21/07/2026
A distanza di dieci anni, Mario Mancini non è soltanto un nome inciso nella storia del teatro barese, ma un simbolo di umanità e di arte vissuta con verità.
Ricordo a dieci anni, oggi, 21 luglio 2026, il pensiero torna a quel giorno in cui Bari p***e non solo un attore, ma una voce autentica della sua anima.
Mario era il teatro che si faceva carne: la parola che diventava gesto, la risata che nascondeva malinconia, la dolcezza che insegnava rispetto.
Chi lo ha conosciuto sa che la sua grandezza non stava nel ruolo, ma nel modo in cui viveva il palcoscenico come un luogo di incontro umano.
Era maestro di misura, di empatia, di ironia gentile — e la sua “baresità” non era folclore, ma identità vissuta con dignità e amore.
Nella foto, con il costume di Clavaroche, Mario incarna un’altra sfumatura del suo talento:
il seduttore elegante, l’ufficiale francese che nasconde dietro la divisa un cuore inquieto.
Clavaroche è l’uomo che gioca con l’amore, ma Mario lo interpreta con una sottile malinconia, come se dietro il sorriso ci fosse la consapevolezza del tempo che passa e delle illusioni che svaniscono.
Sul retropalco, tra corde e quinte, il suo sguardo non è quello del vanitoso, ma del Maestro che sa che ogni scena il personaggio e l’uomo si fondono: la disciplina del soldato e la dolcezza dell’artista, la fierezza e la tenerezza, la luce e l’ombra del teatro.