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“PENTECOSTE FESTA DIFFICILE"Carissimi fratelli,è veramente cosa buona e giusta che il vostro Vescovo a Pentecoste vi dic...
05/06/2022

“PENTECOSTE FESTA DIFFICILE"

Carissimi fratelli,
è veramente cosa buona e giusta che il vostro Vescovo a Pentecoste vi dica qualcosa sul dono dello Spirito Santo, sulla novità che egli è capace di introdurre nella nostra vecchiaia, sugli orientamenti che egli è solito provocare nella vita degli uomini.
Se avessi spazio e tempo, vi parlerei dello Spirito Santo come ospite dell’uomo. E mi attarderei sulla riscoperta che nella Chiesa si va facendo di lui. E vi annuncerei le meraviglie che egli opera in tante anime, nelle quali dorme, o freme, o urla, o riposa gemendo.
Oggi, però, voglio parlarvi della Pentecoste come «festa difficile».
Sì la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconociuto. E’ difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.
Il complesso dell’ostrica
Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.
Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.
C’è poi il complesso dell’una tantum
E’ difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate.
Vescovo Don Tonino Bello

13/05/2022

Gli "Stati Generali Natalità" che iniziano oggi a Roma ci offrono l'occasione per una riflessione.

Lo spaventoso calo di natalità, che porterebbe l'Italia nel 2050 ad avere 5 milioni di abitanti in meno, può essere attribuito a varie cause. All'individualismo, che porta il singolo a preferire forme di realizzazione personale a quelle comunitarie. All'edonismo, per cui si preferisce una vita di piacere e assenza di responsabilità all'impegno e alla progettualità a lungo termine. All'insicurezza per il futuro, dettata da una parte da relazioni umane sempre più fragili, e dall'altra dall'incertezza materiale di generazioni di precari. Oppure si può attribuire il tutto alle scarse politiche sociali. O alla distruzione dell'idea di famiglia, invisa ai centri alti del potere come tutte istituzioni intermedie, viste come ostacoli al dominio diretto sul singolo. Possiamo anche chiamare in causa la dissoluzione dell'ordine religioso, che della famiglia faceva un valore primario. Ci possiamo spingere, infine, a teorizzare ossessioni elitarie neomalthusiane e prassi di sostituzione etnica, sulla linea di Kalergi, con il sostegno del neoliberismo all'immigrazionismo estremo e al multiculturalismo spinto, che altro non sono che il punto zero della cultura e dell'identità.

Sono tutte spiegazioni plausibili; tutte sicuramente parti di un fenomeno complesso, che comunque lasciano intatto il dato di fatto: una società terminale, come un individuo vivente, tanto meno si riproduce quanto è più prossima alla morte. L'Occidente è agonizzante. Il calo demografico è solo il sintomo della fine di una civiltà, non certo la causa.
Non basta riprodursi, bisogna anche saper vivere. Voler vivere.

08/05/2022

Vi Pongo una domanda:
Qual è il tuo confine etico?
Attendo risposte. Grazie

In questi giorni in moltissime piazze sono tornate le azalee per sostenere iniziative di vario genere.Curioso come un po...
07/05/2022

In questi giorni in moltissime piazze sono tornate le azalee per sostenere iniziative di vario genere.

Curioso come un popolo che ha mostrato ancora una volta una cattiveria infinita verso il prossimo si getti a capofitto su queste iniziative.

A tal proposito ci è venuto in mente un brano:

"Io credo, che non ci sia stato un altro periodo nella storia in cui gli uomini siano arrivati al nostro livello di cattiveria e di egoismo.
L'azalea, oltre a essere un arbusto ornamentale della famiglia delle ericacee, è diventata simbolo di purificazione.
E siccome più uno è sporco dentro, più ha bisogno di apparire buono, i più carogna hanno azalee dappertutto"

Un'idiozia conquistata a fatica

Lezioni di piano Diciottesimo giorno di guerra, domenica.  Intanto vorrei ringraziarvi tutti, uno per uno, per aver part...
13/03/2022

Lezioni di piano
Diciottesimo giorno di guerra, domenica. Intanto vorrei ringraziarvi tutti, uno per uno, per aver partecipato finora a una discussione difficile senza disumanizzare chi non la pensa come voi: né eroi né vigliacchi, né servi di questo o di quell’altro. Per il resto non invidio chi non ha incertezze, chi è sicuro di sé e feroce nel giudizio sugli altri. La libertà, anche quella di pensiero, è spesso tormentata da dubbi, è autocritica, non è un atto blindato di fede. Però su qualcosa, in questo Paese conformista, possiamo essere tutti d’accordo senza vergognarcene: bisognerebbe fermare il massacro annunciato di Kiev, evitare che la capitale ucraina sia una Mariupol in grande. Non ci sono molte alternative:
- Si tratta, a Gerusalemme o altrove.
- Non lo si ferma. Le truppe di Putin sferrano l’attacco. Costerà ingenti perdite loro, ma anche lo spianamento di rifugi e nidi di resistenza. La leadership ucraina sfugge al cerchio, e governa sull’ovest del paese, o in esilio, oppure si sacrifica e passa alla storia.
- Putin viene fermato da un colpo di mano interno, a Mosca
- L’esercito russo si attesta attorno a Kiev ma non muove all’attacco, aspetta di prendere la preda per fame, e intanto guadagna terreno nell’est e nel sud del paese, la questione Kiev diventa la questione Odessa
- La resistenza ucraina vince, imboscata dopo imboscata, l’attacco viene respinto
Alcune sono ipotesi remote, ma tutte rimandano a una domanda: che facciamo noi ? Passare armi a Kiev: non cambia le sorti del conflitto, e accresce il rischio di coinvolgimento, dopo che i convogli sono stati definiti obbiettivo militare. Aiuto umanitario: sacrosanto. Supporto alla diplomazia: nullo. Il clima informativo, politico, culturale è quello di una escalation. Circola un video prodotto a Kiev, dove con tecniche da videogioco si mostra Parigi sotto bombardamento. La frase che chiude la scena è semplice: “Se noi cadiamo, tu cadi”. Se in gioco contro il nuovo Hi**er non è la Nato, ma l’Europa, se in gioco sono i nostri valori, la nostra stessa sopravvivenza, se in ballo è il rispetto di noi stessi – come tollerare inerti le stragi ? – allora la no fly zone è un dovere. Basta che ce lo dicano, facendo l’appello per vedere se qualcuno ha marcato visita. Devono convincerci che i russi, che da comunisti mangiavano i bambini, adesso bombardano ospedali per non farli nascere. Devono convincerci che torturano e uccidono apposta i civili per spargere il terrore. Devono convincerci che Stepan Bandera è uno dei fratelli Rosselli, che il Donbass è stato un incruento Sudtirolo, che Zelensky è l’uomo del destino, e non un leader tanto coraggioso quanto incauto. A me non serve: mi basta sapere che uno è l’aggressore e l’altro l’aggredito, per dare un giudizio in punta di fatto, e sperare che ci si fermi, non che si vada fino in fondo e a fondo, tutti, russi cattivi e ucraini buoni e noi con le nostre piccole truffe sui carburanti, gli inganni sulla pelle dei profughi, gli eroismi di carta e l’irrilevanza dei leader politici, la generosità semplice di chi invia e porta pannolini e latte. Ma per sperare che si negozi, che non si rotoli verso l’ineluttabile, mi basta il video di quella giovane donna che suona per l’ultima volta il pianoforte di casa sua. E’ solo Kharkiv.
Tony Capuozzo

10/03/2022

LA SEDIA VUOTA DELL'EUROPA
Potrei fare a memoria l'elenco degli ospedali bombardati che ho visto da vicino, e spesso bombardati da paesi e uniformi per bene. Conosco abbastanza le miserie delle guerre per riconoscere la stupidità delle armi intelligenti, la vergogna delle trappole - sparare per essere sparati - la macchina delle propagande, le fotografie simbolo, il cinismo dei danni collaterali: gli artiglieri non piangono sui loro sbagli, se sono sbagli. C'è un solo modo di opporvisi: far tacere le armi.
La cosa più importante, quando si negozia, è frenare l’acquisto all’ultimo minuto. Cioè le azioni militari che contribuiscono a sbilanciare a favore di una delle parti le trattative, e vengono pagate da chi muore sul campo. Allora è importante che oggi i due ministri degli esteri si parlino, ma appare evidente che manca una terza parte, in grado di mediare anche sul terreno, ad esempio organizzando e vigilando sui convogli di evacuazione, favorendo e controllando sospensioni del fuoco. Chi poteva essere la terza parte ? Le Nazioni Unite sono bloccate da veti e lentezza. Avrebbe potuto esserlo l’Europa, se non si fosse fatta parte attiva del conflitto, con l’invio di armi e le sanzioni. Non si tratta di equidistanza, nessuna confusione di ruoli tra aggressore e aggredito, nonostante il dibattito su come si sia arrivati all’invasione resti prezioso, come lezione. Si tratta di ricavarsi il ruolo che spetta a una comunità, quella europea, che dovrebbe fondare le sue politiche sul ripudio dei conflitti e sulle negoziazioni. Invece siamo scesi in trincea, e per di più solo simbolica. Li abbiamo adottati, gli ucraini che vogliono essere liberi, ma a distanza. L’unico paese che ci sta guadagnando sono gli Stati Uniti, paese per me caro, ma disastroso nelle sue politiche internazionali. Stavolta gli sta andando bene: è riuscito a mettere nell’angolo l’orso russo, e a logorarlo con la resistenza ucraina. Sì, lo ha spinto tra le braccia della Cina, ma non paga prezzo con le sanzioni, né con il fabbisogno energetico. Ha ravvivato una Nato stordita dall’Afghanistan, e ridotto a muta abbaiante l’Europa, incapace di una sua politica autonoma, lieta di essere unita come non mai, ma unita nell’impotenza. Ripeto, non si tratta di fare i Ponzio Pilato, di non indignarsi davanti alla morte di civili inermi. Si tratta di accompagnare l’Ucraina non a vendere cara la pelle – o, peggio a fare sì che sia l’Ucraina ad accompagnare noi in guerra- ma a una salvezza, con i suoi costi inevitabili (Crimea, Donbass, rinuncia alla Nato), e con i suoi meriti (il risparmio di vite umane, la sopravvivenza delle sue istituzioni, il ritorno dei profughi, la ricostruzione). E di lasciare a Putin l’eredità della sua prepotenza, tra sanzioni, costi umani del conflitto, dissenso interno: le vittorie mutilate e il silenzio delle armi per gli autocrati sono sempre più imbarazzanti del fragore della battaglia.

PS Sì, la foto non sembra una foto di guerra, e neanche una foto simbolo. E' dall'album di quella ragazza che con altri due stava portando cibo a un canile, ed è morta sotto qualche bomba. Si chiamava Anastassia, credo, ma è una storia di qualche giorno fa, già ingoiata dal diario di guerra.

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