13/05/2026
La Biennale di Venezia, si sa, è il palcoscenico dove l'arte dovrebbe elevarsi, ma quest'anno al Padiglione Austria sembra che abbiano deciso di scendere direttamente nelle tubature. Lo dico da scultore, da uno che è abituato a combattere con il marmo, il bronzo e la forma: qui la "materia" ha preso una piega decisamente inaspettata. Mentre noi ci interroghiamo sulle proporzioni, sulla tensione delle superfici e sulla ricerca della bellezza, Florentina Holzinger ha deciso che la nuova frontiera della scultura non è il "levare" il superfluo, ma il "riversare" l'organico.
Capitolo I
Dimenticate le statue equestri o i nudi accademici. In Austria la "forma" è una donna-batacchio. Una performer che oscilla per suonare una campana ogni ora. Come scultore, guardo la tensione dei muscoli e penso al dinamismo di un Boccioni, ma poi mi chiedo: se per fare un'opera abbiamo bisogno di un contratto a chiamata e di un fisioterapista, stiamo ancora parlando di scultura o di un turno di lavoro particolarmente creativo? Una volta i turisti andavano a Messina per l'orologio meccanico, oggi si mettono in fila a Venezia per assistere all'ondulamento umano.
Capitolo II
Ma il pezzo forte — quello che farebbe posare lo scalpello anche al più paziente dei maestri — è la sirena collegata ai Sebach. Immaginate la scena: una vasca dove una modella imita la Venere dormiente di Giorgione. Un omaggio alla classicità? Magari. Se non fosse che la vasca è alimentata direttamente dai bagni chimici usati dal pubblico. Ebbene sì: la "materia prima" dell'opera la fornisce lo spettatore. Come scultore, sono abituato a sporcarmi le mani con la creta o la polvere di marmo, ma l'idea che l'opera d'arte si auto-alimenti grazie alla vescica dei visitatori mi fa sorgere un dubbio: siamo sicuri che questa sia "installazione" e non un semplice guasto all'impianto idraulico?
Capitolo III
Per chiudere il cerchio, non mancano performer su moto d'acqua che schizzano il pubblico (acqua pulita, dicono, per fortuna!) e deposizioni verticali che sembrano più un test per le olimpiadi di ginnastica artistica che una riflessione sul sacro. Il divieto di scattare foto, dicono, serviva a tutelare la privacy. O forse serviva a evitare che qualcuno mandasse le prove del crimine a un ufficio di igiene.
Capitolo IV
Cari amici, mi chiedo: ha ancora senso parlare di "forma" quando l'unica cosa che conta è lo shock? È ancora arte se, invece di lasciare un segno nel tempo con la pietra, lasciamo solo una scia nei condotti di scarico? Le foto saranno anche "instagrammabili", ma da scultore preferisco ancora quando un'opera, per emozionare, non ha bisogno di essere collegata a un tubo della Sebach. Vale la pena proseguire su questa strada, o vogliamo tornare a parlare di arte che non necessita di un idraulico per essere compresa?