13/07/2026
"La Memoria degli Innocenti" di Giancarlo Figuccio: il teatro che scava nell'inconscio di un Paese
Esistono spettacoli che si esauriscono nell'arco della rappresentazione, e altri che continuano a lavorare dentro lo spettatore molto tempo dopo l'ultimo applauso. "La Memoria degli Innocenti", scritto e diretto da Giancarlo Figuccio, appartiene a questa seconda, rarissima specie. È un'opera che rinuncia alla rassicurazione del racconto lineare per inoltrarsi nei territori più fragili della memoria, dove il teatro smette di rappresentare il reale e diventa strumento di conoscenza.
Nel silenzio sacrale del Tempio di Segesta, dove la pietra sembra custodire ancora l'eco della tragedia greca, Figuccio riporta la scena alla sua funzione originaria: non luogo di intrattenimento, ma spazio di interrogazione collettiva. Qui il teatro torna ad essere un rito, un confronto con ciò che una comunità conserva e, soprattutto, con ciò che preferisce rimuovere.
La drammaturgia è costruita su un dispositivo apparentemente semplice. Una donna e madre irrompe nello studio di uno psichiatra. Ha perduto la memoria, forse l'identità, certamente ogni sicurezza. È una figura dolente, attraversata da una sofferenza che precede le parole. Lo psichiatra la accoglie con lo sguardo disincantato della ragione, convinto di trovarsi davanti a una mente smarrita.
Ma, come nelle migliori costruzioni teatrali, ciò che appare si rivela progressivamente altro.
La paziente non racconta soltanto se stessa. Attraverso di lei affiora una memoria che sembra appartenere a qualcosa di immensamente più vasto di una singola esistenza.
I primi ricordi sono luminosi. La poesia di Dante, il genio di Leonardo e Michelangelo, la bellezza delle città d'arte, la cultura come forma di civiltà. È un paesaggio interiore attraversato dalla luce, nel quale l'arte diventa il linguaggio con cui una comunità ha imparato a raccontare sé stessa.
Poi la memoria cambia improvvisamente direzione.
Come accade nei percorsi psicoanalitici quando la coscienza si avvicina ai propri nuclei traumatici, iniziano ad affiorare immagini che sembravano sommerse: Piazza Fontana, il sequestro Moro, Ustica, la stazione di Bologna, Capaci, via D'Amelio. Non vengono esibite come repertorio della tragedia nazionale, ma emergono come ricordi dolorosi che nessuna elaborazione è riuscita davvero a pacificare.
Il merito di Figuccio consiste proprio nell'evitare la retorica della commemorazione. Le vittime innocenti non sono mai ridotte a simboli astratti. Restano presenze silenziose, quasi fantasmi della coscienza, che continuano a chiedere di essere ricordati senza trasformare il ricordo in rituale vuoto.
Lo spettacolo suggerisce così una riflessione più profonda: la memoria collettiva non è un archivio ordinato, ma un organismo vivo, attraversato da rimozioni, omissioni, improvvisi ritorni del passato. E proprio come insegna la psicoanalisi, ciò che viene espulso dalla coscienza non scompare; continua ad agire nell'ombra, modificando il presente.
Lo studio dello psichiatra finisce allora per assumere una dimensione simbolica. Non è soltanto il luogo della cura individuale, ma uno spazio mentale in cui un'intera comunità sembra essere chiamata a confrontarsi con le proprie ferite più profonde.
La donna resta il centro di questo mistero.
È una figura continuamente sospesa fra realtà e allegoria, fra carne e simbolo. A tratti appare fragile come una persona qualsiasi; altre volte sembra attraversata da una memoria troppo vasta per appartenere a un solo essere umano. La sua voce contiene insieme poesia e dolore, innocenza e colpa, smarrimento e ostinazione.
Figuccio ha l'intelligenza di non sciogliere mai del tutto questa ambiguità.
Anche quando il finale lascia affiorare alcuni indizi — uno stivale perduto, un'immagine musicale che richiama una celebre canzone di Francesco De Gregori, parole che sembrano evocare una madre antica e ferita — il regista evita ogni dichiarazione esplicita. Preferisce affidare allo spettatore il compito di completare il significato, rispettando una delle leggi più profonde del teatro: ciò che viene soltanto suggerito possiede spesso una forza maggiore di ciò che viene spiegato.
La magnifica interpretazione di Laura Calia è costruita interamente su questa sottile oscillazione. Non cerca mai il naturalismo né l'enfasi. Il suo personaggio vive in un equilibrio precario fra presenza concreta e figura archetipica, lasciando che siano il gesto, il silenzio e le esitazioni della voce a raccontare ciò che le parole non possono dire.
Di grande misura scenica anche Joseph Gandolfo, che evita il cliché dello psichiatra onnisciente. Il suo personaggio perde progressivamente le difese della razionalità, fino a comprendere che alcune verità non possono essere diagnosticate, ma soltanto ascoltate; a tratti le parti s’invertono.
La partitura sonora accompagna questo itinerario con rara sensibilità. Musiche e pause non illustrano l'azione, ma ne diventano il respiro nascosto, quasi un'eco della memoria stessa.
Il risultato è un'opera che restituisce al teatro una funzione oggi sempre più rara: quella di costringere una comunità a guardarsi dentro.
Perché "La Memoria degli Innocenti" non parla soltanto delle stragi, né esclusivamente delle vittime innocenti. Parla del modo in cui il tempo trasforma il ricordo in abitudine e l'abitudine in oblio. Interroga il fragile equilibrio tra memoria e dimenticanza, tra responsabilità e rimozione.
Quando il sipario ideale cala sulle pietre di Segesta, resta una domanda che continua a risuonare ben oltre la scena: quanto dolore può sopportare una coscienza prima di scegliere di dimenticare?
Forse è proprio in questa domanda, più che in qualsiasi risposta, che risiede la grandezza dello spettacolo di Giancarlo Figuccio. Perché il teatro autentico non consegna verità definitive. Apre ferite necessarie. E ci ricorda che ogni memoria collettiva, se vuole restare viva, deve avere il coraggio di attraversare anche le proprie zone d'ombra. Alla fine il pubblico riconosce l’identità di quella donna, come madre di ognuno, condividendone sofferenze e bellezza.
Pietro Barbera
Dopo aver assistito 8 luglio 2026 alla rappresentazione