13/10/2018
SPIXANA DI IERI
E
DI OGGI
INTRODUZIONE
Sorto sulla collina, il mio paese accoglie il vento fresco del Pollino e il dolce tepore del Mar Ionio, che espone il suo azzurro di lontano. Si è tentati di ipotizzarne la derivazione del nome dal verbo latino specio, specis, spexi, specere (guardare) e il suffisso a**s, indicante caratteristica del luogo ( Specia**s , Spetia**s ); quindi: vetta, altura. Spezzano Albanese è uno scrigno di ricordi e di misteri. La sua storia iniziò quando 267 Albanesi (1471) si legarono attorno alla Madonna delle Grazie di una fede pura e dura, come la pietra su cui elevarono la loro Chiesa. La venerarono nel loro rito per due secoli , fino a quando il Principe “ li travagliò con supplizi e con catene” . Tragica fu la fine di don Nicolò Basta, ultimo arciprete del rito greco. Il successore , don Vincenzo Magnocavallo, suo ambizioso avversario , fu “ destituito per incompetenza”. Secondo il modello ecclesiastico di Archipresbyter, gli arcipreti latini avevano cura della vita religiosa del paese e controllavano la corretta gestione dei doveri ecclesiastici. Non lasciò documenti don Marco Antonio Brunetti, morto prematuramente (1677-1680), nè don Martino Luci (1681-1688) e neppure don Carlo Ragona (1709-1727). Nel periodo di don Parisio Ribecco (1728-1756) , arciprete ed abate di S.Antonio , considerato il più colto , fu costruita la Chiesa del Carmine (1735) e per la prima volta furono visitati i registri parrocchiali (1738) . Alla breve arcipretura di don Francesco Maria Dorsa (1760-1763) seguì il quarantennio di “ risveglio religioso” di don Antonio Fronzini (1763-1804), l’arciprete amato dal popolo per la sua “ grande bontà” e per la “feconda opera pastorale”. Risale a quegli anni la statua processionale della Madonna delle Grazie (1789) , di chiara scuola napoletana. Era il periodo in cui spiccavano due protagonisti della scena scultorea partenopea : Giuseppe Sanmartino, per l’accentuato realismo , noto scultore in marmo e in legno, e Nicola Fumo, per le espressioni armoniose, autore della Statua della Madonna delle Grazie, realizzata per la Parrocchia di San Michele di Serini (Avellino). E iniziarono le sentite e affollate processioni attraverso le strette vie del nostro paese . I versi intonati il Venerdì Santo , tratti in parte dal Variboba, in parte rielaborati , appartengono ormai alla nostra tradizione e ricalcano le nostre origini arbereshe. Quanto commuovono ancora quelle voci dolenti che spaziano nella luce del mistero! “ Don Antonio , come scrive il Serra , fu l’uomo dei tempi nuovi , ebbe a cuore il risveglio del sentimento religioso in armonia ai desideri dei concittadini”. Il generale Massena, giunto a Spezzano con 16.000 soldati francesi ( 1806 ), ebbe parole di gradimento per il nostro popolo, animato da spirito patriottico e amor di patria. Don Vincenzo Maria Cucci, arciprete primicerio con l’ermellino ( 1803-1842 ), non ebbe grande stima verso quei soldati, che “bivaccarono nella chiesa matrice, rovinarono marmi e altari, accendendo il fuoco” . Di quel lungo periodo (39 anni) di arcipretura si ricordano : la promozione della chiesa dei SS. Pietro e Paolo a Collegiata Insigne (1805), la grave crisi del 1821 e l’approvazione della delibera di acquisto di grano destinato ai poveri, firmata da Costantino Luci, Ferdinando Marini, Pietro Arabia, Giovanni Antonio Tarsia ; il passaggio del re (1833), il terremoto dell’otto marzo del 1837, che risparmiò il nostro comune. Il popolo, per ringraziamento, portò in processione le quattro Madonne ( Madonna delle Grazie, Madonna del Carmine, Madonna di Costantinopoli e l’Addolorata ). L’arcipretura di don Ferdinando Guaglianone senior cade in un periodo di grandi rivolgimenti politici (1842-1852) . Di idee filoborboniche, don Ferdinando visse isolato dal popolo, che nella maggioranza condivideva i nuovi principi risorgimentali. La più bella pagina storica fu scritta dalle donne del paese la mattina del 22 giugno 1848 contro i soldati borbonici, che attaccavano Spezzano. Lo storico F. Cassiani riporta la lettera del colonnello Delli Franci :” Giorno di festa e d’immenso compiacimento fu per noi ieri ..negli abitanti di questo caro paese, ove anco le donne armate di spiedi, di bastoni, di coltelli, con aria marziale giravano ancor esse alla volta del nemico..colle entusiaste grida di viva la libertà, viva la fratellanza, morte al tiranno..”. Nobile figura di patriota e combattente, Vincenzo Luci subì la pena delle legnate (12), che gli lasciarono il segno sulla fronte. Condannato per cospirazione a 25 anni di lavori forzati nei Bagni di Procida (1852), la pena gli fu dal re poi ridotta a 12 anni di reclusione a Ventotene. Nel 1859 Vincenzo era già a Spezzano e la sua casa era divenuta punto di incontro dei mazziniani di tutto il comprensorio. Il palazzo, oggi, ristrutturato a museo, nell’omonima via, rimane come simbolo delle lotte antiborboniche e dell’impresa garibaldina. Non c’è emozione più grande di lasciarsi trasportare nelle vicende, che incisero nella storia d’Italia. Non sono che sospiri d’anima questi versi che Vincenzo Luci cantò alla sorella morta prematuramente e all’Italia non ancora unita: “ E pria che varchi le celesti mura!/Percorri dell’Italia il bello suolo!.... Verrò sul tuo sepolcro al far di sera/E, uniti i pensier nostri, lagrimando,/Alzerem per l’Italia una preghiera/...”. Quante volte egli aveva letto ai suoi amici l’appello di Giuseppe Mazzini! “ O giovani, voi siete d’una terra che fu grande oltre ogni altra, grande, essa sola nella storia d’Europa, due volte, e sarà grande la terza ...”. E il risultato si presentò il 1° ottobre 1860: 130 giovani spezzanesi si batterono coraggiosamente con Garibaldi sotto le mura di Capua! Era, allora, arciprete di Spezzano Albanese, don Paolo Nociti (1852-1870), che “seppe” ben interpretare l’entusiasmo che spingeva i giovani a seguire le idee nuove per la causa della Nazione. Don Paolo è ricordato per il suo latino elegante e la sua “santità”. Non si dimenticherà mai l’episodio dei suoi calzari donati ad un mendicante durante l’inverno “rigidissimo del 1854”. Dopo i quattro anni di interregno di don Raffaele Costantini (1870-1874), ottenne la nomina di arciprete primicerio don Giuseppe Guaglianone, che morì nel 1901 :”Pianse il paese di don Paolo la dipartita/Elogio consacrò alla sua santa vita./Nuovo arciprete fu Giuseppe Guaglianone/Avversato in quanto di borbonica tradizione./D’artistiche statue le nostre chiese arricchì/Al cominciar del secolo la sua vita finì./Don Ferdinando, fratel suo successore,/All’opera iniziata dedicò gran fervore./” Una delle figure più eminenti nell’ambiente ecclesiastico, redattore ordinario del giornale Civiltà Cattolica, don Ferdinando Guaglianone svolse un ruolo decisivo, quando nel mondo cattolico infuriava la polemica tra intransigenti e transigenti ( sul tema si leggano i saggi di : avv. Alcide Simonetti, Don Cesare De Rosis e dott. Mario Gaudio) . Di don Ferdinando si ricordano le opere di narrativa, di poesia, i 32 discorsi sul mese di Maria, il Mariale e l’Inno alla Madonna delle Grazie, liberamente tradotto nel nostro idioma dal dott. Agostino Ribecco, il Poeta-Sognatore dell’indipendenza dell’Albania. Negli anni della sua arcipretura vediamo scorrere le tristi immagini della Grande Guerra. Mille nostri uomini furono vestiti di grigio verde e inviati al fronte. In paese si viveva nell’angoscia. E arrivarono le notizie drammatiche: cinquantacinque nostri fanti caduti, tre ufficiali, trentuno mutilati e nove decorati. “Improvvisa nube il sereno ciel oscurò/A Bir Tobras Carlo Maria Luci si sacrificò/Qual nebuloso manto si estese pian piano/Per il fronte partiron i figli di Spezzano/Pregavan la Madonna mamme e spose/Recitavan il rosario tra le file di rose./Non tardaron le notizie ferali:/Cinquantacinque fanti caduti e tre ufficiali/. D’assistenza si creò un valido comitato/Per sostener famiglia di ciascun soldato/E in novembre l’Armistizio fu firmato/Al suon delle campane fu salutato”. Dopo cinquantadue anni di arcipretura degli illustri fratelli Guaglianone, fu nominato don Francesco Gullo (1928), già fondatore della Cassa Rurale (02.10.1919). Sempre vicino alla sua gente, egli fu l’arciprete della feconda operosità religiosa, sociale, culturale. Fondò circoli di cultura e la scuola media privata, ove insegnava religione, italiano e latino. In quegli anni spiccavano noti intellettuali, come l’avv. Ferdinando Cassiani (..Avvocato, storico, oratore/De “La Palestra primo redattore/..), autore di “Spezzano Albanese nella tradizione e nella storia”, e l’avv. Luigi Cucci, consigliere provinciale (..Eletto il Cucci in Consiglio Provinciale/Ben si adoperò per il passaggio stradale/..). Il secondo conflitto mondiale portò altro sacrificio di sangue. Dai diversi fronti si ricevevano notizie di nostri caduti:”Scoppiò qual fuoco il secondo conflitto/Sacrificio di sangue al popol fu inflitto/Periron combattendo i nostri soldati/Ne furon tanti i compianti mai tornati/Sangue spezzanese fu sparso in Albania/Spagna, Africa, Russia, Iugoslavia, Tunisia/Ai nostri caduti noi eleviam preghiera/Siano di pace perenne fiaccola foriera”. Se spulciamo la f***a trama dei ricordi, non possiamo non tessere l’elogio del nostro popolo, che ha da sempre fatto dell’ospitalità un principio essenziale, che ha saputo mantenere intatto il legame con la lingua e con le tradizioni; dei nostri maestri e maestre delle elementari (..Rimarrà la memoria perennemente viva/Dei nostri maestri e di lor mission educativa/Gaetano Fazio, Francesco Minisci, Francesco Coppola direttore/Nicola Nicoletti, Francesco Cadicamo, Andrea Montone ispettore/..), dei direttori didattici, come Onorio Rinaldi, che incoraggiava l’uso del nostro idioma arbresh (E’ nota la recita scolastica di Pinocchio in arbresh) e, poi, il direttore Giuseppe Montone per le sue impostazioni pedagogiche, del preside, prof. Alessandro Serra, che può considerarsi il vero “fondatore” della Scuola Media di Spezzano Albanese. Il suo grande sogno era quello di creare una scuola “prestigiosa”, che, oltre ad assicurare la preparazione, riuscisse a stimolare i giovani verso i valori storici e civili . Si ricorderanno per sempre le sue lezioni su Scanderbeg e su Garibaldi (L’abbiam conosciuto ed ammirato/Quale preside oltremodo stimato/In noi alunni trasmetteva passione/Per la storia nostra e della Nazione/). Altro notevole contributo fu quello della preside Filomena Nicoletti ( Vi giunse la Preside Nicoletti/Animata da moderni progetti”/). Il paese, oggi, si è notevolmente ingrandito, ma le “qitonìe”(rioni) piene di vita di un tempo ci resteranno nella mente e nel cuore. Il silenzio, che ora regna negli stretti vicoli che si intrecciano in questo pugno di case, pesa nell’anima come macigno sprofondato nel mare, ma non riesce a fermare le onde dei ricordi che squarciano il tempo. Dalla fontana di “sqini”( lentisco) a quella di “ meriqi”(erica), la via Plebiscito divideva in due il paese: “a poshtaz” e “a lartaz” (parte bassa e parte alta). La via prendeva vita prima che si facesse giorno con il ragliare degli asini e i colpi dei martelli: vi erano concentrate le botteghe rumorose di fabbri e falegnami, ma c’erano anche tre negozi di generi alimentari, la rivendita di tabacchi, la farmacia, le sartorie di Ciccio Amato e di Occhinero, tre barbieri, il negozio di tessuti, la bottega del mastaro e le due chiese meravigliose. La Chiesa dei SS. Pietro e Paolo era “qisha e madhe” (La chiesa grande). La Chiesa del Carmine (Qisha e Karmanit) vedeva numerose schiere di ragazzi e ragazze, in modo particolare nella messa dei fanciulli la domenica. Il piazzale diventava l’arena dei giocatori di pallone: accorrevano ragazzi da tutte le qitonie per disputare una partita, che veniva interrotta improvvisamente dal fischio del maestro don Beppe Diodati, che chiamava alla messa. Il nuovo parroco era don Eugenio Manduca, che aveva ereditato un compito davvero gravoso, dopo il trasferimento del nostro arciprete nella nuova parrocchia della stazione. Don Eugenio svolse il suo apostolato in modo responsabile, tanto da conquistare la fiducia del nostro popolo, che riempiva le piazze politiche e che con grande passione affollava le processioni sacre. L’arrivo, poi, di don Benedetto Gismondi, il prete di tutti, decretò il successo degli Orionini a Spezzano Albanese. (“Per non finir il suo apostolato/Alla stazione fu Zoti mandato/D’un grosso compito fu gravato/Don Eugenio quì nominato/Ma tanto florido n’ebbe risultato/Del popol gran stima acquistò/Don Benedetto, quando da noi arrivò/”). Oggi, la nostra parrocchia è guidata da don Fiorenzo De Simone, che non nasconde il suo forte impegno di favorire la crescita religiosa e sociale della comunità (“Assorto nelle sue funzioni/Pie e sagge le sue orazioni..”): una comunità attiva, laboriosa, cosciente che il futuro appartiene a colui che sa manovrare nelle rapide ed evitare gli scogli, ma anche a chi sa mantenere la rotta dei suoi valori (“Al popolo di Spezzano, tanto laborioso/Un futuro di pace auguriam prosperoso/”).
Alessandro Pesce
LEGGERE PER APPROFONDIRE:
FERDINANDO CASSIANI
SPEZZANO ALBANESE
Nella tradizione e nella storia (1929)
(1471-1918)
Edisud Roma
ALESSANDRO SERRA
SPEZZANO ALBANESE
Nelle vicende storiche
Sue e dell’Italia (1987)
(1470-1945)
Ed. Trimograf
VINCENZO LONGO
SPIXANA NEI SECOLI (1984)
(1470-1815)
Ed. Trimograf