22/06/2023
Dalla mia ultima raccolta di racconti "Il posto di Nenè."
Chi volesse una lettura per l'estate mi può contattare sotto il post o tramite Messenger.
UNA MADRE
Liberamente ispirato alla storia vera di Maria Giovanna Garofano detta Mastelluccio e di suo marito Vitangelo Ciaraolo, accaduta nel 1841 a Guardia Sanframondi.
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“Maria, Maria, l’è pigghiata la pacciarìa.”
I ragazzi comparivano come sciami, coi loro pantaloni di fustagno rattoppati e le giacche larghe ereditate dai fratelli maggiori, sempre mancanti dei bottoni che si erano giocati.
La canzonavano ripetendo quella litania all’infinito, le giravano intorno correndo e ridendo, le tiravano la veste o i capelli.
Maria Giovanna gettava a terra il mastello, colmo di panni da lavare o appena lavati e, mantenendo la lunga gonna nera con una mano, li rincorreva scalza, nonostante l’ingombro del pancione, masticando fra i denti mille improperi.
I ragazzi si allontanavano e si disperdevano, parevano sparire, lasciando una scia di risatine. Poi tornavano indietro, tutti contemporaneamente, come si fossero dati un segnale, sempre ripetendo quel ritornello.
Le lanciavano pietre e sputi, senza pietà, come sanno fare i ragazzi di quell’età, specialmente quando sono in gruppo. Maria Giovanna, grandi occhi scuri persi fra i capelli scompigliati e ricci, che le scendevano sul viso minuto, così tanto da sembrare troppo poco per quegli occhioni curiosi e sorridenti. Questa era Maria Giovanna solo qualche anno prima, da ragazzina, sempre sporca e scalza, sempre con un fratellino o una sorellina per mano, a cercare di pulirgli il moccio sul viso con il lembo della gonna.
Era la più grande di cinque figli e faceva loro da madre, anche se aveva solo dieci anni, ma la necessità non conosce età.
Suo padre era morto per una strana febbre. Per mesi non era più riuscito ad alzarsi dal letto per andare a lavorare nei campi per i padroni. Avevano dovuto vendere quelle poche galline che possedevano ed anche il somaro. Gli erano restate solo quelle quattro pietre di casa, che si reggevano a dispetto del tempo e delle crepe disegnate sui muri, perché nessuno le aveva volute. Sua madre aveva dovuto arrangiarsi con ogni lavoro, pur di riuscire a sopravvivere lei ed i suoi figli.
Usciva di casa all’alba per andare nei campi, a servizio o a lavare i panni alla fontana grande o qualsiasi cosa trovasse da fare, pur di portare a casa almeno del pane. Tornava che era già buio con gli occhi infossati per il sonno e la stanchezza.
Maria Giovanna era dovuta crescere in fretta e dimenticare qualsiasi gioco.
“I figghi songo ‘na razia re Dio.” Le diceva spesso la madre.
“Che sarria re nui femmene senza li figghi? A che servevano le vite noste? Nui simmo nate pe esse mamme, chesta è la nosta benerizione.”
Maria Giovanna era nata per fare la madre, perché questo era ciò che le era stato insegnato, perché questo era il compito affidatole da Dio.