E le materie sono il fango, il legno, il ferro, la poesia e gli uomini. A diciott’anni sulla collina torinese piantava manichini fosforescenti nel terreno, a testa in giù, e i contadini aravano attorno, seminavano, mietevano e ascoltavano la musica che scendeva dagli alberi e usciva dai boschi. Era la fine degli anni Sessanta ed era un gioco, una passione che il tempo non ha trasformato in mestie
re. Semplicemente arte, cioè ricerca, esperimento. L’arte, la ricerca hanno bisogno di una casa, di una bottega in cui vivere. Quella casa e quella bottega la trovano nella primavera del 1971. Si chiama Granserraglio. Richi lo fonda insieme a Gianna Franco, per venticinque anni l’altra anima del suo lavoro. E’ nei progetti del Granserraglio, nella sua alterità a ciò che è teatro definito, spettacolo di genere, installazione d’arte riconosciuta, che affonda le sue radici e trova le sue ragioni il Gran Teatro Urbano. Nasce nel 1996 con uno spettacolo di immagini enormi che ridisegnano una piazza, la mangiano e la restituiscono diversa agli occhi del pubblico. Non si può definire solo teatro, nè solo installazione, neppure evento. Non è classificabile. Questa è la strada: ciò che non è classificabile è ciò che fa il Gran Teatro Urbano. Sfonda muri, spalanca orizzonti, crea connessioni, mescola discipline. Gran Teatro Urbano è un bel nome, è una rampa di lancio per la fantasia. Fa capire che lo spazio scenico prescelto è l’intera città. Oltre che un bel nome, è una bella struttura. Più che una bella struttura è una grande idea: una Grande Visione d’Arte Urbana. All’origine di questa visione, l’arte come magia concreta e palpabile, come esplorazione della meraviglia e dell’impossibile, c’è Richi l’immaginifico. Da anni ha imparato a congelare il tempo, a usare gli attimi come fotogrammi. Da anni esplora quella che egli stesso ha ribattezzato drammaturgia della fissità. E’ pur sempre colui che ha interrato un aereo, un Mercury a reazione lungo trenta metri, e che ha sollevato in cielo una barca di luci. E’ come se sognasse di eternare la rosa, la bellezza, in tutti e cinque gli ambiti in cui ha scelto di operare: installazioni di teatro urbano, teatro di palcoscenico, illuminazione monumentale, illuminazione d’arte, progettazione di aree museali." Gian Luca Favetto
Parigi, aprile 1999