Eccebellum, sono immagini e parole, non incanalate in una narrazione, ma in un flusso entropico che parte dall’Aurora passando per lo Zenit, finendo nel Vespro. AURORA+ZENIT+VESPRO
regia
Andrea Rinaldi
testi
zibaldone di pensieri, poesie canzoni di undici labirinti alla ricerca di domande
non attori | autori | spettatori
Elena Bordoni, Davide Casiraro, Melissa Cicolin, Morena Cicolin
Cin
zia Cuffari, Patrizia De Leonardis, Anna Chiara Di Martino,
Marina Mannato , Paola Recalcati, Andrea Rinaldi , Tania Rodella
Era estate quando arrivai al parco di Lychee a Shenzhen. Ogni suono combatteva con l’altro per trovare il proprio spazio, ma quando mi addentrai nel parco, sentii distintamente una canzone interpretata da un solo individuo, che vidi poi, difronte al proprio pubblico. Pochi passi e un altro cantante, poi un’altra e un’altro, decine di cantanti nello stesso luogo, tutti attorno a me, urlavano la propria solitudine, ognuno con la propria canzone, ognuno non curante dell’altro, ognuno nel proprio mondo, ognuno di fronte al riflesso di se stesso… come il Minotauro poco prima di essere ucciso nel suo labirinto. LO SPETTACOLO
Eccebellum, sono immagini e parole, non incanalate in una narrazione, ma in un flusso entropico che parte dall’aurora passando per lo zenit e finendo nel vespro. Vissuti, paure, angosce, ritagli di vita, canzoni, poesie macinate dai ricordi vomitate, cacate da non attori (perché essi stessi spettatori), che sul palco spalancano le proprie porte donandosi e donando “parole di assoluta bellezza”, tanto personali quanto universali, dove la bellezza non sta necessariamente nella forma, ma nell’onestà
IL LABORATORIO
Questo spettacolo è il frutto di un laboratorio, ideato in seguito alla lettura e all’analisi de “Il Minotauro” di Friedrich Dürrenmatt, e del mito di Ovidio “Eco e Narciso” attraverso uno sguardo intimo e profondo del nostro “labirinto” personale, riscontrando inesorabilmente il conflitto con quello degli altri. Abbiamo cercato di aprirci a delle domande che ci avvicinassero al senso di questo scontro profondo; abbiamo provato ad aprirci a noi stessi e tra di noi. Abbiamo provato ad aprire domande che ora proponiamo agli spettatori (quindi noi stessi) con la stessa sincerità con la quale ci siamo imbarcati sulla nostra Argo, la stessa sincerità con la quale abbiamo affrontato l’atavica battaglia tra l’io e il mondo reale, l’incolmabile distanza che separa l’uomo dalla verità, e ancora l’uomo dall’alter, dal diverso da se, in questa eterna e esangue battaglia tra il Minotauro e i suoi riflessi, tra Eco e Narciso, tra l’identità e alterità.
È questa la battaglia? Non la guerra di armi e distruzione. Non la guerra tra gli uomini per confini, religione, potere e ricchezza, ma la battaglia “tra l’esercito dei mille me e l’esercito dei mille te”? Lo scontro nel quale, riferendomi ad altri, parlo a me stesso, pensando, che tutto ciò che sono, non può non essere anche l’altro. Un labirinto di specchi nella sabbia, un deserto abitato da solitudini, una postmoderna Babilonia dove ognuno parla la propria lingua; dove non ci si riconosce in nulla, dove non si riconosce più nulla. Un deserto di macerie con le quali costruire la propria torre per occupare il posto vacante di DIO.