13/05/2026
Dopo il concerto alla Pieve di Santa Margherita del Gruagno del 5 maggio scorso, molti ci hanno chiesto notizie sui testi che sono stati letti durante il concerto. Volentieri riportiamo di seguito alcuni riferimenti che vi possano far approfondire i temi trattati:
1. Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 – Roma, 2014) è stata una delle voci poetiche più importanti del secondo Novecento italiano, nota anche come traduttrice ed aforista. Nel 1976 dedicò questi e altri versi "ai vivi e ai morti del Friuli”:
La madre immigrata
Tutto era pronto per le nozze di Melina,
il velo, i bicchieri in fila, sei parenti da Trapani,
le mie unghie laccate in rosso per la prima volta.
Ora le mani sono artigli di ferro che scavano,
scavano sanguinando alla ricerca di lei,
con la sua prima notte in antri senza sogni.
Gli sposi
Grazie alle rate avevamo la cucina bianca,
il lampadario a gocce, le tende del salone,
la culla di Roberto con tre mesi di anticipo.
Abitavamo già la nostra tomba
dandole un altro nome.
2. Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 1967 – Cassacco, 2017), uno tra i più importanti poeti contemporanei.
Nel 2015 la ricorrenza dei trentanove anni dal terremoto che il 6 maggio 1976 devastò il Friuli, spinse Cappello a incrociare il ricordo di quella tragedia con una riflessione sulla morte di Pasolini, avvenuta sette mesi prima. Il cantore di Casarsa aveva da tempo lamentato e denunciato la scomparsa del mondo popolare e contadino, di cui il terremoto, in Friuli, segnò lo strappo, come una data-spartiacque dopo la quale nulla fu più come prima. Una singolare coincidenza, dal valore simbolico, che Cappello evidenzia in un’intervista rilasciata al giornalista Guido Surza e che si può trovare in rete sul sito del “Centro Studi Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia, alla pagina https://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/approfondimenti/il-friuli-tra-ppp-e-il-sisma-del-76-nei-ricordi-di-pierluigi-cappello/
Senza titolo (tratto dalla raccolta di poesie “Stato di quiete”)
Costruire una capanna
Di sassi, rami, foglie,
Un cuore di parole
Qui, lontani dal mondo
Al centro delle cose
Nel punto più profondo
3. Leonardo Zanier (Maranzanis di Comeglians, UD, 1935 – Riva San Vitale, Canton Ticino SVI, 2017) fu sindacalista, politico, poeta ed educatore.
L’orculat
Oh se il teremot
fos un orculat
ingjaulât salvan
fuarton e trist
bon di sdrumâ cença fadias
tors glescias e storia
e di parâ in maserias
bicocas e cjescjei
e come tar un sum
ridusi in scjernum
i paisuts dai cjargnei...
Oh se il teremot
al fos un drâc
platât dismenteât
vivarôs e luscint
che sot via al va sgarfant
ora prescint
par fâ sprofondâ
citâts e marans
e cà e là a so caprici
las cjasas dai furlans...
Oh se il teremot
al fos un maçarot
pelôs gras
vuarp e bigot
ch’al va sdrondenant di not
cjadenas sui tets
e cuant ch’ài pèta
come scorias
las cjapa cun dôs mans
e al ti para in fruçons
i paîs dai terons...
Massa biel
s’al fos cussì il teremot
che daloras bastarès
di aga santa un spargot
o di San Zorç il spiçot
«Oh se il terremoto/ fosse un orco gigantesco/ diabolico selvatico/ fortissimo e malefico/ capace di/ abbattere senza fatica/ torri chiese e storia/ e di ridurre in macerie/ bicocche e castelli/ e come in un incubo/ di trasformare in strame/ i paesetti dei cargnelli...// Oh se il terremoto/ fosse un drago/ nascosto dimenticato/ vigoroso e fiammeggiante/
che sottoterra va scavando/ proprio ora/ per far sprofondare/ città e casali/ e qua e là a suo capriccio/ le case dei friulani...// Oh se il terremoto/ fosse un folletto/ peloso grasso/ cieco e bigotto/ che va sbatacchiando di notte/ catene sui tetti/ e quando gli gira/ come fruste/ le prende con due mani/ e ti riduce in frantumi/ i paesi dei terroni...// Troppo bello/ se fosse così il terremoto/ che allora basterebbe/ di acqua santa una spruzzata/ o di San Giorgio la lancia appuntita»
Il testo si può trovare, assieme all’analisi di altri suoi lavori, anche all’interno del saggio “Il terremoto nel mondo di Leonardo Zanier” della prof.ssa Piera Rizzolatti, reperibile alla pagina https://riviste.lineaedizioni.it/index.php/oltreoceano/article/view/136
4. Marco Màiero (Tricesimo, UD, 1956) insegnante, musicista, compositore e direttore di coro
Muràis
Storie cidine, sunsûr,
scuare, spalere di clap,
cjscjei o maserie
o sium di violutis tai ceis: muràis.
Storie cidine, tun zûc,
scus di canae, curtîl,
inzen o miserie
o grim di tampieste o di pâs: muràis.
Dulintor èlare e fueis, vite ch'e mene;
dulintor a son sgrisui di nêf,
e la vite ch'e trame là intor.
Dulintor mans di lavôr, vite ch'e scugne;
dulintor a son vueris e amôr,
e la vite ch'e torne là intor.
Muràis, puisiis di un scugnî.
Storia silenziosa, sussurro,/ squadra, filare di sassi,/ castelli, macerie/ o sogno di viole sull’orlo dei prati: muri. //Storia silenziosa, in un gioco,/ guscio per i bambini, cortile,/ ingegno o miseria/ o grembo di tempesta o di pace: muri. // Intorno edera e foglie,/ vita che germoglia;/ addosso brividi di neve,/ e la vita che trema là intorno. Intorno mani di lavoro,/ vita che deve;/ intorno guerre e amore,/ vita che torna là intorno. // Muri, poesie di un dovere.
Tal doman
Al è stât come un sgrisul salvadi,
il scjassâ di un sdavas,
come un lari di cûrs e di stelis
in tal çondar di un scûr spaventât;
e po, un polvar di vôs.
Tal doman ti ai cjatade ledrose,
tun davoi dut oltran,
ma in chel cori di int par judâsi,
chel inzirli di crôs,
o ai sintût il cefâ di ogni man
come un sgrisul di ben.
Cjase, tiare, memorie: mari, diaul e scune:
tu sês muarte e nassude in chê gnot,
tal salustri di un zovin di lune.
È stato come un brivido selvaggio / lo scossone di un disastro, / come un ladro di cuori e di stelle / nel vuoto di un buio spaventato / e poi una polvere di voci // L’indomani ti ho trovata rivoltata, in un disordine straniero / ma in quel correre di gente per aiutare / quella vertigine di croci / ho sentito il daffare di ogni mano / come un momento di bene. // Casa, terra, memoria: madre, diavolo e culla / sei morta e rinata in quella notte / nel chiarore di una luna crescente.
5. Giuseppe (Bepi) De Marzi (Arzignano, VI, 1935) musicista, compositore e direttore di coro.
Ecco il suo ricordo legato alla genesi del canto “A van sisilis” su parole di Alberto Picotti.
Nel 1977, l’anno dopo il terremoto, il professor Alberto Picotti, insegnante di Udine e componente del prestigioso gruppo di scrittori di “Risultive”, pubblicava un’appassionante raccolta di poesie dal titolo “Tra lûs e scûr”. Un coro di Ospedaletto di Gemona, il “Glemonensis”, diretto dal maestro Brollo, mi mandò subito il fascicolo, sottolineandomi la drammatica, struggente bellezza della poesia “A van sisilis”.
Non molto tempo dopo, intorno a quest’opera si sviluppò addirittura una specie di concorso tra musicisti compositori. Il maestro Scimone, direttore dei Solisti Veneti, dei quali facevo parte come clavicembalista e organista, mi disse di avere ricevuto alcune di queste composizioni da colleghi di diversi Conservatori. “Ma non piangono!”, mi disse, “mentre bisognerebbe addirittura urlare. Perché non provi tu che hai anche un ottimo coro maschile?”.
Ecco come è nato il canto.
Iniziavano gli Anni Ottanta. Si partiva spesso per le tournée in Australia, in Giappone, in Spagna… e il fraterno amico e maestro, considerato “l’inventore della sublime passione vivaldiana”, che già aveva inserito nel Complesso famoso in tutto il mondo il Solista friulano Lucio Degani, mi chiese addirittura di realizzare una versione per Archi di "Signore delle cime". Però, ogni tanto, con un sorriso che mi pareva addirittura protettivo, scioglieva la voce nelle tre drammatiche note discendenti: “Siorutis…!”.
Scimone ci ha lasciati nel settembre 2018, negli stessi giorni di Alberto Picotti.
Siorutis dal cîl, in rie sul fîl de lûs,
ale cun ale, ch’o cisicàis dal partî.
Il frêt al è bielzà culì e al plûf.
Al è chest cîl ch’al vai sul vuestri grimâl neri
che par amôr di nô o puartàis chest an.
Cun chel corot o vàis lassant chest cimitieri,
Il gno Friûl.
Piccole signore del cielo, in riga sul filo della luce / ala contro ala che bisbigliate di partire. // Il freddo è già qui e piove. // È questo cielo che piange sul vostro abito nero / che per amor nostro portate quest’anno. // Vestite a lutto ve ne andate lasciando questo cimitero / il mio Friuli.
La ricorrenza dei 39 anni dal terremoto che il 6 maggio 1976 devastò il Friuli spinge il poeta Pierluigi Cappello, premio Viareggio 2010, a incrociare il ricordo di quella tragedia con una riflessione sulla morte di Pasolini, avvenuta sette mesi prima. Il cantore di Casarsa aveva da tempo lamentato...