26/07/2026
Tullio, uno dei "nostri" Liberi Libri Viventi!
Sotto le fronde di un fico, l’albero sacro ad Atena, dea della saggezza, e a Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza - interessante l’accostamento - uno degli alberi più antichi della storia umana, e forse più della storia stessa, associato spesso alla nascita. Per me è stato un piccolo esperimento, ieri sera (a Senigallia, all'interno del festival IO LEGGO FORTE Festival della lettura a voce alta ) insieme all’associazione Liberi Libri Viventi, che dei libri recupera l’oralità del racconto diretto. Anzi, non è nemmeno necessario avere scritto un libro per poter raccontare una storia (e infatti non tutte le altre narratrici e narratori presenti insieme a me in quel giardino, sono scrittrici o scrittori, però di storie ed esperienze interessanti ne hanno ugualmente). Io, nel mio caso, la storia che ho scelto l’avevo già scritta anche in un libro, e così l’ho portato con me (un po’ come la coperta di Linus?). Per me è stata la prima volta che ho collaborato in modo diretto con questa associazione: la modalità da loro proposta ieri prevedeva CONVERSAZIONI di circa mezz’ora con piccoli gruppi di persone, da due a quattro, che nel mio caso si sono alternati tre volte. Un SETTING diverso dalle presentazioni di libri in libreria (non per il numero delle persone che vengono, che a volte, può accadere, non sono mica di più) ma per l’invito al dialogo diretto, la “conversazione” anziché la “conferenza”. Il confine tra le due cose non è mai così netto, soprattutto quando si è in pochi, e quindi magari nemmeno ci facciamo caso, ma a me è sembrato di notarla, almeno un po’, la differenza di questo setting, e credo che ci rifletterò sopra per poterla cogliere anche un po’ meglio: l’autore, o il narratore - che ero io e comunque ero invitato a raccontare una storia non su altri ma su me stesso o sulla mia famiglia - non solo è più coinvolto, dalle domande che riceve ("perché pensi che sia interessante questa storia, oggi?": sì, me lo hanno chiesto), ma anche dalle domande che "io narratore" mi pone nei confronti di chi è lì ad ascoltare: "che cosa si starà chiedendo o potrebbe aspettarsi?”, o anche: "che cosa a sua volta potrebbe narrarmi?". Il secondo aspetto interessante di questo piccolo esperimento, nella modalità scelta ieri dall’associazione, è il fatto che chi si accostava non sceglieva “il libro da ascoltare” ma prendeva il libro che gli capitava, un po’ come quando qualcuno ti regala un libro che per te ancora è sconosciuto, e inizi a scartarlo chiedendoti “chissà che libro è, se può interessarmi davvero?”; e me lo chiedevo anch’io (nel mio ruolo di libro estratto a sorpresa): “chissà se interesserà davvero la storia che adesso si troverà davanti, e che io sto per introdurre?” Insomma, esperimenti di incontro e di conversazione (diverso anche dalla chiacchierata con gli amici). Per una durata di circa mezz’ora: poco più di nulla? (Mi viene in mente quell’operaio di anni fa, addetto a salire sulla cabina del macchinista mentre gli altri bloccavano i binari della ferrovia, e lui diceva al capotreno: “ci basta una mezz’ora, una mezz’ora almeno”). Esperienze brevi ma forse dense (l’esperienza, del resto, non è soltanto quella che vivi lì sul momento ma anche o soprattutto come la rivivi dopo). Inoltre, il tema del racconto da me proposto è stato proprio quello delle memorie, di quella manciata di mesi che fu la Resistenza in Italia (“IL CARRETTO MAGICO: andata e ritorno tra Resistenza e memorie”: https://tulliobugari1.wordpress.com/il-carretto-magico/ - Venturaedizioni) e uno dei temi emersi nelle conversazioni è stato proprio quello della densità delle esperienze in situazioni particolari, e poi della difficoltà a narrarle: storie spesso mantenute in silenzio per anni, finché non emerge un linguaggio o un contesto più adatto per iniziare a narrarle, in tutto o in parte, o ad alcune persone scelte come tramiti o mediatori con tutti gli altri. È emerso questo tema nelle nostre conversazioni. Alcuni dei presenti mi raccontavano d’averla vissuta questa esperienza, anche con i loro familiari, di persone che solo dopo anni iniziano a raccontare. Il pudore tenace della memoria, m’è capitato a volte di definire questa cosa in qualche mio scritto. E poi, in altri spezzoni di conversazione di ieri sera, è emersa anche la constatazione che questa cosa non vale solo per le memorie del passato, di chi ha attraversato situazioni eccezionali, ma è così anche e soprattutto oggi, per noi che siamo qui e viviamo dentro questa contemporaneità così complessa, e spesso invece finiamo col chiacchierare in superficie (anzi, leggevo proprio ieri da un post su fb di Loredana Lipperini, di una ricerca di un istituto il quale ha stimato che negli ultimi anni, nei quali si conversa sempre di meno, la quantità di parole che pronunciamo e scambiamo tra noi, mediamente è diminuita del 28%), e quindi anche senza una consapevolezza più piena di ciò che vorremmo dire o ascoltare (perdiamo il senso dell'ESPERIENZA?). Tutto qui: piccoli esperimenti.