17/08/2026
La danza (in arabo Raqs Sharqi) è una delle espressioni più tipiche delle culture arabe e medio-orientali. Nel quadro di Giuseppe Biasi, risultato di una cultura orientalista derivata verosimilmente dalla lettura di un classico francese come ‘Viaggio in Egitto’ di Gustave Flaubert, la danzatrice si muove sinuosamente al ritmo del tabl kabir, il grosso tamburo di origine europea, assai utilizzato in nord-Africa dalle bande militari e assorbito dal folklore locale. Alla presenza dei veli è demandata la creazione di effetti visivi, sempre più ipnotici e suggestivi.
Sulla destra un suonatore di ney, il tipico flauto mediorientale che costruisce melodie arabeggianti e complicate. Il ney (in arabo “canna”), e il suo gemello più piccolo, il kawala (da cui differisce per il numero dei fori) sono flauti di canna di remota origine, e vengono fatti risalire all’antico Egitto. Il fatto che alcuni esemplari siano stati rinvenuti a Ur, in Mesopotamia, e nelle piramidi egizie, li rendono gli strumenti più antichi a oggi in uso.
La danza dei veli intesa come danza di seduzione - che in senso lato ha origini antichissime: si pensi a Salomé che danza davanti a Erode per soddisfare il desiderio di vendetta della madre Erodiade - divenne un classico della narrazione cinematografica e letteraria. Egitto e India si fondono nelle sensuali danze di Greta Zeele, in arte Mata Hari, odalisca e spia, il cui doppio gioco la condannò a morte nel 1917. Ma è probabilmente a Kuchuk Hanem, odalisca e cortigiana, che Gustave Flaubert incontró a Esna nel 1850, e alla sua “danza dell’ape”, che Biasi si ispira per il suo quadro.