24/08/2026
CREDETECI QUANDO SIAMO VIVE e non dopo morte.
Ad agosto sentiamo tutti il bisogno di riposare. Non è così per i centri antiviolenza, che rimangono aperti. I telefoni squillano più del solito. Sappiamo quali sono i periodi dell’anno più critici e, per questo, decidiamo di non fermarci. Le donne che subiscono violenza non hanno l’agio del riposo e delle ferie e noi siamo lì ad ascoltare la loro paura e il pericolo quotidiano.
Siamo testimoni dei loro drammi, delle loro rinunce e del prezzo altissimo che sono costrette a pagare per salvarsi. Lasciare la propria casa non significa soltanto cambiare indirizzo. Significa abbandonare una vita: gli affetti, le abitudini, il lavoro, gli oggetti quotidiani. Se ci sono figli, vedono improvvisamente sconvolta la propria esistenza, costretti a lasciare la propria stanza, la scuola, gli amici; per i figli maschi, la scuola calcio dove si allenano.
Penso a B. e a sua figlia neonata, costrette a stare per un’intera settimana sole in una stanza di un B&B. Quanto altro dolore doveva subire, cos’altro è stata costretta a sopportare? Solo dopo dieci giorni siamo riuscite a trovare una Casa Rifugio, un luogo sicuro e protetto.
Penso a G., oggi messa in protezione. Vive sospesa in un tempo di attesa. Non sa se e quando potrà tornare nella sua casa, non sa in quale luogo i suoi figli frequenteranno la scuola il prossimo anno, non sa come ricostruire una quotidianità che la violenza ha completamente distrutto. G. ha fatto la cosa giusta: ha salvato se stessa e i suoi figli, rinunciando a tutto. È una scelta dolorosa, ma necessaria quando la violenza mette a rischio la vita.
«Quanti giudizi nei confronti delle donne ho sentito, in questo torrido agosto di caldo », ci dice Carla Centioni
Ancora oggi dopo 6 femminicidi in pochi giorni, non si riesce a credere alle donne: «Perché non se n’è andata prima?», «Perché non l’ha denunciato?», «Perché ancora lo difende?», «Perché ritirano la denuncia fatta e tornano da lui?».
Ecco, lo dico con franchezza: se ancora si pensa questo, non si è capito niente di quello che succede quando una donna sta in una relazione violenta. La paura terrorizza, sentirsi sempre sotto minaccia immobilizza.
Le donne temono per i figli, non sanno che fine faranno, se li affideranno a lei o al padre maltrattante. Spesso è stata isolata: «Le amiche che frequenti sono brutte persone, non mi piacciono», «Tua madre mi rompe, sta sempre a casa da noi», «Sei un’incapace», «Senza di me non ce la fai a ti**re avanti», «Non vali nulla».
Una continua svalutazione mina l’autostima. Accade anche alle donne in carriera, anche a chi si sente immune, alla fine finisci per crederci. Pensi che ci sia qualcosa in te che non va bene, che dipenda da te se ti tratta male. Vedi le altre donne migliori di te; lui ti fa credere che le altre siano migliori. Subire tutto questo provoca una frattura interna perché, dopo le umiliazioni e le botte, lui si pente sempre, dice di amarti, che non lo farà più, che ci tiene a te e alla famiglia, che vuole stare e con i figli.
Se a tutto questo ancora non crediamo, siamo complici, tutti, alcuni con più responsabilità, dovremmo ascoltare chi ci vive accanto. Le leggi a tutela delle donne ci sono: bisogna applicarle, bisogna credere alle donne quando sono vive e non dopo la morte.
Sarebbe bastato per Tania Terrin, fare la valutazione del rischio i centri antiviolenza sono specializzati in questo, dopo sette denunce sporte era un dovere dello Stato proteggere Tania, metterla in sicurezza, applicare le misure cautelative che prevedono il braccialetto elettronico.
Per fare questo lavoro bisogna essere formati. Ce lo chiede la Convenzione di Istanbul, ce lo chiede il Piano Strategico Nazionale contro la violenza sulle donne. Ma, mentre noi dei centri antiviolenza lo rispettiamo, chi dovrebbe farlo rispettare alle forze dell’ordine e ai giudici nei tribunali?
L’Italia è stata nuovamente sanzionata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) pochi giorni fa, il 2 luglio 2026 a risarcire il danno per inadeguatezza delle indagini, ritardi giudiziari e stereotipi usati nella sentenza. Un agosto rovente non solo nell’aria, 6 femminicidi uno di questi nel nostro territorio della Città Metropolitana di Roma, Joanna Rauissi.
Una sconfitta perché tutte e tutti una sconfitta per l’intera società, non abbiamo saputo prenderci cura della nostra vicina di casa.
Carla Centioni
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