21/03/2020
Lo strano paradosso italiano (ma alla fine è solo un problema di capitalismo). Una riflessione dalla quarantena.
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In questi giorni, con un po' più di tempo libero, si smette di fare attività ma non di ragionare tra noi e riflettere. Nel rispetto dell'isolamento, proviamo seppur con tanti limiti a rompere la solitudine e l'individualismo in cui questi tempi rischiano di costringerci.
Ci ha incuriosito la scelta del governo di ricorrere all'Esercito nelle strade per controllare che vengano effettivamente rispettate le disposizioni eccezionali in vigore: chi porta fuori il cane, quanto lo porta fuori, chi passeggia, dove e perché passeggia (ad ora il via libera solo in alcune regioni https://www.corriere.it/politica/20_marzo_20/coronavirus-strada-anche-l-esercito-supermercati-passeggiate-arriva-nuova-stretta-c64b5e0c-6a3c-11ea-a8a1-df48c20e9d2e.shtml). Non è però questo il punto su cui ci vorremmo soffermare, ad alcuni questa stretta può risultare addirittura necessaria, noi oggi non entreremo nel merito. Ci sembra più importante focalizzarci su un'altra e più interessante questione. Per farlo dobbiamo mettere a confronto questa ulteriore stretta, con un’altra situazione che si sta verificando in questi giorni e settimane:
Da una parte si obbliga (certo, necessariamente, non è questo il punto) tutta la popolazione a stare in casa al fine di contenere il contagio e far fronte all'emergenza. Addirittura, si decide di mettere l'Esercito in mezzo alle strade e ai quartieri per far si che venga scrupolosamente rispettato il divieto. Una situazione di controllo estremo "per il bene di tutti". E va bene.
Dall'altra parte si obbligano (questo, invece, tutt'altro che necessariamente) i lavoratori del settore industriale e logistico a recarsi a lavoro in modo da non fermare la produzione e la distribuzione di beni di NON PRIMARIA NECESSITA'. Parlando con i corrieri, in questi giorni, potrete testare personalmente la loro rabbia nel dover consegnare scarpe, vestiti, e altri beni di non primaria necessità. Così come in molte fabbriche si sono verificati scioperi che chiedevano il rispetto delle disposizioni sanitarie previste per legge, il blocco delle produzioni inutili, affermando con forza che il profitto privato NON PUO' essere prioritario rispetto alla salute dei lavoratori (già messa a dura prova da condizioni di lavoro inaccettabili in moltissimi ambienti lavorativi al di là dell'emergenza Covid-19). [https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/20/coronavirus-troppa-gente-in-giro-allora-chiudete-le-attivita-non-essenziali-0125573].
Ecco come queste due situazioni vanno ad evidenziare una contraddizione profonda, ed un atteggiamento da parte della nostra classe dirigente che è un atteggiamento politico e che dunque non è dato solamente dalla situazione emergenziale in cui ci troviamo. Non sposiamo quindi del tutto la narrazione per cui "adesso però bisogna stare tutti uniti" come se si uscisse dall'emergenza regalando la chiave della città alla Madonna del Voto (vedere per credere https://www.radiosienatv.it/il-sindaco-de-mossi-dona-alla-madonna-del-voto-la-chiave-della-citta/) e non con il buon senso e la solidarietà collettive. E' ai nostri conterranei casomai che ci sentiamo uniti, non a questa classe dirigente.
Ma in che senso parliamo di scelta politica? Nel senso che è una scelta tutta politica (oltre che criminale) quella di non bloccare le produzioni non necessarie. In questo modo si mette drasticamente a rischio la salute dei lavoratori in questa fase emergenziale, mentre chi da quelle produzioni trae profitto sta a casa dietro a un computer a controllare le entrate, oltretutto costruite sulle spalle dei lavoratori già da ben prima del virus (attraverso anni di austerità made in U.E, annientamento dei diritti, precarizzazione crescente del lavoro, compressione salariale ecc). Come del resto è stata una precisa scelta politica (sempre made in U.E con l’avallo ossequioso dei nostri governi) il sostanziale definanziamento della sanità pubblica avvenuto negli ultimi ultimi anni a beneficio di un'opera di privatizzazione che ha portato il nostro Sistema Sanitario Nazionale ed il personale ospedaliero a non riuscire a far fronte a questa emergenza e a doverla affrontare in condizioni pessime, esponendosi ad un rischio di contagio altissimo in quanto spesso costretti a lavorare senza mascherine e misure sanitarie sufficienti (rimandiamo a questa lettera di una infermiera su questo ----> https://contropiano.org/documenti/2020/03/15/io-non-ci-sto-rabbia-e-lucidita-nella-lettera-di-una-infermiera-0125243).
Il virus è qualcosa di imprevedibile, una calamità assoluta per cui non si poteva fare di più, un messaggio che viene ripetuto a reti unificate in questi giorni, non si poteva sapere e le difficoltà sono inevitabili. Ma è davvero proprio così? Perché a noi sembra che, se lo scoppio dell’epidemia non è facilmente prevedibile, non ci sia invece niente di imprevedibile ed inevitabile nel tagliare per decenni la sanità pubblica per poi ritrovarsi in condizioni pessime di fronte ad una emergenza come quella che stiamo vivendo. Anche nel settore ospedaliero si sono avallati gli interessi del privato e non quelli della salute pubblica. Esattamente come tenere aperte le fabbriche in questo momento significa rispondere alle esigenze del grande imprenditore e non a quelle del reale contenimento del virus. E queste scelte politiche non sono venute dal nulla, visto che è in nome del processo di "integrazione europea" che si sono tagliati fondi alla sanità per anni, sotto i diktat di Bruxelles (https://coniarerivolta.org/2020/03/16/come-lausterita-ha-distrutto-la-sanita/). Così come non è dettata da altro se non da Confindustria, la scelta di non bloccare le produzioni non essenziali. Queste decisioni sono a tutela del profitto dei signori dell'economia (e dunque, in questo sistema economico, del mondo), non della salute delle persone. In questo momento va detto con forza, perché dopo l'emergenza nulla di tutto ciò dovrà ne potrà essere come prima, e questo davvero “per il bene di tutti”.