Sounds & Grooves

Sounds & Grooves Recensioni, podcast, rock 'n'r roll time machine dal 2010. Racconto musica da oltre 35 anni tra radio FM, blog e podcast. Nessun algoritmo. Il rock non è morto.

Solo dischi che contano. E' solo raccontato male.

10/09/2026

GROOVE NOTES #03 · ROOTS

SCREAMADELICA
Quando l'indie incontrò il dancefloor.

Nel 1991 i Primal Scream si trovarono nel mezzo di una trasformazione che andava ben oltre la loro musica. Andrew Weatherall aveva preso I'm Losing More Than I'll Ever Have e l'aveva trasformata in Loaded, mostrando alla band che una canzone poteva essere smontata, dilatata e ricostruita fino a diventare qualcosa di completamente diverso.

Da lì prese forma Screamadelica: un disco nel quale rock, psichedelia, soul, gospel, dub e musica dei club convivono senza che nessuno senta il bisogno di stabilire chi debba comandare.

E mentre la Creation Records pubblicava questo disco, appena 42 giorni dopo sarebbe arrivato anche Loveless dei My Bloody Valentine. Due mondi lontanissimi, la stessa etichetta, lo stesso incredibile 1991.

Per il nostro LISTEN abbiamo scelto “Damaged”, la traccia che riporta in primo piano la parte più calda e soul dei Primal Scream.

Anche quando rallenta, Screamadelica continua a muoversi.

🎧 L'articolo completo è su Sounds & Grooves.
🔗 https://www.stefanosantoni14.it/2026/groove-notes/roots/screamadelica/

08/09/2026

🎧 GROOVE NOTES #02 — ONE TRACK
Talk Talk – The Rainbow
Quando il silenzio diventa musica

Il secondo appuntamento di Groove Notes, la nuova serie quotidiana di Sounds & Grooves, parte da una sola canzone.

Dopo la notte di Hex dei Bark Psychosis, questa volta entriamo nel mondo dei Talk Talk e di The Rainbow, uno dei momenti più affascinanti di Spirit of Eden.

Un brano nel quale la musica sembra nascere lentamente dal silenzio: il pianoforte, il basso, la batteria, i fiati, gli archi, le improvvisazioni e infine la voce di Mark Hollis costruiscono uno spazio nel quale ogni suono sembra avere un peso preciso.

È anche una storia di trasformazione artistica, di registrazioni al buio, di musicisti invitati a improvvisare e di ore di materiale da cui estrarre soltanto ciò che davvero doveva rimanere.

Ma soprattutto è la storia di un brano che non ha bisogno di correre per arrivare da qualche parte.

The Rainbow è musica che lascia spazio al silenzio, all'attesa e all'ascolto, e che ancora oggi sembra aprire una porta su un luogo nel quale il tempo scorre in modo diverso.

🎧 Groove Notes #02 — One Track
Talk Talk – The Rainbow
Quando il silenzio diventa musica.

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🎧 NASCE GROOVE NOTESUna nuova storia, ogni giorno, dietro i suoni che amiamo.Da oggi Sounds & Grooves apre una nuova pag...
07/09/2026

🎧 NASCE GROOVE NOTES
Una nuova storia, ogni giorno, dietro i suoni che amiamo.

Da oggi Sounds & Grooves apre una nuova pagina del suo racconto musicale: Groove Notes, una serie editoriale giornaliera dedicata ai dischi, agli artisti, alle storie e alle connessioni che si nascondono dietro la musica.

Sei categorie, sei modi diversi di entrare dentro un universo musicale: Deep Cuts, Roots, Connections, Oddities, One Track e Lost & Found.

E per il primo appuntamento partiamo da un disco che, per me, è molto più di un disco.

🌙 GROOVE NOTES #01 — DEEP CUTS
Bark Psychosis – Hex: la notte in tutto il suo splendore

Ho cinque copie di Hex, tre LP e due CD. Non perché ne servano cinque, naturalmente, ma perché alcuni album finiscono per diventare parte del nostro paesaggio e continuano a cambiare insieme a noi.

Racconto la storia di Hex, dei Bark Psychosis e dei quattro musicisti che hanno costruito quel suono sospeso tra rock, elettronica, jazz, improvvisazione e silenzio: Graham Sutton, Daniel Gish, John Ling e Mark Simnett.

È l'inizio di una nuova serie, ma anche il ritorno a uno dei dischi che hanno contribuito a costruire il mio immaginario musicale.

Groove Notes. Stories behind the sounds.

🎧 Leggi il primo articolo:
Bark Psychosis – Hex: la notte in tutto il suo splendore
https://www.stefanosantoni14.it/2026/groove-notes/deep-cuts/bark-psychosis-hex/

Hex dei Bark Psychosis: il disco che ha trasformato il rock in spazio, silenzio e atmosfera. La storia di uno dei grandi album degli anni ’90.

Sono tornati i Big ‡ Brave con il loro decimo album in studio "in grief or in hope" Niente più assalti, niente più batte...
25/06/2026

Sono tornati i Big ‡ Brave con il loro decimo album in studio "in grief or in hope"

Niente più assalti, niente più batteria, ma una monolitica impalcatura sonora creata da chitarre, basso, droni ed effetti su cui Robin Wattie riesce ad elevarsi con la sua voce allo stesso tempo forte, limpida e sofferente per un effetto finale tanto potente quanto ormai perfettamente riconoscibile e personale. Se A Chaos Of Flowers mi aveva da subito irrimediabilmente conquistato, il nuovo in grief or in hope è meno immediato nel toccare immediatamente certe corde intime, ma, dopo ripetuti ascolti, resta forte la sensazione e la consapevolezza di quanto il trio canadese sia diventato una realtà importante e imprescindibile nel suo specifico segmento musicale e non solo, ormai appartenendo a una categoria tutta loro, sospesa tra rumore e contemplazione, tra devastazione e bellezza.

Recensione di "in grief or in hope", il nuovo album dei canadesi Big|Brave, tra i gruppi di riferimento del nuovo corso della musica heavy

SONG OF THE DAYDopo aver abbandonato i Them e la delusione dell’album d’esordio, il nordirlandese Van Morrison aveva fin...
08/06/2026

SONG OF THE DAY
Dopo aver abbandonato i Them e la delusione dell’album d’esordio, il nordirlandese Van Morrison aveva finalmente ottenuto il successo che meritava a fine anni ’60 con il monumentale jazz-folk acustico di libero impatto espressivo che permeava Astral Weeks. Due anni dopo l’artista si trovava ancora in un tale stato di grazia artistica da decidere di non fotocopiare l’album precedente ma di comporre brani dall’atmosfera più rilassata innestandogli un’anima soul che troveremo spesso nella sua discografia. Il risultato si intitola Moondance, un album diverso ma egualmente straordinario inciso da un’artista al culmine della sua ispirazione artistica. Per questo podcast ho voluto andare un po’ più avanti nel tempo, quando dopo la pubblicazione di altri album e un doppio che immortalava anche la sua istrionica bravura sul palco, Van The Man ha dovuto affrontare un momento di distacco dalla musica coinciso con una crisi artistica dovuta dal minore successo degli album pubblicati dopo Moondance e il divorzio dalla modella Janet Rigsbee dopo 7 anni di matrimonio. Veedon Fleece, pubblicato nell’ottobre del 1974, è rimasto a lungo in ombra rispetto a capolavori universalmente celebrati come i due più celebri, ma oggi viene considerato da molti appassionati e critici una delle opere più profonde e misteriose dell’intera carriera del musicista nordirlandese, una sorta di capolavoro segreto che continua a rivelare nuovi significati a ogni ascolto. La realizzazione dell’album parte dal suo ritorno in Irlanda dopo molti anni di assenza a fine 1973 insieme alla sua nuova compagna Carol Guida. Le tre settimane trascorse nel visitare la costa sud-ovest dell’isola verde diede nuova ispirazione a Morrison, pronto, una volta tornato negli USA, a prendere una parte della sua appena sciolta The Caledonia Soul Orchestra per fargli incidere le canzoni composte in vacanza. Le canzoni del disco sembrano emergere lentamente da una nebbia di ricordi, immagini e riferimenti poetici. Folk irlandese, jazz, soul e ballate acustiche convivono in un’atmosfera sospesa, quasi autunnale. Morrison canta con un’intensità trattenuta, evitando qualsiasi forma di spettacolarità. Tutto appare avvolto da una luce soffusa e crepuscolare, come se il disco fosse stato registrato in uno spazio lontano dal mondo. Un folk psichedelico venato di jazz, che sembra contemporaneamente inquieto e rassicurante, malinconico ma mai triste. In realtà la “Country Fair” collocata in chiusura di album era stata originariamente concepita durante le sessioni del precedente Hard Nose The Highway e soltanto in seguito trovò la sua collocazione definitiva all’interno di Veedon Fleece. Ma alla resa dei conti la scelta si è rivelata assolutamente perfetta, perché la canzone possiede proprio quella qualità rasserenante che sembra riassumere lo spirito dell’intero lavoro. Una chiusura discreta e poetica per uno dei lavori più sottovalutati e affascinanti della carriera di Van Morrison, artista che continua a graffiare anche ai giorni nostri.

SONG OF THE DAYIl primo colpo del punk britannico e l’urgenza immortale di “New Rose”Nel pieno dell’esplosione punk ingl...
19/05/2026

SONG OF THE DAY
Il primo colpo del punk britannico e l’urgenza immortale di “New Rose”

Nel pieno dell’esplosione punk inglese, i The Damned arrivano prima di tutti. Il 22 ottobre 1976 pubblicano “New Rose”: il primo singolo punk britannico. Un gesto semplice, ma rivoluzionario. Un vero e proprio atto di (r)esistenza. Dave Vanian, Brian James, Captain Sensible e Rat Scabies costruiscono un suono più veloce, più sporco, ma anche più ironico e teatrale rispetto ai contemporanei. Pubblicato nel febbraio 1977, Damned Damned Damned è il primo album punk della storia britannica. Prodotto da Nick Lowe, il disco cattura perfettamente l’urgenza del momento, ma con una precisione sorprendente. A differenza del nichilismo dei S*x Pistols o dell’impegno politico dei Clash, i Damned portano nel punk: un gusto per la melodia pop e una vena ironica e quasi horror (anticipata dall’estetica di Vanian). Brani come “Neat Neat Neat” e “Fan Club” sono esplosioni di energia, ma sempre costruite con un senso della forma che li rende immediatamente memorabili. Il disco è breve, diretto, senza riempitivi: una scarica elettrica che non concede tregua. “New Rose” è più di una canzone: è un punto zero. Si apre con una frase diventata leggendaria: “Is she really going out with him?” che è un omaggio ironico a Eddie Cochran, ma allo stesso tempo anche una dichiarazione di rottura con il passato. Poi parte tutto. Il brano è costruito su un riff fulmineo e tagliente, una sezione ritmica serrata e senza respiro e una voce fredda e controllata, quasi in contrasto con l’urgenza strumentale. A differenza di molto punk successivo è precisa, compatta, chirurgica. Dura poco più di due minuti, ma dentro c’è tutto quello che definisce il punk: velocità, melodia, ribellione e immediatezza. Il testo è semplice, quasi ingenuo: amore, desiderio, ossessione. Ma è proprio questa semplicità a renderlo universale. Se Vanian è l’immagine, Brian James è il cuore compositivo. Le sue canzoni sono essenziali ma costruite con intelligenza: riff memorabili, strutture immediate, un senso istintivo della dinamica. Niente è superfluo, ogni elemento è necessario. È punk, sì, ma è anche songwriting puro, radicato nel garage rock anni ’60 ma proiettato verso l’hardcore e l’alternative. Il loro debutto ha acceso la miccia e anche se i The Damned non sono sempre i più citati, sono stati i primi a fissare tutto su vinile. Vi sembra poco?

Official HD remastered video of New Rose by The Damned to celebrate its 45th Anniversary.Tour Dates https://www.officialdamned.com/liveFollow The Damnedhttps...

SONG OF THE DAYNel pieno della rinascita post-punk britannica degli anni 2010, gli shame sono emersi come una delle voci...
18/05/2026

SONG OF THE DAY
Nel pieno della rinascita post-punk britannica degli anni 2010, gli shame sono emersi come una delle voci più viscerali e autentiche della loro generazione, con addosso quella tensione che a Londra, negli anni della Brexit e della disillusione post-crisi, si respirava come smog. Provenienti dal sud di Londra, cresciuti tra concerti DIY e l’ambiente fertile del Queen’s Head Pub di Brixton, la band ha de subito incarnato una rabbia giovane, teatrale e profondamente contemporanea. Il loro debutto del 2018, Songs Of Praise, è stato una dichiarazione di intenti, un manifesto di inquietudine urbana e identità fragile, dove l’urgenza diventa linguaggio. Il cantante Charlie Steen è un predicatore sghembo, un anti-frontman che trasforma ogni brano in una scena e il titolo è già un gioco ambiguo: Songs Of Praise richiama il celebre programma religioso britannico, ma qui la devozione è sostituita da sarcasmo, alienazione e critica sociale. Gli Shame prendono la struttura del sermone e la svuotano, riempiendola di contraddizioni. Musicalmente, il disco è una lama: chitarre nervose, ritmiche serrate, un senso costante di urgenza. Non c’è spazio per la contemplazione: tutto è movimento, collisione, attrito. L’apertura è affidata a “Dust On Trial”, ed è una dichiarazione d’intenti brutale. Il brano entra subito in scena come un’accusa, un interrogatorio. La struttura è quasi teatrale: Steen recita, provoca, incalza. Il titolo stesso, “polvere sotto processo”, suggerisce qualcosa di apparentemente insignificante messo sotto accusa. Ma quella polvere è simbolo: dell’individuo, della società, della colpa collettiva. Il testo gioca con immagini assurde e surreali, trasformando il tribunale in una farsa grottesca. Il groove è ossessivo e martellante mentre le chitarre taglienti creano una tensione crescente che non esplode mai del tutto, tenendo l’ascoltatore sospessi A distanza di anni, Songs Of Praise rimane uno dei debutti più incisivi del post-punk revival britannico. Non tanto per innovazione sonora, quanto per energia e coerenza espressiva e questo brano è la chiave che apre il disco come un sipario che si spalanca su un mondo instabile, dove il giudizio è ovunque e la verità è sempre sfuggente. Gli Shame trasformano il disagio in linguaggio.

Shame - “Dust on Trial" from ’Songs Of Praise’ out now on Dead OceansBuy / stream - https://shame.lnk.to/songsofpraiseCredits: Director: BisonProducer: Luke ...

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