29/06/2026
Percorsi artistici da condividere...e da applaudire 👏 👏 👏Rita Rossella Ciani, autrice del palio per la Giostra di San Ginesio!
Ancora lei in primo piano.
Ancora lei.
Ancora una volta la nostra Fornarina è al centro del racconto del Palio di San Ginesio. Avvolta nelle sue vesti candide, la Panefacula, con il suo sguardo soave, domina la scena, davanti all’ingresso monumentale della nostra Sangenesij.
Sotto i suoi calzari compare, in scrittura gotica, impreziosita dalla foglia d’oro, una delle quattro virtù cardinali, la Fortitudo, la fortezza che richiama il coraggio, la fermezza d’animo, la capacità di resistere di fronte alle difficoltà e di mantenere salda la propria forza di volontà.
Particolare rilievo assume l’uso della foglia d’oro. L’oro illumina le iscrizioni e alcuni dettagli ornamentali, ma soprattutto conferisce solennità all’insieme. Non è semplice preziosismo. Nella tradizione medievale e rinascimentale la doratura richiamava la luce, la dignità, la nobiltà spirituale. Qui accompagna il tema della virtù e ne amplifica il valore simbolico.
Ai lati inferiori trovano posto i simboli delle quattro porte sanginesine: Porta Alvaneto e Porta Ascarana a sinistra, Porta Picena e Porta Offuna a destra. La loro presenza radica il drappo nella geografia storica e identitaria della città. Ogni elemento è costruito con un linguaggio grafico nitido, ordinato, rigoroso, nel quale la precisione del segno diventa parte integrante del racconto.
La Panefacula regge il proprio attributo iconografico, la pala da forno. Disposta in diagonale, diventa una linea di forza che attraversa la composizione e invita il nostro sguardo verso l’alto, dove prende forma il profilo urbano di San Ginesio.
Si apre una città verticale, compatta, costruita per successioni ordinate di tetti, con tegole di terracotta sovrapposte e alternate a coppi, tutti rivolti verso destra. Il ritmo ascendente richiama la struttura del borgo medievale, che richiedeva, a causa dell’elevata densità, edifici stretti e sviluppati in altezza, collocati in senso piramidale.
Questa impostazione riporta noi ginesini alla memoria grafica di un illustre artista del passato, il professor Guglielmo Ciarlantini, che in Voci dei Secoli, aveva restituito una San Ginesio verticale, stratificata, segnata dagli edifici che ne definivano l’identità prima delle trasformazioni ottocentesche.
Tra le architetture riconoscibili emergono la Torre dell’Orologio, con la guglia rivestita dalle caratteristiche tegole romboidali in terracotta e la parete occidentale della chiesa di Sant’Agostino, scandita dai due ordini di monofore. Sono presenze che rimandano alla città storica e, nello stesso tempo, dialogano con riferimenti diretti alla pala di Nicola di Ulisse da Siena.
Poco più in alto il paesaggio urbano cambia. Non siamo più soltanto a San Ginesio.
Si riconosce Siena: le architetture verticali della città toscana, le ben note case-torri, espressione di inurbamento dei nobili del contado, con le loro superfici murarie compatte, le piccole aperture ad arco, i balconi aggettanti e le coperture sporgenti introducono un secondo livello narrativo. Il riferimento non è casuale: Siena non è semplice sfondo, ma parte della storia sanginesina, presenza antica nel racconto degli esuli, dell’accoglienza e della riconciliazione.
La certezza di trovarsi davanti a Siena è nell’angolo superiore sinistro, dove si riconoscono la griglia della cupola esagonale e la “Porta del cielo”, il campanile del Duomo di Siena con le fasce alternate di marmo bianco e verde insieme alle quadrifore e ai costoloni marmorei. È una citazione precisa, che sposta l’opera dal semplice racconto locale a una dimensione più ampia, nella quale San Ginesio e Siena tornano a essere lette dentro una stessa memoria.
Il riferimento dichiarato da Rita Rossella Ciani agli Effetti del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti rafforza questa interpretazione. Come nel grande ciclo senese, anche qui l’architettura non è fondale neutro, ma elemento narrativo. La città diventa misura dell’ordine, della convivenza e della partecipazione civile. È il luogo nel quale la virtù non resta astratta, ma prende forma nello spazio abitato dalla comunità che si stringe attorno ad una gara equestre per esplicitare con forza e orgoglio il proprio senso di appartenenza.
L’intera composizione è avvolta da un intenso blu cobalto, che non svolge soltanto una funzione estetica, ma assume un preciso significato simbolico: richiama sicurezza, equilibrio e fiducia. Dentro questo campo cromatico troviamo il gonfalone del comune che riafferma le radici antiche dell’identità sanginesina.
In alto, in lettere maiuscole decorate in foglia d’oro, compare il riferimento al Palio del 5 luglio 2026 che definisce così i suoi destinatari: il messaggio è rivolto ai cavalieri, ai cavalli, alle contrade e alla comunità tutta che vivrà la Giostra dell’Anello con grande partecipazione.
Nel Palio non vince soltanto chi corre più veloce. Trionfa chi sa mantenere la Fortitudo, forza, misura, controllo e determinazione. Chi affronta la gara con coraggio, lealtà e correttezza. Chi riesce a trasformare la tensione della competizione in disciplina, volontà e sintonia tra cavallo e cavaliere.
In equis patet Fortitudo: nei cavalli si manifesta la fortezza d’animo. Cavalli e cavalieri diventano i depositari della forza, del coraggio e della perseveranza necessari per affrontare la prova insieme.
In conclusione, la figura della nostra Panefacula assume per la prima volta un nuovo ruolo, protettrice laica della Nostra Festa.