18/09/2026
Il confine smarrito
L'appello con cui Arci Roma, alcuni comitati territoriali, associazioni e singoli circoli politici hanno annunciato la propria assenza dal corteo nazionale promosso da Spin Time lascia una sensazione amara. Le questioni che solleva sono reali e riguardano il futuro di Roma: il peso assunto dai grandi fondi immobiliari, una rigenerazione urbana troppo spesso ridotta a valorizzazione privata, le scelte sugli ex Mercati Generali, sullo stadio di Pietralata, sull'inceneritore e sui biodigestori. Alcune di quelle battaglie mi appartengono direttamente.
A colpire sono il bersaglio scelto e il momento dell'attacco.
Spin Time sta attraversando una lotta drammatica. Centinaia di persone hanno perso la casa nella quale vivevano. Un incendio è diventato per il governo e per la destra l'occasione di realizzare uno sgombero di fatto, colpendo un'esperienza che da anni tiene insieme diritto all'abitare, cultura, mutualismo e accoglienza. Quelle famiglie cercano ancora di rientrare nelle proprie case e di difendere una comunità costruita nel tempo.
La loro risposta è stata straordinaria. Il presidio sotto il palazzo ha trasformato il luogo in cui avrebbe dovuto consumarsi una sconfitta in uno dei centri politici e culturali della città. La resistenza si è intrecciata con la cura quotidiana, con il presidio sanitario, i laboratori per bambine e bambini, gli incontri pubblici, la musica, il teatro, la presenza di artiste e artisti conosciuti e di moltissime esperienze emergenti. Una comunità cacciata dal proprio spazio lo ha ricostruito in strada, giorno dopo giorno, sotto gli occhi di Roma.
Quella capacità ha prodotto attenzione, solidarietà, partecipazione. Spin Time è riuscita a portare la propria battaglia oltre i confini di una singola occupazione, facendone una questione cittadina e nazionale. In politica anche questo conta. La visibilità si conquista attraverso la forza di un'esperienza, la sua credibilità, la capacità di parlare a persone e mondi diversi.
Le strategie di Spin Time, le alleanze costruite e il rapporto con il Campidoglio possono essere criticati. Ogni esperienza politica risponde delle proprie scelte. La qualità di una posizione, dalla più radicale alla più moderata, si misura anzitutto nella forza autonoma che riesce a mettere in campo.
Chi pensa che Roma sia stata consegnata ai fondi immobiliari ha davanti uno spazio immenso di iniziativa. Può aprire vertenze nei territori, mobilitare le persone, occupare gli edifici e le aree destinati alla speculazione, contrastare gli atti amministrativi che la rendono possibile, indicare un altro modello di città e provarlo nella pratica. Può sfidare il Campidoglio, chiamare in causa le responsabilità della Giunta, costruire conflitto pubblico e consenso intorno a una proposta alternativa.
È su questo terreno che una posizione politica dimostra la propria consistenza.
L'appello sceglie una strada più povera. Usa la battaglia di Spin Time e la grande attenzione che essa ha saputo conquistare come superficie sulla quale proiettare altre vertenze. La visibilità prodotta da una comunità in lotta diventa l'occasione per ottenere qualche briciola di attenzione. Nel frattempo si compie un'operazione politicamente molto grave: si colpisce alle spalle una realtà ancora impegnata a resistere.
Dentro la sinistra diffusa e i movimenti esisteva una grammatica elementare. Le divergenze erano frequenti e spesso durissime. Ci si divideva sulle analisi, sulle alleanze e sulle forme della lotta. I percorsi si separavano, nascevano altre iniziative, altre campagne, altre piazze. Rimaneva però la consapevolezza di un confine: una realtà esposta all'attacco dell'avversario non veniva colpita alle spalle da chi, almeno in teoria, si trovava dalla stessa parte.
In altre stagioni politiche, gesti simili venivano definiti con una parola severa, perfino feroce, che oggi appartiene a un lessico che non sento il bisogno di recuperare. Ma quella parola indicava qualcosa di preciso: il momento in cui il dissenso smette di essere confronto politico e diventa un colpo portato contro chi sta resistendo, con l'effetto di facilitare il lavoro dell'avversario. Possiamo abbandonare la durezza di quel linguaggio senza smarrire il confine che cercava di custodire.
Machiavelli aveva compreso che il conflitto non rappresenta una malattia della politica. Nei Discorsi attribuiva proprio ai tumulti tra la plebe e il Senato una parte della libertà e della forza di Roma. Il conflitto poteva produrre istituzioni, leggi, nuovi equilibri. Aveva una direzione e modificava i rapporti di potere.
Vale ancora oggi. Un conflitto vivo costringe chi governa a rispondere, rende visibile ciò che il potere vorrebbe nascondere, organizza persone e interessi sociali. Quando l'energia viene impiegata per sottrarre spazio a una lotta vicina, il conflitto si restringe fino a diventare competizione per la visibilità. Non sposta i rapporti di forza nella città. Consuma quelli già fragili tra realtà che dovrebbero almeno riconoscere la provenienza dell'attacco.
La dichiarazione di solidarietà verso le persone sgomberate posta all'inizio dell'appello non risolve questa contraddizione. Le intenzioni hanno un peso, ma in politica contano anche gli effetti delle scelte, il momento in cui si interviene e la direzione impressa alla polemica. Il governo, la destra e i grandi interessi immobiliari hanno individuato in Spin Time un'esperienza da chiudere e in quella comunità un ostacolo da rimuovere. Aggiungere in queste ore un'opera di delegittimazione rende più difficile la sua battaglia.
Colpisce soprattutto la firma di Arci Roma.
L'Arci è stata per decenni uno dei luoghi nei quali culture politiche, generazioni ed esperienze diverse potevano incontrarsi. La sua storia migliore, quella di Tom Benetollo e dei Social Forum, racconta la capacità di allargare i confini, costruire connessioni, tenere insieme mondi differenti senza cancellarne l'autonomia.
Nelle grandi stagioni dei movimenti esistevano anche posizioni settarie, segnate dal rancore, dal sospetto e da guerre di appartenenza incomprensibili fuori da cerchie sempre più ristrette. Rimanevano ai margini di una costellazione molto più ampia. L'Arci svolgeva una funzione opposta: apriva spazi comuni, costruiva ponti, rendeva possibile l'incontro fra percorsi differenti.
Vederla oggi partecipare a un'operazione così chiusa e incapace di leggere la complessità della città provoca amarezza. Un'organizzazione nata per mettere in relazione le differenze aggiunge un'altra frattura a una Roma nella quale i conflitti sono già troppo spesso soli e separati.
Le battaglie portate avanti da alcuni dei comitati firmatari conservano tutta la loro importanza. Sarebbe sbagliato cancellarne il valore a causa di questa scelta. Semmai dovremmo chiederci perché vertenze decisive per il futuro di Roma siano state lasciate quasi esclusivamente nelle loro mani e perché altre realtà politiche e sociali non abbiano saputo assumerle, attraversarle e farle crescere. Questa assenza ha impoverito tutti e ha consegnato questioni fondamentali a gruppi che, in alcuni casi, hanno finito per vivere la propria battaglia come un recinto.
I contenuti di una vertenza non bastano a definirne la natura. Contano il modo in cui viene praticata, le relazioni che costruisce, gli avversari che individua, gli effetti che produce. Una battaglia importante può essere condotta attraverso una pratica politica sbagliata. Se cerca forza nell'indebolimento di un'altra lotta, finisce per contraddire le stesse ragioni che dichiara di difendere.
"Roma non sta tutta dentro una vertenza", afferma l'appello. È vero. Roma vive nella battaglia di Spin Time e in quella degli ex Mercati Generali, nella resistenza contro la speculazione e nelle lotte per la casa, nella difesa degli spazi sociali e dei beni comuni, nelle esperienze mutualistiche e nei conflitti aperti nei quartieri.
Nessuna di queste lotte esaurisce la città. Ciascuna può aiutare le altre a essere più forti. Metterle in relazione richiede generosità, autonomia e capacità politica. Contrapporle è più facile. Si individua la lotta che in quel momento ha conquistato maggiore attenzione, la si accusa di occupare tutto lo spazio e si prova a ricavare visibilità dal suo indebolimento. Una politica costretta a vivere delle briciole sottratte agli altri rivela soprattutto la propria debolezza.
Diverse organizzazioni, collettivi e forze politiche hanno posizioni lontane da quelle espresse oggi da Spin Time. Alcune sono state protagoniste di mobilitazioni importanti in questa città e nel Paese, comprese quelle a sostegno della flottiglia per Gaza. Non hanno firmato l'appello. Probabilmente non parteciperanno al corteo. Continueranno a costruire le proprie iniziative con contenuti, alleanze e linguaggi differenti. Hanno scelto di affermare la propria posizione senza trasformare Spin Time nel bersaglio attraverso cui renderla visibile.
Questa possibilità rimane aperta a tutti. Si possono dividere i percorsi, criticare duramente le alleanze e aprire nuovi fronti di conflitto. La libertà di ciascuno porta con sé la responsabilità delle proprie scelte.
Resta allora una domanda, semplice e insieme decisiva. Esiste ancora una grammatica comune tra realtà che, pur lontane e divise, dovrebbero sapere da quale parte arriva l'attacco, chi lo sta subendo e quale confine non andrebbe oltrepassato?
Un tempo quella distinzione sembrava elementare. Oggi, evidentemente, dobbiamo tornare a discuterne.
Di Luciano Ummarino
Foto di Matteo Nardone