San Giorgio Bene Comune

San Giorgio Bene Comune San Giorgio in Bosco, diritti, acqua bene comune, ambiente, sanità pubblica, lavoro, Brenta, giovani.

Oggi sul Gazzettino di Padova
06/02/2026

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Oggi sul mattino di Padova
06/02/2026

Oggi sul mattino di Padova

📍 Mercoledì 4 febbraio – ore 20.45📌 Sala consiliare, Barchesse di Villa Bembo📍 San Giorgio in BoscoCi ritroviamo insieme...
31/01/2026

📍 Mercoledì 4 febbraio – ore 20.45
📌 Sala consiliare, Barchesse di Villa Bembo
📍 San Giorgio in Bosco

Ci ritroviamo insieme per fare pressione contro l’ampliamento della Vera e per condividere le prossime azioni.

👉 Si attende la Valutazione Ambientale Strategica della Regione, poi la decisione finale tocca al Consiglio Comunale.
👉 Consigliere e consiglieri comunali possono dire NO.

👇🏼 La locandina dell’appuntamento e un po’ di rassegna stampa di questi giorni.

Care cittadine, cari cittadini di San Giorgio in Bosco, nei giorni scorsi è accaduto un fatto che come gruppo di opposiz...
27/01/2026

Care cittadine, cari cittadini di San Giorgio in Bosco,

nei giorni scorsi è accaduto un fatto che come gruppo di opposizione riteniamo serio e che merita una riflessione pubblica. Il sindaco ha inviato una lettera ai consiglieri di minoranza chiedendo formalmente conto della paternità del volantino contro l’ampliamento dello stabilimento Vera.

Questa richiesta, nascosta dietro un approccio fintamente garbato, ci appare come un tentativo di intimidazione.

Il confronto democratico non si fa chiedendo "chi ha scritto cosa", ma discutendo nel merito delle idee e delle scelte che riguardano il futuro del paese.

Ribadiamo che siamo in migliaia a condividere questi contenuti. In un tempo segnato dalla crisi climatica, è responsabilità della politica fermare il consumo di suolo e smettere di regalare l'acqua, bene comune, al business dei miliardari. Noi continueremo a portare avanti questa battaglia con serietà e trasparenza.

San Giorgio Bene Comune

Alberto Scapin, Chiara Favero, Valentina Campagnaro, Dino De Davide, Giorgia Frasson, Giuliana Lorenzetto, Carlo Miatello, Diego Montenegro, Annalisa Poppi, Marina Prete, Lucia Riondato, Sebastiano Rizzardi, Elena Villanova

Tre anni dopo torniamo a parlare di San Giorgio in Bosco. Il paese, in seguito alla mobilitazione del 2022 - l’estate pi...
22/01/2026

Tre anni dopo torniamo a parlare di San Giorgio in Bosco.

Il paese, in seguito alla mobilitazione del 2022 - l’estate più calda e secca degli ultimi decenni - si sta impegnando in una nuova battaglia contro la proposta di ampliamento dello stabilimento avanzata da San Pellegrino e AQua Vera S.p.A.

Ne abbiamo parlato con Sebastiano Rizzardi di San Giorgio Bene Comune.



San Giorgio in Bosco (PD) si impegna in una nuova battaglia contro la proposta di ampliamento dello stabilimento di Aqua Vera S.p.A.

Notizie di questo tipo ormai spuntano ogni giorno. Non si capisce come si possa ragionare con le categorie di 50 anni fa...
22/01/2026

Notizie di questo tipo ormai spuntano ogni giorno. Non si capisce come si possa ragionare con le categorie di 50 anni fa (“portano SVILUPPO, portano SKEI, femoghe fare quei che i voi altrimenti ci fanno CAUSA”). Ma in un territorio in cui si rischia di trovarsi acqua avvelenata che esce dal rubinetto, possiamo continuare a regalare l’acqua (e la terra) a chi ci deve fare i miliardi?

5.000 FIRME PER IL NOSta arrivando nelle case di San Giorgio in Bosco un nostro volantino, che ringrazia le migliaia di ...
18/01/2026

5.000 FIRME PER IL NO

Sta arrivando nelle case di San Giorgio in Bosco un nostro volantino, che ringrazia le migliaia di persone che hanno firmato (e stanno firmando) e che mette insieme i tanti argomenti contro il progetto del nuovo stabilimento Vera, potete scaricarlo a questo link: https://urly.it/31dh-a

🌱 Se puoi, diffondi. Grazie.

L’appuntamento referendario è la sfida più importante che abbiamo di fronte. Una sfida non per la sola Cgil, o per i pro...
28/05/2025

L’appuntamento referendario è la sfida più importante che abbiamo di fronte. Una sfida non per la sola Cgil, o per i promotori del quesito sulla cittadinanza, ma per tutte le realtà, le forze politiche, le associazioni, il mondo della cultura, i semplici cittadini che vogliono favorire un cambiamento radicale del nostro modello sociale e di sviluppo.

Un cambiamento che non arriverà mai dall’alto, per gentile concessione, e men che meno da chi governa attualmente il nostro Paese, ma che va conquistato dal basso, attraverso il coinvolgimento e la partecipazione di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, giovani, cittadine e cittadini.

Ed è esattamente quello che faremo nelle prossime, decisive settimane. Andremo casa per casa, strada per strada, posto di lavoro per posto di lavoro, quartiere per quartiere, dalle grandi città fino al più piccolo dei comuni, per convincere le persone in carne e ossa che – l’8 e il 9 giugno – abbiamo una grande occasione: invertire – per la prima volta dopo decenni – una lunga stagione di svalorizzazione, di precarizzazione, di impoverimento del lavoro, e dotarci – finalmente – di una legislazione civile sulla cittadinanza.

Il merito dei quesiti è presto detto: ripristino dell’articolo 18 per dire basta ai licenziamenti illegittimi nelle aziende sopra i 15 dipendenti, eliminazione del tetto massimo di sei mensilità per gli indennizzi di chi viene licenziato nelle aziende sotto i 15 dipendenti; reintroduzione delle causali per i contratti a termine, in modo da porre un freno alla precarizzazione dilagante; introduzione della responsabilità dell’impresa committente per gli infortuni che si verificano lungo la catena degli appalti, con l’obiettivo di rendere più sicuro il lavoro; dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale per ottenere la cittadinanza di chi vive, studia e lavora regolarmente in Italia.

Crediamo, in sostanza, che sia giunto il momento di dire basta a quel vero e proprio ribaltamento, che si è – via via – consumato negli ultimi decenni, nel corso dei quali siamo passati da una lunga stagione in cui invocavamo la legge per difendere i diritti di lavoratrici e lavoratori a oggi, in cui dobbiamo difendere le persone che lavorano dall’applicazione di leggi sbagliate e ingiuste che hanno ridotto i diritti e peggiorato le condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini.

E ai nostri avversari, il cui unico argomento è paventare il rischio per cui – se prevalesse la nostra linea – l’Italia tornerebbe indietro di dieci anni, noi rispondiamo che è vero esattamente l’opposto. Sono le leggi in vigore ad aver rimesso indietro le lancette dell’orologio della storia di progresso e di civiltà iniziata negli anni ’70, dando corpo anche in Italia a quella “modernizzazione regressiva” che il neoliberismo ha imposto al mondo negli ultimi decenni.

Se così non fosse: non proseguirebbe la strage in corso nei luoghi di lavoro; non avremmo i dati peggiori d’Europa sulla precarietà e sulla povertà salariale; oltre mezzo milione di ragazze e di ragazzi italiani, dopo essere stati istruiti e formati nelle nostre scuole e nelle nostre università pubbliche, non sarebbero emigrati all’estero per sfuggire a un destino di instabilità e di sfruttamento che appare segnato.

Il nostro tentativo è innanzitutto quello di fermare questa vera e propria emorragia demografica.

Per dare l’idea delle dimensioni del fenomeno, è come se in poco più di dieci anni una città delle dimensioni di Genova, tutta popolata di giovani, fosse sparita dalla nostra cartina geografica. Si tratta di una inaccettabile, e autolesionistica per il Paese, dispersione di intelligenza, di cultura, di passione che, se proseguisse, priverebbe di qualunque prospettiva di crescita e di benessere la nostra società.

La nostra, dunque, è tutt’altro che una battaglia di retroguardia, ma tutta rivolta al futuro e alle nuove generazioni.

E quest’ultimo punto mi consente di agganciarmi anche al quesito sulla cittadinanza, per ribadire che non c’è alcuna invasione a cui far fronte, c’è semmai – lo ripeto – un’evacuazione, una fuga dall’Italia. Solo una classe dirigente sorda e cieca può far finta di nulla, dichiarando – a parole – di voler contrastare la denatalità, salvo poi - nei fatti - non solo non provare nemmeno a rallentarla questa emorragia, garantendo un salario, un lavoro e servizi pubblici decenti; non solo non fare nulla contro il brutale impoverimento delle fasce popolari e in particolare delle donne; ma continuare a negare a chi nasce, a chi vive, a chi lavora – e contribuisce – nel nostro Paese, il pieno riconoscimento della cittadinanza.

Siamo ovviamente ben consapevoli che la sfida democratica che abbiamo lanciato non è per niente facile. Anzi, potrebbe sembrare persino proibitivo riuscire a portare alle urne – nell’epoca della disaffezione, della disillusione, dell’astensionismo – la “metà più uno” degli aventi diritto al voto.

Intanto, è di questi giorni un sondaggio commissionato dal Corriere della Sera in cui si evidenzia come ci sia un potenziale del 43% di elettori già propensi ad andare a votare. Un dato molto alto se si considera che fin qui i media hanno sostanzialmente silenziato il dibattitto su questo tema. E ciò rende fondamentale il lavoro che possiamo fare prima dell’aperture delle urne. Un lavoro che può davvero fare la differenza.

Ma, al di là dei numeri, ciò su cui dobbiamo riflettere è perché le persone – soprattutto quelle che appartengono alle fasce popolari – non vanno più a votare.

E la ragione non è che non possono eleggere un capo a cui affidare pieni poteri, come ci racconta la maggioranza di Governo. La verità è che la gente non va più a votare perché non crede più nella capacità della politica, delle istituzioni – della stessa democrazia – di cambiare e migliorare le proprie condizioni materiali di vita e di lavoro; e perché – a prescindere dagli esiti elettorali – le scelte e le ricette sostanzialmente sembrano non cambiare mai.

Basti pensare ai sedicenti sovranisti, abilissimi ad agitare la crisi sociale durante la campagna elettorale, salvo poi rivelarsi – una volta al potere e al governo – i più fedeli (e zelanti) custodi di un modello di sviluppo ormai insostenibile sia dal punto di vista sociale, che ambientale.

Prendiamo – come esempio – un tema di strettissima attualità: quello della f***e corsa al riarmo, decisa dall’alto, a livello europeo, e con il pieno avallo – e il voto favorevole – del Governo di Giorgia Meloni.

Da qualunque sondaggio venga effettuato, risulta evidentissima la netta contrarietà a questa deriva della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Eppure, tutto questo non viene tenuto in alcuna considerazione. Il parere dei cittadini sembra ormai diventato un trascurabile dettaglio di fronte a decisioni che ci vengono presentate come obbligate, ineludibili, addirittura incontestabili.

E non è solo la volontà popolare a non contare nulla. Non contano nulla nemmeno i fatti.

Altro esempio: non è che fosse necessario l’arrivo di Trump alla Casa Bianca e la sua dissennata ricetta dei dazi, per capire che il modello mercantilista europeo – tutto fondato sui bassi salari, sui tagli al welfare e sull’austerità – non stava più in piedi.

Era già chiarissimo che, se avessimo continuato a comprimere la domanda interna e a puntare tutto sull’export, saremmo andati a sb****re. Eppure, si è andati avanti lo stesso, con il solito pilota automatico. Si è negata l’evidenza.

Anzi, se pensiamo al Governo italiano, si continua a vivere in una realtà parallela, celebrando record ormai del tutto immaginari, mentre la produzione industriale crolla da 26 mesi consecutivi, mentre la povertà aumenta, mentre un’inflazione da profitti ha ridotto drasticamente il potere d’acquisto di milioni di lavoratori e pensionati.

E allora, altro che saccheggiare – come ha proposto la premier – Pnrr e Fondi di coesione per regalare altre decine di miliardi di euro alle imprese, ancora una volta a pioggia, senza uno straccio di strategia, sottraendoli ai soggetti e ai territori più deboli, a partire – evidentemente – dal Mezzogiorno.

O, addirittura, utilizzare quelle risorse per le armi, come vorrebbe il commissario europeo Fitto.

Occorre fare esattamente il contrario: rilanciare la domanda interna – a partire da dove è più debole - aumentando i salari pubblici e privati; rafforzare lo stato sociale; mettere in campo politiche industriali capaci di fermare la deindustrializzazione in corso e di affrontare le sfide della transizione digitale e della conversione ecologica dei nostri sistemi produttivi.​

Non possiamo infatti dimenticare che il cambiamento climatico resta la principale minaccia alla stessa sopravvivenza del genere umano, che non scompare con la “sola imposizione delle mani” del presidente americano.

Potrebbe sembrare che quanto appena detto abbia poco a che fare con i quesiti che abbiamo proposto. Io la penso diversamente.

Il significato vero – profondo – della tornata referendaria di giugno va ben oltre il merito delle singole questioni su cui dovremo votare (che restano importantissime), e ha una valenza politica molto più ampia e generale.

Noi siamo convinti che – se raggiungeremo il quorum – riusciremo a fare un primo passo decisivo per costruire l’alternativa: non tanto e non solo ad un governo, ma a un sistema malato (che sta facendo letteralmente esplodere le diseguaglianze sociali e i divari territoriali), rimettendo al centro il lavoro libero, sicuro e ben retribuito; rimettendo al centro una società accogliente e inclusiva, che vede nelle “nuove italiane” e nei “nuovi italiani” una risorsa irrinunciabile per il nostro Paese – e per la nostra democrazia – e non certo una minaccia; rilanciando – soprattutto – l’obbiettivo (per dirla con le parole di papa Francesco nell’ultimo messaggio pasquale) di disarmare il mondo e rendere di nuovo possibile la pace, fermando il prima possibile le carneficine che si stanno consumando a est dell’Europa e a sud del Mediterraneo, dove (parlo ovviamente di Gaza) siamo tornati all’assedio in pieno stile medievale, che fa morire la popolazione civile non solo bombardandola senza tregua, ma per fame, per sete, per malattia.

Ed è chiaro che, se questo è il nostro orizzonte, è inutile sperare in un presidente (un tempo si sarebbe detto “nel sovrano”) illuminato e con le mani libere.

C’è un’unica strada da percorrere: rimettere al centro la partecipazione e la democrazia.

Una democrazia che si difende non restringendola, non avendone timore, ma praticandola e rilanciandola dal basso, con l’obiettivo fondamentale di rafforzarla attraverso la giustizia sociale, senza la quale qualsiasi democrazia rimane solo un involucro, una scatola vuota.

In definitiva, l’alternativa che avranno di fronte le italiane e gli italiani è piuttosto semplice: se ritengono che “tutto vada bene madama la marchesa”, come sostiene Giorgia Meloni, che non a caso invita all’astensione, possono pure votare no; a patto però di sapere che, se si lasciano sfuggire questa occasione, è certo, matematico, che tutto resterà così com’è, che nulla di significativo succederà per mutare la loro condizione di vita e di lavoro.

Se invece pensano che sia necessario cambiare la loro condizione e quella del Paese, allora, hanno un’occasione straordinaria a portata di mano per farlo: votare Sì a tutti e cinque i quesiti, determinando un risultato immediato e tangibile dal giorno successivo per milioni di persone; ma soprattutto, indicando chiaramente una direzione radicalmente alternativa rispetto alle politiche economiche e sociali degli ultimi decenni.

Noi, d’altronde, siamo nati fondamentalmente per questo: far partecipare le lavoratrici, i lavoratori, le pensionate e i pensionati, i cittadini alla vita democratica del Paese; per metterli nelle condizioni di decidere, di contare, di incidere sulle scelte politiche da cui dipendono il futuro loro e quello delle nuove generazioni.

Christian Ferrari, Segreteria CGIL Confederazione Generale Italiana del Lavoro

Oggi facciamo festa. Senza sobrietà.“A me è capitato, una volta, di partecipare ad una trasmissione televisiva insieme a...
25/04/2025

Oggi facciamo festa. Senza sobrietà.

“A me è capitato, una volta, di partecipare ad una trasmissione televisiva insieme ad un senatore fascista [Giorgio Pisanò] che faceva dei grandi discorsi di pacificazione: - In fondo eravamo tutti patrioti... Ognuno di noi aveva la patria nel suo cuore...etc., etc.-

Io lo interruppi dicendo: - Un momento. Se si parla di morti, va bene. I morti sono morti: rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore -. Questa è una differenza capitale”

Isabella Insolvibile, "L'antifascismo che non muore. Intervista a Vittorio Foa, in “Meridione. Sud e Nord del Mondo” 9/1, 2009.

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