04/07/2025
100 anni dalla nascita di Patrice Lumumba
Il martire del Congo e l’orrore dell’imperialismo
Sono passati cento anni dalla nascita di Patrice Lumumba, primo ministro del Congo indipendente, simbolo incrollabile della lotta per la libertà e la dignità dell’Africa. Un uomo che sognava un Congo unito, libero dal giogo del colonialismo, giusto verso il proprio popolo. Un sogno che lo rese scomodo, troppo scomodo.
Per oltre ottant’anni, il Congo fu una colonia belga. Prima proprietà personale del re Leopoldo II, poi dominio diretto dello Stato belga, fu teatro di uno dei regimi coloniali più brutali della storia: 20 milioni di congolesi morirono sotto il peso del lavoro forzato, delle mutilazioni, della fame e del terrore. Il colonialismo belga non si limitò a sfruttare le risorse: distrusse culture, soffocò ogni aspirazione politica, ridusse un intero popolo in schiavitù.
In questo contesto nacque Patrice Lumumba. E proprio in questo contesto osò sognare la libertà.
Lumumba fu tradito, arrestato, umiliato, torturato e infine assassinato. Non da una giustizia, ma da un complotto internazionale orchestrato nel silenzio assordante della cosiddetta “comunità internazionale”. Il suo governo democraticamente eletto fu rovesciato con un colpo di Stato appoggiato e finanziato da Stati Uniti e Belgio, che temevano il suo spirito indipendente, la sua voce libera, il suo rifiuto dell’imperialismo.
La CIA aveva ordinato la sua eliminazione. Non riuscì a portare a termine l’assassinio direttamente, ma favorì e sostenne i suoi nemici interni, spalancando le porte al suo martirio. Fu nelle mani di questi burattini locali del potere coloniale che Lumumba trovò la morte: seviziato, picchiato, ucciso.
Ma la brutalità non finì lì. Fu Gérard Soete, ufficiale belga, a confessare l’indicibile:
“Ho tagliato Lumumba in 34 pezzi. Abbiamo sciolto il suo corpo nell’acido. Era notte fonda, ci siamo ubriacati per trovare il coraggio. L’odore era insopportabile. Mi sono lavato tre volte, ma mi sentivo ancora un barbaro.”
Solo pochi denti rimasero. Nessuna tomba. Nessun corpo da piangere. Solo l’eco straziante di una delle pagine più oscure della storia dell’Africa, e della barbarie coloniale travestita da civiltà.
Patrice Lumumba era la voce del popolo, la speranza di un continente, il volto della dignità africana. Per questo fu ucciso.
Lo sapevano bene i grandi rivoluzionari del mondo. Malcolm X disse di lui:
“Il più grande uomo nero che abbia mai camminato nel continente africano. Non aveva paura di nessuno. E proprio per questo dovevano eliminarlo.”
Che Guevara, commosso e indignato, lo definì:
“Un martire della rivoluzione mondiale.”
Ma nessuna parola fu più limpida, più coraggiosa e profetica di quelle pronunciate dallo stesso Lumumba, nel suo storico discorso del 30 giugno 1960:
“Abbiamo conosciuto il lavoro estenuante imposto per un salario che non ci permetteva né di mangiare a nostra fame né di vestirci, né di alloggiarci decorosamente, né di allevare i nostri figli come esseri amati. […] Abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, i colpi che dovevamo subire mattina, mezzogiorno e sera, perché eravamo dei ‘ne*ri’.”
Queste parole non sono solo memoria. Sono un atto d’accusa. Una condanna alla violenza coloniale e a quella che ancora oggi continua sotto forme diverse: estrattivismo, sfruttamento, guerre per procura.
Oggi, nel centenario della sua nascita, non basta ricordare Lumumba.
Dobbiamo denunciare.
Dobbiamo gridare al mondo che la sua morte non fu un incidente della storia, ma un crimine deliberato, il risultato di un sistema predatorio che ancora oggi continua a saccheggiare e uccidere.
Patrice Lumumba vive.
Vive nella memoria dei popoli che non si arrendono.
Vive nelle lotte di chi, ancora oggi, crede che l’Africa abbia il diritto di essere padrona del proprio destino.
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