01/10/2020
Máscara de ~
realizzata da Chiara Cosentino con cartapesta, colore acrilico e materiale di recupero.
Si dice che la Diablada sia nata a Oruro da una comunità di minatori, successivamente modificata dal sincretismo religioso e che oggi rappresenti la lotta tra il bene e il male. Gli indigeni della cultura Uru Chipaya veneravano una figura chiamata Huari, entità divina del sottosuolo, successivamente chiamato con il nome di Tío della mina, ovvero il signore della miniera che ora assume le fattezze di grande diavolo e che un tempo veniva venerato, insieme alla Pachamama, attraverso un singolare ballo nel quale si indossavano pellicce di animale.
Con l'arrivo degli spagnoli, gli indigeni iniziano a credere nell'esistenza del diavolo, di Dio, della Vergine Maria ma non abbandonarono mai la figura del Tío che per loro è un'entità totalmente diversa da quelle proposte dalla religione cristiana: è riconosciuto quasi come un padre che può essere affettuoso o punitivo nei confronti dei figli.
La leggenda racconta che un giorno Huari si accorse che il popolo orureño non lo venerava più perché adoravano un nuovo dio Pachacamac, creatore del cielo e della terra. Per riconquistare la fede dei minatori, Huari decise di avvicinarsi alla figlia del nuovo dio, il quale però non approvò e scatenò tutta la sua ira. Huari per tutta risposta, inviò quattro piaghe per sterminare degli Uru Uru: una vipera gigante, un'iguana gigante, un enorme rospo e un esercito di formiche. Il popolo orureño pregò la Ñusta, figlia di Pachacamac identificata con la Vergine Maria, la quale accorse in loro aiuto e sconfisse le piaghe spedendo nuovamente Huari nel sottosuolo.
Ogni anno questo mito viene rievocato nel Carnevale di Oruro quando gli uomini, travestiti da diavoli, ballano davanti alla Ñusta, ovvero Virgen del Socavón. I minatori però sanno che occorre venerare anche il Tío per placare ogni ira e perciò ogni lunedì si siedono intorno alla sua statua per bere birra, masticare coca e fumare si*****te. Fanno riti per chiedere protezione al Tío una volta scesi in miniera.
"A la ciudad de la mueven tres cosas: el baile, la música y la devoción"