savana dove sono nata. Io non posso dimenticare il Kilimangiaro. Non posso dimenticare che mi arrampicavo sugli alberi più alti per ammirarlo. Enorme e maestoso. La montagna più alta dell'Africa. Non posso dimenticare la lotta violenta e crudele per la vita che osservavo dall'alto. Non posso dimenticare il magnifico leopardo che mi voleva divorare. Non posso dimenticare la paura che mi atterriva quando venivo cacciata. Non posso dimenticare come mi lanciavo dagli alberi per fuggire. Lo spavento e la gioia di essere viva. Ma quella era la mia vita. Non quella finta di adesso. Ma quando quello stordito ha dimenticato di chiudere la gabbia ed è andato a fumarsi una sigaretta non ho esitato. Ero una furia. Mi sono lanciata come quelle volte e sono fuggita fuori da quelle maledette sbarre. Erano tutti impazziti là sotto a rimpallarsi la colpa. "Sei stato tu, no tu, è colpa tua, sei il solito rintronato". Umani del cavolo. Allora ho cominciato a ti**re le pigne. Quelle belle pesanti. E loro scappavano veloci come antilopi per paura di prenderle in testa. Uno ha tentato di arrampicarsi per ve**re a catturarmi con il lazo e la rete. L'ho centrato in pieno con una pigna. Urlava come un'anatra azzoppata mentre gli altri chiamavano l'ambulanza attaccati ai loro telefonini nuovi di zecca. Mi sento bene qui sopra. Ma non è l'Africa. Vedo i casermoni della città e le ciminiere delle fabbriche. Quei maledetti non mi avranno. Devono sudarsela alla grande. Una piccola scimmia arrabbiata ha messo in crisi il loro lager. Basta proprio poco per mandarli fuori di testa. Le mie compagne stanno zitte. Poverette. Mi fanno pena. Abituate ad una vita da schiave. A fare le sceme quando arrivano le famiglie coi bambini. A prendere al volo le noccioline per avere l'applauso. Il ta-ta-ta-ta- dell'elicottero mi mette in subbuglio. Come quando vedevo il leopardo appollaiato sul ramo che mi guardava con i suoi occhi gialli di morte. Quel motore ha un rombo di guerra. Sembra Apocalypse now. E' a dieci metri da me. Vedo la faccia da ebete dell'umano con i Rayban che mi osserva. Ha la stessa divisa di quelli che mi hanno rapita in Africa. Prende il fucile e me lo punta contro. Sento un "fluff" e la pallottola anestetica mi colpisce la zampa e non ricordo più niente.
Roberto Peloi
[email protected]