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spiagge bianche di Rosignano: altro che tropici, è inquinamento. Che dura da più di un secolo Il più grande paradosso de...
15/08/2019

spiagge bianche di Rosignano: altro che tropici, è inquinamento. Che dura da più di un secolo

Il più grande paradosso della storia balneare italica

“Chi può negare che l'ambiente è distrutto?” direbbe
Günter Grass e chi può smentirlo dopo
oltre un secolo di inquinamento ininterrotto?

Nel 1913, dopo aver acquistato alcuni terreni, la Società Solvay inizia la costruzione del primo stabilimento industriale in Italia, nel comune di Rosignano Marittimo (poi Rosignano Solvay) per la produzione di soda.
Il sito è scelto per le vicinanze di tutti gli ingredienti che occorrevano al ciclo industriale: le cave per l'estrazione del calcare a Rosignano Marittimo e a San Carlo, il sale a Ponteginori, l'acqua marina impiegata per il raffreddamento durante la produzione e la possibilità di utilizzare il vicino scalo ferroviario per la commercializzazione.
Nel 1922 l'azienda belga Solvay si insediò a San Carlo per sfruttare i giacimenti naturali di calcare al fine di approvvigionare l'impianto industriale di Rosignano Solvay e creando una vera e propria economia locale basata sull'estrazione mineraria, così che San Carlo iniziò ad assumere la fisionomia moderna.
La Solvay è da anni la protagonista di una guerra tra bande, nella quale si contrappongono coloro che considerano la fabbrica un pericolo per l’ambiente e la salute dei cittadini, e chi, invece, manifesta solo devozione per chi all’inizio del ‘900 ha favorito la costruzione del paese (che infatti ha preso il suo nome) e ha creato posti di lavoro (negli anni del boom lo stabilimento aveva oltre 4mila dipendenti, oggi gli addetti diretti sono circa 600). Il sito Solvay (che occupa oltre 220 ettari di territorio) “presenta una contaminazione dei terreni, nonché delle acque sotterranee (falda superficiale e falda profonda) da arsenico, mercurio, composti organoclorurati e Pcb”, ovvero i policlorobifenili, composti organici considerati inquinanti persistenti, dalla tossicità simile a quella della diossina. La concentrazione nelle acque sotterranee, per quanto riguarda i composti organoclorurati, risulta superiore alle cosiddette concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) “di 3-4 ordini di grandezza”. D’altronde la conferma dello sversamento incontrollato da parte della Solvay è arrivata da anni: nel 2009 la Procura di Livorno aprì un’indagine per reati ambientali – l’Arpat aveva scoperto quattro punti di scarico abusivi e una procedura per annacquare i fanghi – e il procedimento si chiuse nel 2013 con un patteggiamento da parte dei dirigenti.
Proprio nel novembre 2013, ricorda la relazione, il Comune ha approvato un progetto di bonifica e di messa in sicurezza operativa delle acque sotterranee con l’impiego di un sistema di barrieramento idraulico che aveva lo scopo di “impedire l’ulteriore propagazione della contaminazione, verificando le concentrazioni dei contaminanti nei piezometri a valle della barriera idraulica”. Il sistema, formato da 41 pozzi di emungimento, è entrato in funzione nel 2014, ma, si legge nel documento, “molti pozzi sono rimasti fermi, a partire dal mese di dicembre 2015 fino al mese di luglio 2016, così come hanno rilevato i carabinieri del Noe di Grosseto. A seguito di tale accertamento è stato contestato il reato di cui all’articolo 257 del decreto legislativo n. 152 del 2006” che prevede la pena dell’arresto da sei mesi a un anno o l’ammenda da 2.600 euro a 26.000 euro.
Le indagini sono partite da una serie di esposti e denunce presentati da ex dipendenti della Solvay “affetti da patologie verosimilmente correlate alla prolungata esposizione a fibre di amianto o agli ambienti di vita e di lavoro inquinati dal processo produttivo, ovvero da familiari di ex dipendenti deceduti per patologie della medesima natura”. In questo passaggio la Commissione d’inchiesta sembra confermare il nesso tra l’attività della Solvay e la malattia di molti dipendenti, così come sostenuto dall’Osservatorio nazionale amianto che si batte da anni per dimostrare in Tribunale le condotte dannose per la salute dei cittadini.
La Commissione parlamentare conclude dicendo che “in passato l’attività dello stabilimento ha causato una estesa situazione di inquinamento delle acque sotterranee, sia superficiali che profonde” e che “gli interventi attivati negli anni hanno consentito di scongiurare una deriva particolarmente grave del fenomeno di inquinamento in atto, legato a una contaminazione storica, contenendo i danni più rilevanti dell’area interna allo stabilimento”. Il paradiso chimico di Rosignano – una spiaggia di sabbia bianchissima bagnata da una mare turchese – è dunque il risultato di un secolo di scarichi chimici della fabbrica che arrivano in mare tramite il “Fosso bianco” un fiumicello color latte che sversa le sostanze provenienti dalla fabbrica.

Ma cosa c’è in quel fosso intorno al quale si affollano i turisti?

Per saperlo è necessario consultare la dichiarazione Prtr raccolta nell’E-Prtr, l’European Pollutant Release and Transfer Register, un registro che contiene le informazioni su inquinanti in aria, terra e acqua di tutti gli stabilimenti presenti sul territorio europeo. Il registro italiano risulta attualmente inaccessibile, ma sul sito europeo è disponibile la dichiarazione relativa al 2016: quell’anno la Solvay ha scaricato in mare 2,67 tonnellate di arsenico e derivati, 248 kg di cadmio, 1,59 t di cromo e 52,6 kg di mercurio

profezia di Rasputin

“I veleni abbracceranno la Terra come un focoso amante. E nel mortale abbraccio, i cieli avranno l'alito della morte e le fonti non daranno più che acque amare e molte di queste acque saranno più tossiche del sangue marcio del serpente. Gli uomini moriranno di acqua e di aria, ma si dirà che sono morti di cuore e di reni.”
si tratta di una delle

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Rosignano Solvay

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