05/03/2026
Da Fabrizio Cassanelli
La critica teatrale non è morta. Si è fatta muta.
Da tempo ho la sensazione che la critica teatrale “pura” non esista più.
O meglio: che non abiti più i luoghi visibili. Quello che incontro oggi sono soprattutto commenti, racconti dell’esperienza, riassuntini più o meno eleganti. Raramente un pensiero che osi davvero prendere posizione.
Non è un problema di competenze. Chi scrive di teatro spesso è preparato, sensibile, colto. Il problema è strutturale. La critica ha perso i suoi spazi: pagine culturali ridotte, tempo di riflessione azzerato, il teatro relegato a pratica marginale. Senza tempo e senza luogo, il pensiero si indebolisce.
Nel frattempo la critica si è trasformata in racconto.
Raccontare è più sicuro che giudicare. Non rompe alleanze, non crea attriti.
In un sistema teatrale fragile, dove tutti dipendono da tutti, prendere posizione ha un costo. Così la critica diventa diplomazia.
C’è poi una dipendenza evidente: chi scrive di teatro spesso collabora con festival, teatri, istituzioni. Vive di inviti, ospitalità, accrediti.
Non è una colpa individuale, è una condizione sistemica. Ma rende la critica strutturalmente prudente, quando non addomesticata.
A questo si aggiunge una crisi culturale del giudizio. Viviamo in un tempo che teme il conflitto e confonde la critica con l’aggressione. Eppure la critica non è un’opinione: è argomentazione, contesto, memoria, confronto. Senza conflitto non c’è pensiero, solo consenso.
Il pubblico, intanto, si è frammentato.
La critica nasceva come patto tra opera e comunità. Se la comunità si dissolve, la critica perde funzione. I social moltiplicano le voci ma non il pensiero: immediatezza senza storia, reazione senza profondità.
Così la critica ha perso anche la sua funzione politica. Da atto che interroga il presente è diventata spesso accompagnamento gentile, promozione soft. Un ufficio stampa colto.
Forse la verità è che la critica vera è pericolosa. Richiede tempo, studio, solitudine, responsabilità. Tutte cose incompatibili con l’economia culturale attuale.
Eppure non credo sia morta. Credo si sia fatta clandestina.
Vive nei laboratori, nelle prove, nelle conversazioni tra artisti, in certi spettacoli che sono già critica incarnata.
Forse oggi fare critica significa accettare di non essere comodi. Continuare a pensare, anche senza luogo. Scrivere, anche senza protezioni. Perché il teatro, se vuole ancora essere necessario, ha bisogno di un pensiero che non abbia paura di disturbare.