Dêmos ...note di cultura e di opinione politica, locale e non

Altri tempi, altri protagonisti, altre priorità, altre capacità ...così distanti, così diversi
19/03/2023

Altri tempi, altri protagonisti, altre priorità, altre capacità ...così distanti, così diversi

06/01/2023

“Finché si tratta di calzolai che siano incapaci o che sian corrotti, o che si vantino di essere abili pur non essendolo, non ne verrebbe una gran perdita per lo Stato. Ma vedi bene che se fossero i Custodi delle leggi e dello Stato a fingere di essere custodi, mentre non lo sono, sarebbe la Città intera a correre il rischio di una completa distruzione, proprio perché la sua felicità e la sua buona amministrazione sono nelle loro mani.”

Platone, La Repubblica, IV, 421A

20/09/2022

ELEZIONI POLITICHE 25 SETTEMBRE 2022

"PERCHE' E' IMPORTANTE ANDARE A VOTARE"
Lo sdegno dei cittadini si è focalizzato soprattutto “sull’enorme distanza creatasi tra classe politica e Paese pulsante” fatto di cittadini il cui unico triste obiettivo è diventato la sopravvivenza quotidiana, privata della dignità del vivere e della prospettiva del futuro, mentre i loro rappresentanti politici sembrano non soffrire alcun disagio.
Purtroppo però questa cittadinanza utilizza sempre più come forma di protesta, erroneamente a mio avviso, nelle intenzioni ma anche nei fatti dimostrati in passato e dimostrabili nei sondaggi, di non recarsi alle urne.
Votare però è anzitutto un diritto-dovere costituzionale, ed è l’unico strumento con cui il cittadino può interagire con la politica e i suoi equilibri.
Nel caso specifico l’astensione è una forma errata di protesta perché nelle elezioni politiche non esiste un quorum da raggiungere come nel voto referendario (dove tutto viene annullato se non si raggiunge il 50% + 1 dei votanti), quindi astenersi non arresta l’insediamento del Parlamento eletto anche da pochissimi cittadini, per assurdo anche da poche migliaia a fronte dei circa 47 milioni italiani aventi diritto/dovere al voto. Astenersi inoltre significa dare il voto a tutti piuttosto che non darlo a nessuno.
È una questione matematica: le percentuali di voto dei partiti vengono calcolate sul totale dei soli votanti, non su tutti gli aventi diritto a votare (astenuti compresi). Se votano solo il 50 % degli italiani, i partiti votati da questi cittadini (magari per sole clientele o interessi diretti) si spartiranno comunque il 100% del Parlamento. Gli astenuti (e il loro senso di protesta) non avranno comunque alcun rappresentante proprio lì dove si decide la loro sorte, volente o nolente.
Ecco un esempio pratico: Se ci sono 100 elettori in totale e tre soli partiti da votare (A-B-C), e vanno a votare solo 50 elettori (perché magari già tesserati ai partiti A e B) mentre gli altri 50 si astengono dal voto (per protesta soprattutto contro A e B), in Parlamento entreranno proprio i partiti meno desiderati (A e B), mentre C (in opposizione ai primi due) rimarrà tagliato fuori.
Questo è il risultato peggiore possibile per chi intendeva protestare attraverso l’assurdo “Non voto di protesta”. Se invece vanno votare tutti i 100 elettori e 50 danno il voto ad A e B, mentre altri 50 (prima astenuti) danno il voto a C, le elezioni le vincerà C, mentre i partiti A e B (nonostante abbiano in totale gli stessi voti di sempre) diventeranno minoritari con il 25 % a testa.
Dunque il risultato finale dell’astensione, in definitiva, è opposto a quello che si desidera, perché lascia scegliere l’intera classe politica a tutti gli altri elettori disposti ancora a votare per quel partito da cui possono ottenere favori e clientele e di conseguenza, nessuno considererà il voto di protesta dei milioni di astenuti convinti che il non voto possa portare ad un cambiamento.
Astenersi, in altre parole, significa perdere in partenza, rinunciare ai propri diritti e alla propria voce in capitolo e, a prescindere dalla legge elettorale vigente, aiuterà ancora una volta a far rivincere alla grande la famigerata Casta.
Per cui il consiglio è di andare a votare, informarsi sulle liste e sui candidati, votare con criterio e discernimento e soprattutto non farsi fregare anche stavolta, anche da chi vuol far credere che non scegliere (e lasciare la scelta a pochi elettori), sia una soluzione.
Il 25 settembre ci recheremo ai seggi per eleggere il governo che dovrà regolare e indirizzare al meglio la vita dei cittadini di questa nazione ed è doveroso esercitare questo diritto/dovere poiché questo è l’unico modo che ha un cittadino di decidere le sorti della propria Nazione.
In effetti il voto è una delle maggiori conquiste delle democrazie libere e moderne, ed è protetto dalla nostra costituzione; è un diritto inviolabile e al tempo stesso un dovere civico.
Eppure il numero di quanti non si recano alle urne è in crescita ovunque.
Perché le persone non vanno a votare? Il fenomeno è davvero preoccupante? E soprattutto, di che portata è? La risposta è imbarazzante: l’astensionismo è in crescita, persino dove votare è un obbligo.
Il tema dell’astensionismo domina da anni il dibattito politico. Elezione dopo elezione, tornata dopo tornata, la partecipazione elettorale del popolo italiano è diminuita in maniera sostanziale. Alle prime elezioni della camera dei deputati (1948) partecipò il 92,23% del corpo elettorale, nel 2013 la percentuale era del 75,20%, per la prima volta sotto la soglia dell’80%.

Il diritto di voto è sancito dall’articolo 48 della costituzione. Il cosiddetto elettorato attivo (l’insieme delle persone che hanno la capacità giuridica di votare) è composto da uomini e donne che hanno compiuto la maggior età. Quello che spesso si dimentica però, è che oltre ad essere un diritto, il voto è un dovere civico, che tutti i cittadini hanno.
Nonostante questo sempre più persone decidono di non partecipare, anche perché nel nostro paese votare non è obbligatorio. Ma esistono casi al mondo in cui lo è. Secondo l’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (IDEA) attualmente al mondo sono26 i paesi in cui i cittadini sono obbligati a votare.
In quei paesi, le penalità per il “non-voto” possono essere di vario tipo:
I) semplice spiegazione: portare una giustificazione formale per l’astensione per evitare una possibile multa;
II) sanzione pecuniaria per chi decide di non partecipare (attualmente presente in 16 paesi);
III) incarceramento: al momento nessuno paese considera quest’opzione, se non come conseguenza per multa non pagata;
IV) perdita di alcuni diritti e della possibilità di usufruire di servizi pubblici o rimozione dalle liste elettorali.
In Italia non vige l’obbligo, e non vi sono azioni punitive per il non voto. Il primo dovere è quindi quello di votare, altrimenti si lascia agli altri questo importante compito e non si ha il diritto poi di lamentarsi delle eventuali carenze o malefatte del governo eletto.
Ciò che più deve animare e impegnare il cittadino è la scelta della fazione che deve poi governare per alcuni anni. Bisogna quindi guardarsi dentro per una decisione assennata, e fuori per analizzare “se mandare a casa il governo uscente per avere governato decisamente male o riconfermarlo”.
Non mi permetto suggerire per chi votare, ma è bene ricordare che in quei brevi istanti di solitudine all'interno della cabina elettorale decideremo insieme le sorti della nazione, quindi siate saggi e votate con intelligenza per la grandezza della nazione e non del partito.

"LE MOTIVAZIONI"
In linea generale, esistono almeno “sette temi principali” che spingono il corpo elettorale nel suo complesso a scegliere un partito rispetto a un altro. In primo luogo, si posiziona la capacità di un partito di essere attento ai “problemi reali delle persone” (23%). A seguire, subito dopo, il “voto di appartenenza” (il 22% vota un partito perché ne condivide le idee) e il “livello di onestà” di una forza politica (21%). Gli altri fattori motivanti sono dati da: la “fiducia” che riesce a ispirare il partito e il suo leader (19%), il “programma e le scelte politiche” che propone per il futuro del Paese (18%), la “capacità e la responsabilità” nel governare il Paese (17%) e la propensione a fare gli “interessi di tutti” (16%).
Scendendo nel dettaglio, emergono delle “differenze tra gli elettori” di centrodestra, di centro e centrosinistra.
• Per gli “elettori di centrodestra” i principali fattori motivanti sono la fiducia nel partito o nel leader (29%), l'onestà (28%), la condivisione delle idee (26%), l'attenzione ai problemi reali (22%), la capacità di parlare in modo semplice e chiaro (18%), la voglia di cambiare le cose (14%) e l'essere contro la sinistra (13%).
• Per gli “elettori di centrosinistra”, invece, si posiziona innanzitutto il programma (26%) e a seguire: l'attenzione ai problemi reali (25%), la condivisione delle idee (24%), l'attenzione alle fasce più deboli (22%) e la responsabilità nel governare (21%).
• Gli “elettori di centro” mettono, invece, ai primi posti la condivisione delle idee (36%) e l'attenzione ai problemi reali (32%).

"I TEMI SENSIBILI DEL VOTO"
Guardando, invece, ai temi più sensibili per il voto -oltre alla necessità su lavoro e caro prezzi (trasversali tra i diversi elettorati)- troviamo la lotta alla corruzione (22%), la sicurezza (21%), l'ambiente e la riduzione delle tasse (19%), la richiesta di maggiore uguaglianza (18%), l'immigrazione e la riduzione del precariato (12%).
Anche in questo caso, scendendo nel dettaglio, l'agenda dei temi driver è differente tra i vari elettorati.
• Per il centrosinistra in vetta troviamo l'ambiente (31%), la lotta alle diseguaglianze (29%), i diritti civili (23%), l'antirazzismo (22%) e la lotta alla mafia (19%).
• Gli elettori di centrodestra sono molto sensibili ai temi della sicurezza e delle tasse (27%), l'immigrazione (26%), la difesa dei valori tradizionali (17%), le grandi opere e la difesa delle pensioni (16%) e il no alla casta (13%).
• L'elettorato centrista, infine, è attento a temi quali corruzione (32%), l‘ambiente e sicurezza (28%) e grandi opere (18%).
In ultima analisi:
- per il ceto medio basso e i ceti popolari l'attenzione si concentra maggiormente su corruzione (29%), tasse e sicurezza (24%), lotta al precariato (18%) e no alla casta (13%).
- per Il ceto medio, invece, si concentra su l‘ambiente (23%), sicurezza (21%), grandi opere (17%), tasse e diseguaglianze (16%).
(Fonte web)

Quattro panchine così, con su scritte pagine della storia del paese, posizionate davanti alla biblioteca comunale non st...
20/06/2022

Quattro panchine così, con su scritte pagine della storia del paese, posizionate davanti alla biblioteca comunale non starebbero per niente male......

Fatti così lontani, eppur così vicini...... Questo sarebbe un libro da presentare ai nostri giovani
17/06/2022

Fatti così lontani, eppur così vicini...... Questo sarebbe un libro da presentare ai nostri giovani

ORESTEA DI ESCHILO:L'AGMENNNONE Sacrificio ancestrale, guerra, sangue, lussuria, vendetta inesorabile, violenza implacab...
20/05/2022

ORESTEA DI ESCHILO:
L'AGMENNNONE

Sacrificio ancestrale, guerra, sangue, lussuria, vendetta inesorabile, violenza implacabile, dolore e fragilità, profezie funeste, ciclicità del massacro familiare e della storia degli uomini, destino ineluttabile.
La potenza di Eschilo è soprattutto nelle parole di Cassandra.
“Anche se non mi credi fa lo stesso, ciò che deve accadere, accadrà.
Ah miserabile condizione di noi uomini! Quando tutto va bene, la felicità non è più reale di un’ombra. Quando la buona sorte viene meno, un colpo di spugna ci spazza via come labili figure di un dipinto. E non v’è dolore più grande di questo”.
Ciò che denuncia ed insegna questa tragedia, ci dice quanto potente è il suo messaggio. Toccante, solenne, meraviglioso, estremamente attuale e tremendamente affascinante.

Grazie a Ludovico per la splendida analisi con la chiosa finale sul parallelismo con l'attualità.

Lo proporrei volentieri un Festival del Dramma Antico al paesello, tutti seduti sull'argine dell'Adige a San Martino a mo' di teatro classico in attento ascolto sotto le stelle d'estate, sottolineando che da questi testi immortali del passato non si può altro che imparare, .....ragionare, .....dubitare, .....maturare, .....cambiare, .....crescere, .....migliorare.

La gente lo approverebbe? Non so. Le nostre azioni si concretizzano per il piacere di farle, per il resto "....non ti curar di loro..." scriveva il Sommo Dante.

Quando le persone non capiscono, ogni argomento, ogni novità è vacua ai loro occhi e attraversa inerme le loro menti senza lasciare il segno....., parimenti tutto quanto stimola il nostro interesse acquista consistenza dentro di noi trasmutandosi nella consapevolezza della gioia dell’apprendimento e della conoscenza.

01/04/2022

QUANTO VALE UNA VITA?

Quanto vale la vita degli esseri umani? Quant’è giusto spendere per proteggerla? Fino a che punto le misure restrittive prese per limitare la diffusione del nuovo coronavirus hanno generato benefici superiori ai loro costi economici? Di fatto, quasi tutte le religioni e le filosofie considerano la vita un bene dal valore inestimabile. Eppure, non sono poche le circostanze in cui all’esistenza di una persona viene applicato un prezzo, si tratti di pagare un riscatto per la liberazione di un ostaggio o di preve**re il rischio di un incidente.
In questi mesi, alla stima economica del valore della vita è stato affidato il compito oneroso di decidere quali fossero le politiche migliori da introdurre per gestire la pandemia. In Francia, per esempio, Christian Gollier, direttore della Scuola di economia di Tolosa, ha stabilito che, in termini di benessere collettivo, i novanta miliardi di perdite causati dai 30mila decessi fossero un male minore rispetto al lockdown. Per giungere a questa conclusione, Gollier ha considerato un valore di tre milioni di euro a vita e ha confrontato le perdite derivanti dalla morte di 30mila persone con il costo derivante da una caduta del prodotto interno lordo (pil) pari al 20 per cento, concludendone che i decessi fossero il male minore rispetto al lockdown.
In modo diverso, l’economista inglese Julian Jessop è arrivato alla stessa conclusione in una ricerca pubblicata per l’Institute of economic affairs, think tank di destra ispirato ai princìpi del libero mercato. Supponendo che il virus avrebbe colpito solo gli anziani, e ipotizzando che questi avrebbero avuto un’aspettativa di vita di dieci anni, Jessop ha stimato che 400mila morti premature valessero al massimo 600mila sterline ciascuna (60mila sterline all’anno per dieci anni), una cifra distante dai tre milioni a vita di Gollier. Pur apprezzando la difficoltà di confrontare “arance (morti per il covid-19)” e “pere (i costi economici e fiscali di un lockdown)”, Jessop ha concluso che, una volta considerati i costi economici e sociali, salvare 400mila vite non fosse necessariamente vantaggioso.

Schiavismo e capitale umano
Nella storia dell’umanità le stime attribuite al valore della vita sono state le più diverse. Nel 1910 un articolo del New York Times – intitolato What the baby is worth as a national asset – usava una stima dell’economista di Yale Irving Fisher per dedurre che un bambino, alla nascita, valesse 362 dollari ogni 450 grammi. Il calcolo si basava sulla stima della potenziale ricchezza prodotta dal bambino o dalla bambina nel corso della sua esistenza. Considerando che nel 1910 gli Stati Uniti avevano un raccolto agricolo dal valore di 6,96 miliardi di dollari, e che nello stesso anno erano nati 2,4 milioni di bambini, questo significava che se ognuno di loro fosse sopravvissuto “al normale periodo di otto anni”, avrebbe potuto produrre “2.900 dollari in più di quanto costa allevarlo e mantenerlo”, rendendo le nascite un investimento conveniente per aumentare la ricchezza del paese.
La tendenza a quantificare il valore della vita degli esseri umani sulla base della capacità di produrre reddito è una prassi di lungo corso. Secondo lo storico dell’università di Haifa Eli Cook deriva dallo schiavismo. È stato il governatore del South Carolina, lo stato che nel 1740 aveva la percentuale più alta di schiavi nel paese, a calcolare il pil sulla base del fatto che ogni schiavo produceva un reddito pro-capite di 40mila sterline all’anno.
Per Cook, la teoria del capitale umano deriva esattamente da queste stime. Ancora oggi, la teoria del capitale umano calcola il valore della vita sulla base dei redditi percepiti. Secondo l’Istat la vita di un italiano vale in media circa 342mila euro all’anno. Tuttavia, poiché lo “stock di capitale umano” – come lo chiamano gli economisti – non è uniforme nella popolazione, ne consegue che la vita di un giovane vale di più della vita di un anziano perché ha davanti a sé più anni per lavorare, esattamente come la vita di un uomo vale di più rispetto alla vita di una donna: per l’Istat, non a caso, il valore pro-capite maschile è pari a 453mila euro, mentre quello femminile è circa la metà, 231mila euro. Come spesso accade, invece di spiegare le disuguaglianze sociali, questi valori le misurano e normalizzano il fatto che, nel nostro mondo, alcune vite semplicemente valgono più delle altre.

Due casi
Nel suo libro Pricing lives: guideposts for a safer society (Princeton university press 2018), l’economista W. Kip Viscusi spiega che la teoria del capitale umano si presta a così tante contraddizioni da dive**re inservibile. A volte, per esempio, conduce a stime così basse del valore della vita che diventa più conveniente risarcire una morte che prevenirla. Altre volte rende addirittura vantaggiosi i decessi.
Pensiamo alla storia della Ford Pinto. Nel 1971 la Ford aveva cominciato la produzione della Pinto, un’auto dal prezzo accessibile con un mercato potenziale di circa undici milioni di compratori. Nonostante le aspettative, la Pinto aveva un difetto di fabbricazione che, in caso di velocità sostenuta, portava il paraurti a schiacciare il serbatoio della benzina, generando una miccia che rischiava di infiammare il veicolo.
Nel 1977 Mark Dowie ha vinto il premio Pulitzer per un articolo pubblicato da Mother Jones in cui raccontava come la Ford avesse deciso di soprassedere sul difetto di fabbricazione facendo un calcolo costi-benefici secondo il quale risarcire l’eventuale morte dei conducenti dell’auto esplosa sarebbe stato più conveniente che sostituire il pezzo difettoso. Il costo della sostituzione del serbatoio del gas era di 11 dollari a veicolo. Moltiplicato per 12, 5 milioni (11 milioni di auto più 1,5 milioni di autocarri) portava a un costo totale di 137,5 milioni di dollari. Mentre risarcire la morte di 180 conducenti e altrettanti feriti – numeri tratti da un’analisi della Ford ottenuta da Mother Jones – sulla base di una stima di 200mila dollari a vita, avrebbe abbassato i costi a circa 50 milioni di dollari. Nel caso della Ford Pinto, dunque, era più conveniente risarcire un decesso che prevenirlo.
Altre volte, i decessi sono stati considerati addirittura convenienti.
In un rapporto del 2001 la Philip Morris ha rassicurato il governo della Repubblica Ceca sul fatto che il fumo avrebbe avuto “effetti positivi” sulle finanze nazionali, perché la mortalità precoce dei fumatori avrebbe fatto risparmiare al governo tra 23,8 milioni e 30,1 milioni di dollari di assistenza sanitaria, pensioni e alloggi per gli anziani. Insomma: il fumo fa male alla salute, ma le morti precoci dei fumatori fanno bene alle casse dello stato.

Calcoli statistici
Data l’etica discutibile di queste conclusioni, Kip Viscusi ha elaborato un approccio alternativo, chiamato “valore di una vita statistica” (Vsl). In questo caso, il valore della vita non dipende dalla quantificazione del reddito negli anni a ve**re, né prevede che alcune vite valgano più di altre all’interno dello stesso paese. Il valore di una vita statistica non rimanda a una persona fisica, ma calcola quanto le persone siano disposte a pagare per ridurre il rischio di morire. Negli Stati Uniti il valore di una vita statistica è di circa dieci milioni di dollari. In Italia è di circa cinque milioni di euro.
Secondo Viscusi, usando questa stima, l’analisi costi-benefici del lockdown diventa molto più semplice. Nel caso degli Stati Uniti, dove si stima che la pandemia metta a rischio un milione di persone, la perdita di circa dieci trilioni di dollari – un valore ottenuto moltiplicando i dieci milioni di dollari associati a ogni vita per il milione di morti previsti – eccede il costo di qualunque misura restrittiva. Lo stesso vale per l’Italia, dove il costo di mezzo milione di morti è calcolato tra 2,5mila miliardi di euro e 3mila miliardi di euro, a seconda delle stime, circa una volta e mezzo il pil italiano.
Il lavoro di Kip Viscusi trasforma l’intero dibattito sul valore della vita degli esseri umani in un affascinante paradosso.

Le parole dei politici
Sebbene il senso comune consideri immorale stimare il valore della vita, è vero altresì che le stime di economisti come Viscusi sono più morali di altre. Pensiamo alle parole del presidente della giunta regionale ligure Giovanni Toti, che ha definito i pazienti molto anziani “non indispensabili allo sforzo produttivo del paese”. Non è raro che nel dibattito pubblico emergano voci che considerano alcuni gruppi sociali privi di valore o troppo costosi per essere protetti.
Questo non vale solo per l’Italia. Il parlamentare conservatore inglese Charles Walker, per esempio, ha dichiarato che “non tutti i decessi sono una tragedia: non si può paragonare la morte di un bambino o di un adolescente con quella di un novantenne”. Sempre nel Regno Unito, Jeremy Warner ha scritto sul Telegraph che “da un punto di vista economico, il covid-19 potrebbe anche risultare leggermente vantaggioso a lungo termine, eliminando in modo sproporzionato le persone anziane non autosufficienti”.
Negli ultimi mesi sono state molte le dichiarazioni di esponenti del mondo politico e imprenditoriale in base alle quali eliminare le vite meno produttive sarebbe quasi vantaggioso perché consente di risparmiare sulla spesa pubblica e sulle pensioni. Negli Stati Uniti un funzionario comunale della California è stato costretto alle dimissioni per aver affermato che la pandemia non è altro che uno strumento usato dalla natura per “permettere ai malati, agli anziani, ai deboli di seguire il loro corso naturale”, e per “porre fine a quello che è un peso significativo per la società”, riferendosi ai senzatetto.
Negli ultimi mesi le associazioni di pensionati e delle persone con disabilità sono intervenute duramente per stigmatizzare la tendenza a definire alcune vite meno importanti di altre. Per certi versi, le parole di alcuni politici mostrano come le diseguaglianze sociali precedano la stima economica del valore della vita, rendendo manifesta l’esistenza di gerarchie che diventano esplicite ogni qual volta una comunità decide di cercare il capro espiatorio, la vittima da sacrificare per accelerare l’uscita dalla crisi e per ripristinare condizioni di normalità.
In questa pandemia l’untore è stato dapprima il migrante, nei mesi in cui ancora si parlava di “virus cinese”, e gradualmente si è incarnato nelle persone più vulnerabili, suggerendo che la “salute” delle finanze pubbliche dipendesse dalla capacità di ridurre l’oneroso bisogno di cura degli anziani, dei disabili e delle persone più fragili. È sorprendente, in questo contesto, che siano proprio alcuni economisti come Viscusi a spingere per attribuire alle vite più vulnerabili un valore economico elevato per poterle proteggere, mentre nel senso comune resta ancora tanta strada da fare.

Francesca Coin, sociologa
5 gennaio 2021
Fonte web: internazionale.it

Quaderno 02
04/03/2022

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Quaderno 03 - Copertina
09/02/2022

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07/02/2022

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16/01/2022

Sono passati solo 24 anni. Ai quei tempi gli amministratori si assumevano la volontà e la responsabilità di avallare la volontà dei Cittadini, e i
Comitati dei cittadini non erano virtuali ma reali come il loro dissenso. Eppure, oggi come allora, ci si contrapponeva sempre ad una ditta privata.... Ma oggi ci sono i Comitati? ...e dov'è il dissenso?

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19/11/2021

In un paese con molti anziani, ottima intuizione di progettualità sociale urbana. Peccato le amministrazioni seguenti non abbiano colto l'opportunità.

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