04/04/2026
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𝐄 𝐩𝐨𝐢, 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨, 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚.
Attraversi il vuoto senza capire.
Un’unica parola resta:
𝒇𝒊𝒅𝒖𝒄𝒊𝒂.
Troppo poco per la mente.
Sufficiente per qualcosa di più profondo.
Piano piano...
Il silenzio diventa ascolto.
Gli occhi chiusi iniziano a vedere.
L’instabilità è una nuova base.
La disperazione muta in quiete.
Le mani, che trattenevano, si aprono. Vuote. E, morbide.
Il superfluo svanisce.
Nel minimo, nuova ricchezza:
contatto vero
valori
presenza.
La consapevolezza del contrario: le proprie ombre, dentro.
E poi, affiora un fondamento:
l’essere pari.
Non sopra, non sotto.
Ma uguale.
Una conquista silenziosa, stabilizzante.
E proprio lì, quando inizi a sentirti in equilibrio…
la vita ti chiede di lasciare ancora. Di aprire di nuovo la mano. Senza la tua volontà.
𝐼𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑎𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑒̀ 𝑢𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑐𝑜𝑟𝑠𝑜 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒.
E raro.
Invisibile agli occhi.
Incomprensibile per chi lo vive.
Dentro un incubo senza fine.
Malattia senza cura.
Eppure, in quella via, ci sono stati sostegni.
Piccoli. Silenziosi. Decisivi.
Ho varcato quella soglia.
Nuda, sì.
Ma viva.
E sorrido. Al miracolo.
Al coraggio che non credevo di avere.
Riapro i sensi.
Prima dentro, poi fuori.
E, lentamente, in mezzo.
E quel “niente”... è pieno.
Il mio raccolto.
Un mondo accanto.
Veli cadono, mentre mi avvicino a ciò che sono.
Stavo costruendo,
mentre distruggevo.
Un filo non si è mai spezzato:
un cerchio di anime, famiglia, che
— pur attraversando fratture —
è rimasto unito.
Senza nascondersi, esposti.
Tra fragilità e cadute.
Anime libere di appartenersi.
Unite da un solo intento:
amore vero, senza catene.
Separate, da leggi umane.
Ma, luce e forza, insieme.
E sorrido.
Della sciocchezza umana
di voler controllare il flusso,
di voler sapere tutto,
di cercare definizioni e confini.
Sciocco.
Come voler trattenere il mare tra le pareti di vetro di un acquario.
Quando il mare…
è ciò che siamo.