Negli occhi di Eva è una violenza allo spettatore. Sì, una violenza vera e propria, ma senza mostrarla mai. E' nascosta, si cela nel buio, dietro una porta aperta, spalancata, rossa come il sangue; dietro un fischio, dietro i soffici petali di rosa, dietro una finestra. Un mondo dipinto a mano, dal cuore, dai pensieri puliti di una donna che si sente sporca e cerca di lavare il proprio mondo impur
o, il proprio mondo caduto, crollato ancora una volta sotto le mani, le parole, le minacce di uomini veri. Una realtà che sa' di niente. Una realtà padroneggiata solo da "uomini di niente"
NOTE DI REGIA
Eva in lotta con se stessa. Eva che subisce un nuovo torto da una mano vile. Eva che incontra sé ad un trivio di speranze, illusioni e cruda realtà. Eva che si contorce nel buio della sua cameretta, adornata da piccoli mosaici di vita sognata e merletti e pizzo. Ricami fatti per coprire, per non spegnersi. Circa 171 donne ogni anno vengono uccise. Una ogni due giorni. E soltanto nei primi sei mesi del 2013 in Italia sono state uccise 81 donne, di cui il 75% in un contesto familiare. I dati allarmanti sono stati il campanello che ha risvegliato la mia coscienza. E ho deciso di mettere su una produzione che denunciasse questa triste verità. L’argomento delicato mi ha indotto a pensare notte e giorno a come colorare questo macabro disegno. Quale tecnica utilizzare, che tipo di messaggio veicolare. La decisione è stata quella di rischiare e di presentare al pubblico ciò che di solito decide di non guardare. Lo spettacolo nasce una mattina mentre viaggiavo in autobus. Sento discorrere due signore sui fatti di cronaca della giornata precedente, quando una di loro fa riferimento a uno dei noti casi di cronaca nera, dove una ragazzina venne rapita, violentata e uccisa. Quella mattina, la notizia non era ancora così ricca di dettagli. La ragazza era appena scomparsa e le forze dell’odine erano sulle sue tracce. Fu la risposta della signora a raggelarmi il sangue: “di sicuro l’hanno rapita, violentata e uccisa”. Rimasi impietrito da quelle dichiarazioni e mi resi conto di quanto ci stiamo abituando a questo genere di notizie, tanto che diamo per scontato il finale nero. Ci siamo tanto abituati che siamo portati a girare la faccia di fronte a queste barbarie. Per questo lo spettacolo si prende la responsabilità di costringere lo spettatore a guardare. Una violenza che resta celata, che non viene mai mostrata veramente, ma che lascia nel cuore di chi guarda un’angoscia e la domanda: ma facciamo abbastanza? Le scelte registiche, tecniche e scenografiche, vanno nell’unica direzione possibile: restituire al pubblico la stessa violenza che finge di non vedere. Uno spazio scenico scarno, un non-luogo senza tempo. Un viaggio nella mente di una donna, divisa in tre, che lotta con la decisione più grande: denunciare o non denunciare? Chi vincerà questa guerra interiore, quale lato prevaricherà: il riscatto, la rassegnazione o il rifiuto? Un finale che lascia tutto in sospeso, come il mondo che circonda quella donna. Nessuna certezza, tutto in balia dell’ultima scelta. Si consiglia la visione a chi ha già compiuto 14 anni. Forse, la mia scelta dell’utilizzo della lingua Italiana e del vernacolo campano, è da chiarire. Il nostro progetto è molto legato al territorio, alla gesticolazione e alla musicalità dei suoni presenti nel linguaggio campano. Linguaggio onnicomprensivo, quindi non soltanto PAROLA. La scelta è puramente stilistica e non geografica, troviamo nel nostro vernacolo la poesia e la musica adatta a determinate sensazioni. Cercando di non fare un uso improprio del “dialetto”, ma di utilizzarlo in una maniera incisiva e comprensibile a tutti.