15/05/2026
LE BACCANTI AL TEATRO VASCELLO DI ROMA
Le Sette Muse ODV - Articolo a cura di Simona Paccione
15/05/26, 11:43
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Nel panorama del teatro contemporaneo, poche opere riescono ancora a
conservare intatta la propria forza originaria quanto Le Baccanti di
Euripide.
L’allestimento visto presso il Teatro Vascello di Roma ha restituito con
straordinaria intensità proprio questa dimensione primaria della tragedia: il
teatro come rito collettivo.
La messinscena firmata dalla compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa
Mimosa, nella riscrittura e regia di Marco Isidori, ha scelto di lavorare non
sulla ricostruzione archeologica del mondo greco, ma sulla materia viva
del teatro: il corpo dell’attore, la coralità, la tensione vocale e la forza
trasformativa del costume e della scena.
In scena: Marco Isidori, Paolo Oricco, Maria Luisa Abate, Valentina
Battistone, Ottavia Della Porta, Alessio Arbustini e Alessandro Bosticco.
Scene e costumi di Daniela Dal Cin.
Luci di Fabio Bonfanti.
Assistente alla regia Mattia Pirandello.
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L’elemento più potente dello spettacolo è apparso senza dubbio il coro.
Nelle Baccanti il coro non svolge una funzione narrativa secondaria: è il
cuore pulsante dell’opera. Le Menadi non osservano gli eventi dall’esterno,
ma ne diventano progressivamente il motore emotivo e rituale.
Lo spettacolo ha saputo valorizzare questa natura profonda del coro
trasformandolo in una vera entità collettiva. I movimenti scenici non
apparivano mai casuali: ogni oscillazione del corpo, ogni torsione, ogni
avanzamento nello spazio contribuiva alla costruzione di una presenza
quasi organica, come se il coro respirasse attraverso un’unica grande
voce condivisa.
Anche il linguaggio vocale è risultato particolarmente significativo. Le
parole non erano semplicemente pronunciate: venivano spezzate,
reiterate, stratificate fino a trasformarsi in materia sonora. In diversi
momenti la voce sembrava perdere la funzione discorsiva per diventare
ritmo, invocazione, trance.
Ed è proprio qui che lo spettacolo ha recuperato qualcosa di
profondamente vicino al teatro antico: la tragedia come esperienza fisica e
sensoriale prima ancora che narrativa.
Uno degli elementi più suggestivi dello spettacolo è stato il rapporto tra
costume, maschera e coralità.
I sette attori in scena indossavano una medesima tuta bianca con
cappuccio, essenziale e volutamente neutra. Sul cappuccio, mantenuto
inizialmente abbassato, era già incorporata la maschera scenica. Nel
momento in cui gli interpreti si trasformavano in coro, il gesto di sollevare il
cappuccio e calzare la maschera produceva una vera metamorfosi
teatrale.
La trasformazione avveniva direttamente davanti allo spettatore.
L’attore perdeva progressivamente individualità per entrare nella
dimensione collettiva e rituale delle Baccanti. La maschera non appariva
quindi come semplice oggetto scenico esterno, ma come presenza
latente già inscritta nel corpo stesso del performer, pronta a manifestarsi.
La scelta della tuta bianca contribuiva inoltre a creare un’immagine
astratta e perturbante. I corpi sembravano sospesi in uno spazio fuori dal
tempo, quasi creature rituali o anatomie sceniche attraversate dalla forza
dionisiaca del coro.
In questo meccanismo scenico il costume diventava dispositivo
drammaturgico attivo: non decorazione, ma strumento di trasformazione
identitaria.
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All’interno dell’impianto scenico volutamente essenziale, uno degli
elementi visivi più potenti era legato proprio alla figura di Dioniso.
Pur condividendo con gli altri interpreti la medesima tuta bianca, il dio
appariva immediatamente distinguibile grazie a un unico elemento:
vertiginosi stivaletti rossi con tacco e zeppa.
La scelta risultava scenicamente di grande efficacia.
Il rosso interrompeva la neutralità quasi clinica del bianco, introducendo
nello spazio scenico una presenza perturbante, seduttiva e
profondamente teatrale. Dioniso non aveva bisogno di un costume
sontuoso o dichiaratamente mitologico: bastava quel dettaglio per
renderlo altro rispetto agli esseri umani che lo circondavano.
Anche la verticalità innaturale della calzatura contribuiva alla costruzione
del personaggio. Il corpo di Dioniso appariva continuamente sospeso,
instabile, quasi sovrumano. La zeppa e il tacco alteravano la postura e il
movimento dell’attore, accentuando il carattere ambiguo e sfuggente della
divinità.
Il risultato era una figura capace di unire seduzione e minaccia, fragilità e
dominio, maschile e femminile, umano e sovrumano.
In questo senso il costume diventava pienamente drammaturgico: non
semplice caratterizzazione estetica, ma strumento capace di tradurre
visivamente l’essenza stessa di Dioniso, dio della trasformazione,
dell’ambiguità e del teatro.
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Uno dei momenti scenicamente più sorprendenti dello spettacolo
coincideva con la trasformazione di Penteo.
All’ingresso in scena del re, il personaggio appariva protetto da una
struttura costumistica assimilabile a un’armatura di cuoio, elemento che
restituiva immediatamente la rigidità del potere politico e della razionalità
repressiva incarnata dal sovrano tebano.
La superficie dell’armatura era attraversata da una complessa trama di
occhielli metallici e anelli, evocando insieme una corazza militare, un
busto anatomico e un dispositivo scenico rituale.
Durante la metamorfosi del personaggio, il coro interveniva direttamente
sul costume: gli attori afferravano gli anelli disseminati sull’armatura e
iniziavano a tirarli con forza. Da ciascun occhiello fuoriuscivano
lunghissimi nastri rosa che progressivamente invadevano la scena fino a
ricadere verso il pavimento.
Il risultato era visivamente ipnotico.
La trasformazione non avveniva attraverso un semplice cambio d’abito,
ma tramite una vera e propria decostruzione materiale del corpo del re.
L’armatura veniva letteralmente aperta, svuotata, disfatta dal coro, che
agiva come forza rituale incaricata di smontare l’identità politica e
maschile di Penteo.
I nastri rosa rompevano improvvisamente la rigidità del cuoio e
dell’apparato militare, introducendo nello spazio scenico una materia
fluida, morbida e instabile. Il potere si sfilacciava davanti agli occhi dello
spettatore.
Progressivamente, attraverso l’applicazione di enormi spalline a forma
d’aquila e una serie di sorprendenti soluzioni scenotecniche, l’armatura si
trasformava nel travestimento femminile del sovrano.
La metamorfosi non appariva quindi come semplice cambio costume, ma
come smontaggio simbolico dell’identità stessa di Penteo. Il corpo del re
veniva lentamente riscritto dalla macchina teatrale, fino a perdere ogni
rigidità iniziale.
In questa straordinaria soluzione scenografico-costumistica, il costume
diventava processo drammaturgico vivo: non semplice elemento estetico,
ma macchina teatrale capace di produrre la trasformazione stessa del
personaggio.
La scenografia appariva essenziale ma fortemente evocativa.
Il “Palazzo di Penteo” ideato da Daniela Dal Cin non era un semplice
fondale scenico, ma una vera struttura drammaturgica attraversata
continuamente dagli attori.
Gli interpreti la scalavano, la invadevano, la abitavano quasi fosse un
organismo vivente. Questo elemento scenico contribuiva a restituire il
progressivo collasso dell’ordine rappresentato da Penteo: il palazzo,
simbolo del potere e della razionalità politica, veniva costantemente
assediato dall’energia dionisiaca del coro.
La scelta di evitare una scenografia descrittiva ha inoltre lasciato grande
spazio alla presenza fisica degli attori, permettendo al gesto teatrale di
diventare il vero centro visivo dello spettacolo.
L’intero cast ha affrontato una partitura scenica estremamente
complessa, fondata su un equilibrio continuo tra voce, fisicità e tensione
emotiva.
La qualità interpretativa emergeva soprattutto nella capacità di mantenere
costante l’energia scenica senza mai perdere precisione tecnica. Ogni
attore sembrava parte integrante di una costruzione collettiva più ampia,
evitando qualsiasi individualismo performativo.
Particolarmente efficace la costruzione di Dioniso, figura magnetica e
inquietante, sospesa continuamente tra seduzione e minaccia. Accanto a
lui, Penteo appariva progressivamente svuotato delle proprie certezze
razionali, fino a diventare vittima del medesimo meccanismo di attrazione
che tentava di reprimere.
Il coro rappresentava infine il vero motore energetico dello spettacolo:
compatto ma mai statico, feroce e fragile insieme, capace di trasformare
la coralità in esperienza emotiva condivisa.
«…»
A più di duemila anni dalla sua composizione, Le Baccanti continuano a
parlare con sorprendente lucidità al nostro tempo. Euripide mette in scena
la paura del corpo collettivo, il rapporto tra potere e desiderio, il timore
verso ciò che non può essere controllato.
Lo spettacolo visto al Teatro Vascello ha saputo restituire questa
complessità senza semplificazioni, trasformando la scena in uno spazio di
tensione continua tra bellezza, inquietudine e rito teatrale.
Per chi si occupa di sartoria teatrale, costruzione scenica e ricerca sul
costume, questo allestimento rappresenta inoltre un esempio
particolarmente significativo di come costume, maschera e corpo
possano ancora oggi diventare drammaturgia viva e strumento di
trasformazione teatrale.
https://www.piazzavolontaria.com/le-baccanti-al-teatro-vascello-il…come-organismo-rituale-tra-corpo-costume-e-trasformazione-scenica/