04/04/2026
Quanto accaduto recentemente a La Ruota della Fortuna non è solo un episodio di cronaca televisiva, ma lo specchio di un pregiudizio radicato. La frase di Gerry Scotti, che ha definito il ruolo di un'insegnante di sostegno, oggi "dell' inclusione", come un accontentarsi di "quello che passa il convento", ha sollevato un polverone che va ben oltre la semplice gaffe mediatica. Una cattedra di sostegno, è vero, da molti, è vista come ripiego, scorciatoia, un "metto un piede a scuola e poi si vede". Questa impostazione, vorrei sottolineare, coesiste certamente con una realtà ben diversa, ma meno visibile: quella di moltissimi docenti che scelgono il sostegno per vocazione e vi operano con continuità e reale competenza; insegnanti che mostrano attitudine e professionalità, investendo anni in studi specifici per garantire il diritto allo studio dei ragazzi più fragili. Le scuse social del conduttore, per quanto doverose, appaiono a molti come un palliativo. Il vero nodo non è l'offesa al singolo, ma la svalutazione culturale di una figura che dovrebbe essere uno dei pilastro dell'inclusione. A pagare il prezzo più alto di questa deriva sono, come sempre, gli alunni con disabilità. Se non cambia la percezione sociale e istituzionale di questo ruolo e finché il lavoro del docente dell'inclusione sarà percepito come una soluzione "comoda", temporanea o residuale, la vera integrazione resterà incompleta. E nel frattempo, qualcuno resterà indietro. Sfortunatamente, sempre gli stessi. Quelli per cui "la ruota della fortuna" non ha fatto il giro giusto.
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