19/07/2026
La fabbrica della vittima. Quando la propaganda sostituisce i fatti
C'è qualcosa di profondamente inquietante in ciò che è accaduto attorno alla vicenda di Mario Roggero. Non tanto per il dibattito sulla legittima difesa, che è tema serio e complesso, quanto per il modo in cui una parte della destra ha trasformato un caso giudiziario in un prodotto politico e mediatico.
L'articolo pubblicato oggi fotografa un meccanismo che molti avevano intuito, ma che ora viene descritto con precisione: la costruzione di un marchio. Non un semplice profilo social nato spontaneamente, ma una strategia comunicativa studiata nei dettagli. Video pensati per diventare virali, narrazione coerente, alternanza di apparizioni televisive e contenuti digitali, linguaggio calibrato per alimentare indignazione e identificazione.
Non è comunicazione. È ingegneria del consenso.
La semiologa Giovanna Cosenza parla apertamente di un "brand politico-mediatico". Il gioielliere non viene raccontato come una persona coinvolta in una complessa vicenda giudiziaria, ma come il simbolo dell'uomo qualunque perseguitato dallo Stato. Una figura costruita affinché milioni di cittadini possano riconoscersi in essa, indipendentemente dai fatti.
Ed è qui il punto.
La sentenza definitiva non nasce da un'opinione politica. È il risultato di un processo celebrato in tre gradi di giudizio. Stabilisce che non si trattò di legittima difesa. Su questo una democrazia liberale dovrebbe fermarsi, perché il rispetto delle sentenze è il fondamento dello Stato di diritto.
La destra, invece, ha scelto un'altra strada.
Ha trasformato una decisione della magistratura in un referendum emotivo contro la magistratura stessa. Ha alimentato l'idea che ogni limite imposto dalla legge sia un'ingiustizia. Ha sostituito la complessità con uno slogan.
È un copione già visto.
Prima si individua una vittima simbolica. Poi la si presenta come il cittadino lasciato solo dallo Stato. Infine la sua storia diventa la prova universale che tutto il sistema è sbagliato.
La propaganda funziona proprio così: non convince attraverso i fatti, ma attraverso le emozioni. Non cerca la verità, cerca l'identificazione. E quando la realtà contraddice la narrazione, si cambia la realtà, non la narrazione.
Per questo parlare di "governo degli sciacalli", come ha fatto Giuseppe Conte, non è un'esagerazione polemica. È la descrizione di un metodo politico che utilizza il dolore, la paura e la rabbia come materia prima per costruire consenso.
La sicurezza è un diritto. La giustizia è un principio costituzionale. Confondere le due cose significa aprire la porta alla legge del più forte.
Uno Stato democratico non può scegliere le sentenze che gli piacciono. Non può trasformare chiunque venga condannato in un martire solo perché la sua storia produce consenso.
Quando la politica smette di rispettare i fatti e costruisce vittime "su misura", non difende i cittadini. Difende soltanto la propria propaganda.
Ed è questa, oggi, la vera emergenza democratica.