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Cineastio Nasce da una diatriba a tre su diverse correnti di pensiero riguardanti il Film “Salvate il soldat

Online la recensione di “Underworld: Blood Wars”Quando si arriva all’ultimo capitolo di un franchise (da tempo si parla ...
22/08/2026

Online la recensione di “Underworld: Blood Wars”

Quando si arriva all’ultimo capitolo di un franchise (da tempo si parla di un sesto film ma allo stato attuale ancora non ci sono conferme da nessuna parte) la valutazione è doppia: una per il film singolo e uno per, appunto, tutto il progetto.
Partendo dal primo punto, questa volta voglio fare una specie di gioco e alternare cosa funziona e cosa non funzione di questo Underworld: Blood Wars.

Funziona il ritorno al passato e quindi a quella lotta nascosta tra Vampiri e Licantroni che tanto aveva funzionato nel primo film e che per varie ragioni non era stata più riproposta. Soprattutto in Underworld – Il risveglio l’elemento umano era diventato, come detto, parte del gioco e questo se da un lato mi aveva convinto essendo forse l’unica strada per riprendere il discorso, dall’altra aveva un pò stravolto il senso della trama e del titolo in generale. Rivedere le casate, i castelli, i passaggi segreti, i costumi in grande è un piacere, fa ritornare quasi (attenzione quasi) a quello che era e quindi al significato recondito del perché è nato questo progetto. Ci sono difatti, di nuovi quei giochi di potere interni che abbiamo conosciuto e amato e che riporta quindi la storia in quella doppia visione tra umani difetti e poteri sovrannaturali.

Non funziona, invece, l’incipit. L’ennesima rassegna storica iniziale, meglio del capitolo precedente, ma comunque ormai stucchevole (come può vedere questo film una persona che non ha mai visto almeno uno degli altri!), non spiega completamente come si è arrivati a queste nuove dinamiche e a questi nuovi protagonisti e anche successivamente le spiegazioni sono appicciate e forzate. Capisco che per riportare le cose allo stadio iniziale qualche foglio andava strappato, ma il modo, pur se alla fine assorbito, è evidentemente improvvisato e, c’è da dirlo, ripudia un po’ le spiegazioni de Il Risveglio.

Funziona la struttura narrativa dei personaggi e la loro dicotomia e complessità. Il fatto di essere ritornati al doppio binario cattivi/buoni, infatti, aveva come conseguenza che gli attori protagonisti aumentassero di nuovo e con loro la necessità di una interrelazione nuova rispetto agli ultimi film. Sulla carta, e vale per ogni produzione, in casi del genere i rischi di incartarsi aumentano e invece alla fine la scelta funziona. Sotto questo aspetto la figura di Semira (Lara Pulver) ha aiutato tantissimo sia come miccia per la storia che proprio come figura di contro-sviluppo.

Non funzionano di nuovo gli effetti speciali, o meglio sono di nuovo altalenati come nel film precedente. Si passa da momenti performanti e ben fatti ad altri (che riguardano soprattutto i licantropi) grossolani e fuori fuoco.
Continuo a chiedermi come sia possibile, ed è un concetto che ho ripetuto spesso, che il primo film a livello visivo pur essendo più giovane di anni risulta essere sempre il più attendibile.

Funziona più di altre volte la sua protagonista. Kate Beckinsale appare più armoniosa, presente e potente a livello scenico più che mai, e questo comporta un aumento enorme sul suo impatto sull’andamento della storia. Forse la maturità le ha fatto capire il senso stesso del personaggio e quindi il modo di trovare il perfetto equilibrio tra passività e azione.

Non funziona lo sfondo e il significato della figlia. Si percepisce, come detto all’inizio, che Underworld – Il Risveglio non abbia convinto nessuno (e non mi trova cosi d’accordo) e si è cercato in tutti i modi di virare nei contenuti e nel messaggio. Il problema è che non si poteva cancellare quello che era stato fatto e quindi si è cercato di tamponare in qualche modo, rinnegando senza eliminare.

Giochino finito, discorso singolo va fatto sula fine, nuovamente provvisoria. E’ evidente la nuova apertura a un altro sequel e il fatto che ancora non si sia fatto (e più passano gli anni e più questa possibilità si allontana) rende questi ultimi secondi abbastanza deboli. Ed è un peccato perché prima dell’ultimo fotogramma il cerchio sembrava chiuso e il senso complessivo del franchise raggiunto.

Proprio questa considerazione ci porta, come anticipato all’inizio, a parlare del risultato raggiunto e quindi a quello che ha dato il progetto Underworld. Io credo che alla fine il risultato sia abbastanza buono ma che con un pizzico di attenzione in più avrebbe potuto essere ottimo. Perché se è vero che nessuno dei 5 film è insufficiente, è altrettanto vero che solo il primo tocca vette veramente importarti. C’è anche da dire che questo, come ogni altro progetto a lungo termine, è stato in divenire e come sempre questo comporta (almeno che si tratti sempre della stesso autore, vedi Mad Max) che ci si deve confrontare con teste e idee diverse. Tanto per entrare nello specifico, se fosse rimasto alla giuda sempre Len Wiseman, probabilmente, e ripeto probabilmente, qualcosa di meglio si sarebbe fatto se non altro perché lui sapeva benissimo l’origine e quello a cui si sarebbe potuto puntare. Ora sinceramente spero che ci si fermi, un po’ perché non vedo un modo concreto per elevare nuovamente il mondo Underworld e un po’ perché sono passati troppi anni e l’abbrivio si è perso se non per quello zoccolo duro a cui è affezionato a Selene e compagni.

Detto questo, tutti i film Underworld sono disponibili in streaming e consiglio a chi piace il genere (per gli altri evidentemente no) di imbarcarsi nel viaggio: non è particolarmente lungo e alla fine, come detto nessuno dei capitoli è deludente.

P.s. il voto si riferisce al singolo film.
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Voto 6.3/10

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Online la recensione di “Underworld: il risveglio”Sino ad ora questo è sicuramente il capitolo del franchise può diffici...
19/08/2026

Online la recensione di “Underworld: il risveglio”

Sino ad ora questo è sicuramente il capitolo del franchise può difficile da commentare e inquadrare.
Lo è dal punto di vista narrativo, lo è dal punto di vista strutturale, lo è dal punto di vista degli effetti speciali e lo è sull’opportunità.
Per avere un’idea completa credo sia corretto analizzare ognuno di questi punti.
Partiamo dalla narrazione e quindi della storia.

Considerando che l’intento iniziale era quella di fermarsi con il terzo film e vista l’impostazione a ritroso di quest’ultimo, è evidente che serviva un’idea più di rottura che di continuità (alla fine l’origine e l’ostilità tra le due specie era stata più volte analizzata e tornarci sarebbe stato probabilmente una stucchevole ripetizione). Detto ciò, la domanda ora è: lo switch scelto ha soddisfatto questa indubbia esigenza? Dal mio punto di vista, si ma non del tutto. Si perché se l’evoluzione della lotta da due a tre (gli umani si aggiungono a questa diatriba di sopravvivenza) mi è sembrata interessante, altrettanto non lo è stato l’introduzione di questo terzo stadio dell’evoluzione (che poi è doppio riguardando sia la bambina che i nuovi Lycans), che pur funzionale, mi è sembrato un filo forzato. Tanto per entrare nello specifico, dando uno spazio temporale tra gli eventi (il film ci dice 12 anni) è giusto inserire, come detto gli uomini, ma mettere nello stesso contesto un super lupo mannaro e un nuovo super ibrido mi è parso un filo fuori focus, se non altro perché si è perso il senso di quelle specie secolari.

Quest’ultima considerazione mi porta al secondo punto, quello strutturale. Underworld nella sua struttura iniziale doveva essere l’esaltazione della lotta clandestina e nascosta tra vampiri e licantropi. Tale impostazione ha portato oltre a dare quella bellissima idea del mondo nel mondo, ad avere una scenografia intrigante fatta di castelli, tunnel, vestiti sfarzosi e tradizioni. Insomma un viaggio tra presente e passato (questa d’altronde è l’immortalità) assolutamente affascinante. In Underworld – Il Risveglio questo si perde (non basta una piccola battaglia all’interno per rievocarlo) e la cosa c’è da dirlo convince a momenti. Vedere perennemente palazzi e strade è vero che attualizza l’ambito ma, appunto, fa un pizzico smarrire sulla provenienza e motivazione.

Terzo punto gli effetti speciali e qui le montagne russe sono veramente enormi. Passiamo (a volte anche nella stessa scena) da rappresentazioni incredibili ad altre veramente imbarazzanti. Tale enorme differenza mi ha portato a chiedermi come sia possibile che il primo film (ma anche il secondo) nonostante una distanza enorme (se consideriamo quanto pesa un anno nella tecnologia) con questo abbia una consistenza visiva molto più attendibile e immersiva. Credo che la risposta sia abbastanza semplice e risieda nelle capacitò del regista. Nonostante Len Wiseman, infatti, sia rimasto come scrittore della sceneggiatura, la sua assenza nella regia si sente pesantemente sia nell’ impostazione generale che proprio nelle scelte visive. Non posso dire che si tratti di un crollo enorme, ma di certo l’asticella si è abbassata in maniera evidente (anche più che nel terzo film, anch’esso non diretto da lui).

Quarto e ultimo punto: l’opportunità. Anche in questo caso credo che la risposta debba essere duplice. Se la prendiamo dal punto di vista dell’esigenza di raccontare oltre direi che alla fine la scelta di riprendere possa essere corretta, se invece, ci spogliamo da tutto e la mettiamo sul solo ambito di interesse, la motivazione cambia lato e non aggiunge molto a quello che volevamo sapere su quell’ambito. Mi spiego. La guerra tra due delle specie più affascianti del panorama narrativo fantastico mai concepite ti crea una curiosità istintiva e quindi un senso di passione molto forte. Finito quell’ambito (e questo film parte da una prospettiva diversa), il proseguire è una “semplice” aggiunta e come tale può essere interessante ma mai intrigante nel senso stretto del termine.

Punti chiusi e prima di fare la somma di tutto e soffermarci un attimo sulla fine, credo sia corretto spendere due parole su Kate Beckinsale e più in generale su come le cose nella vita cambiano. Come tutti sanno si era rifiutata di partecipare al terzo film, ma poi qualcosa si perde e quando la fama tende a girare un attimo l’angolo ecco che quello che ci sembrava una cattiva idea diventa l’ancora di salvezza. Sarà un caso ma dopo questo film (che seguiva 3 anni di inattività) la sua carriera di attrice è ridecollata con ruoli quasi a raffica. Detto questo, questo film conferma che non è e mai sarà più di una sufficiente attrice, ma nel ruolo ci sta bene e riesce a gestirlo con capacità.

Come ormai si è capito Underworld – Il risveglio è un film altalenante che gioca, un po’ come il secondo, più sull’azione pura che sull’azione emotiva (su questo il primo è inarrivabile). Ci sono momenti decisamente attraenti con scelte anche originali e intriganti e altri assolutamente rivedibili e dimenticabili. Se lo inseriamo nel contesto generale del mondo Underworld, il giudizio è molto simile se non uguale al Underworld – La ribellione dei Lycans. Se quest’ultimo, infatti, aveva un decifit di originalità, cosa che questo evidentemente non ha, di certo l’evoluzione narrativa aveva qualcosa in più. Di uguale fattura la fine, entrambe (ma questo è un must della serie) frettolose e aperte, con la differenza che questa probabilmente presupponeva un ulteriore appendice.

Appendice che appunto ci sarebbe stata, ma ne parleremo nel prossimo pezzo.
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Voto 6/10

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Online la recensione di “Underworld – La ribellione dei Lycans”La fine di Underworld: Evolution, come detto, lasciava ch...
18/08/2026

Online la recensione di “Underworld – La ribellione dei Lycans”

La fine di Underworld: Evolution, come detto, lasciava chiaramente intendere l’intenzione di autore e produzione di continuare il franchise. Nelle interviste susseguenti (anche precedenti a dire il vero), si precisò che il progetto prevedeva una trilogia sin dall’origine e che il terzo sarebbe stato di certo un prequel dedicato a come iniziò la guerra tra Vampiri e Lycans e su Lucian in particolare.

E se questa era la visione, non tutto andò per il verso giusto nella realizzazione: Len Wiseman, padre dei primi due film, fu relegato nella produzione, Kate Bachinsal si rifiutò di rimettere i panni di Selene (sappiamo poi come andrà a finire) e al comando fu messo Patrick Tatopoulos, ottimo scenografo e curatore di effetti speciali, ma alla prima (e sino a ora unica) prova come regista.

Ora la domanda è: quale è stato il risultato di tutte queste scelte? Alla fine il progetto non è andato alla deriva e molto del merito credo vada ascritto alla scelta di aver almeno mantenuto come sceneggiatore Danny McBride, secondo padre dei primi due film. La sensazione, infatti, è che ci sia in questo terzo capitolo un’omogeneità di linguaggio con le altre storie con l’aggiunta di un ritorno emotivo discreto dopo quello più annacquato del secondo. Il senso dell’amore a ogni costo, cosi come la stortura della giustizia in nome del potere e dell’equilibrio, qui ritorna principe e devo dire che da una grande mano a quello che invece (e torniamo al ma**co) è stato perso: la continuità dell’azione e il modo di rappresentarla. Per quanto, infatti gli effetti speciali hanno tenuto un buon livello (continuo a ritenere il primo Underworld superiore nonostante 6 anni di distanza..), è evidente il passo indietro nella consistenza delle lotte che spesso sono veloci e con un’intensità non completa.

E se questo è un fatto, molto più soggettiva è la percezione della storia e la sua efficacia emotivo/narrativa. Ovviamente quello a cui non si è puntato e sull’effetto sorpresa: l’esito di quell’amore lo si era rilavato in Underworld e quello a cui si aspirava era appunto una specifica oltre che, e questo punto è importante, mostrare come è iniziata la lotta ”recente”. Ecco paradossalmente funziona più la complessità della storia d’amore e le sue conseguenze (cosa già nota), rispetto all’evoluzione dei nuovi Lycans (cosa invece nuova). Per ca**tà, c’è un’omogeneità (mi ripeto) complessiva nella struttura, ma la percezione che ho avuto è che mentre nel primo caso si sia esteso il concetto rimanendo nella dimensione della storia, nel secondo soprattutto nella parte finale si sia esagerato perdendo quindi il parametro tra immaginato (nei primi due film) e visto. Sostanzialmente ed entrando nello specifico, quello che ci è stato sempre mostrato è una superiorità di numero e consistenza dei vampiri rispetto ai Lycans, qui alla fine sembra quasi il contrario e anche il modo con cui Victor finisce (relativamente ovviamente) non mi ha convinto del tutto.

Confermando il continuum di recitazione di buon livello (probabilmente la parte più debole è quella di Rhona Mitra che interpreta Sonya e che in qualche modo rivaluta le altre prove della Beckinsale) la sensazione che ho avuto in molti tratti e che questo terzo film campi molto dell’essenza dei primi due. Senza, infatti, risulterebbe un prodotto quasi di serie b, uno dei tanti che ci hanno invaso in questo e quegli anni e che non hanno lasciato praticamente nessuna traccia. E’ ovvio che quella di succhiare la vitalità dei genitori era l’intenzione (alla fine in molto è una specifica di dinamiche che già conoscevamo) del progetto, ma il rischio appiattimento secondo me è stato alto.

Piccolo ritorno sulla parte emotiva. Il primo Underworld ha combinato perfettamente gli intrighi di potere all’ipocrisia e al contempo all’amore irrazionale e bellissimo. Il secondo ha fatto spazio all’azione lasciando nel labirinto del ricordo quella parte. La rivolta dei Lycans si mette nel mezzo ed è il più grande pregio del film. Non avrebbe potuto ricreare la magia trasversale della madre (principalmente per i diversi personaggi) e quindi si è “accontentato” di ricrearne le fattezze senza esagerare o scimmiottare una somiglianza. E devo dire che molto è dipeso, quale appendice del discorso di poche righe fa, dalla bravura di Michael Sheen (Lucian), di gran lunga il migliore tra gli attori.

La fine, come detto, invece, non mi ha convinto e questo sotto un duplice punto di vista: per la gestione, troppo frettolosa, e per il messaggio. E’ vero che alla fine essendo un prequel doveva (e lo fa) incastrarsi con l’inizio del primo (e la scena finale ci prova), ma se veramente era quella all’epoca l’intenzione di chiudere il franchise c’era evidentemente bisogno di qualcosa in più sia in termini di tempo che proprio di pesantezza emotiva. E non vale neanche il discorso che si tratta di un horror perché l’impostazione scelta è stata un’altra sin dall’inizio e come tale doveva essere trattata.
Il fatto poi che invece, si sia continuato, dal mio punto di vista riabilita un pizzico questo film (sarebbe stato insufficiente, seppur di poco, senza), ma non toglie che all’epoca non lo si sapeva e questo lascia molti dubbi sulle scelte complessive.
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Voto 6/10

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Online la recensione di “Underworld: Evolution”Sequel voleva essere e sequel è stato.Len Wiseman aveva chiuso il suo Und...
16/08/2026

Online la recensione di “Underworld: Evolution”

Sequel voleva essere e sequel è stato.
Len Wiseman aveva chiuso il suo Underworld, che ricordiamo essere stato il suo esordio sia alla regia che alla sceneggiatura, lasciando chiaramente intendere che avrebbe potuto (e voluto) continuare e cosi è stato. Ovviamente tutto dipendeva dal successo del primo film e il più che buon riscontro di quest’ultimo ha favorito tutto il progetto e permesso alle sue intenzioni di prendere vita.
Per l’incipit Wiseman, anche in questo caso nella duplice veste di regista/scrittore, è uscito dal classico schema conosciuto e si è affidato a un arco a tre punte. Nei primi dieci minuti, e questo segna la grande capacità di sintesi e chiarezza che ha, ci ha raccontato l’origine storica dei vampiri e dei licantropi, fatto un sunto di quanto successo nel primo film e favorito lo scivola per questa nuova storia. Soprattutto quella di mezzo, che normalmente non mi appartiene, mi ha colpito per come è stata impostata e per come è riuscita a dare la dimensione di tutto l’ambito narrativo passato in poche frasi e pochissime immagini. Questo è una dote naturale che non si insegna ed è giusto che la sfrutti pienamente.

Detto questo, è opportuno in prima analisi dire che il risultato di Underworld: Evolution (stavolta il titolo è veramente pensato male) non è all’altezza del primo e questo perché si è un po’ smarrito il messaggio a favore dell’azione pure. In Underworld, infatti, quello che aveva stupito era stato quell’equilibrio tra intrigo e horror e che aveva portato a vivere la storia in maniera emotiva oltre che visiva. Qui questa immistione si è in gran parte smarrita lasciando spazio a una corsa sfrenata verso la classica salvezza. Ecco proprio la parola classica credo possa essere la discriminate tra questi due progetti: il primo ne era quasi priva risultando cosi originale e pieno, il secondo ne è pieno.

Tracciata e capita la linea scelta, è ovvio che cambia anche la prospettiva di giudizio e questo perché a differenza del progetto di 3 anni fa, questo, proprio per essere rientrato completamente nei ranghi di genere, deve subirne il paragone. Messa cosi sembra quasi una spada di Damocle, invece non lo è pienamente cosi. Certo non possiamo dire che questo sia l’apice dell’affettività, anzi in molte circostanze la storia appare un po’ distante, ma non si può neanche dire che non si segua con interesse e, in certi casi, intensità. Ovviamente, si rimane nell’ambito puramente di azione, ma la capacità visiva è evidente e per certi versi sorprendente. Siamo sempre nel 2006 e come successo per il primo film la sensazione di veridicità delle immagini rimane. Sostanzialmente non si mai la sensazione di star assistendo a qualcosa di lontano (la scena dell’elicottero è meravigliosa per ingegnosità e realizzazione) e questo se si pensa a quante cose sono cambiate in vent’anni è una cosa straordinaria. Parliamo sempre di trasformazioni, maschere, cambiamenti scenografici continui e improvvisi…

Come detto, questo sequel ha perso un po’ di cuore ed è giusto soffermarsi un attimo sulle conseguenze e sulle prospettive. Il fatto che la motivazione si sia appiattita non solo capovolge il merito di giudizio ma cambia anche il modo con il quale approcciarsi agli altri sequel (all’epoca non si sapeva). La fine, peraltro devo dire molto provvisoria e veloce, apparecchia con convinzione un continuo, ma mentre in Underworld c’era quasi un obbligo in questo si ha la sensazione di “solo” una possibilità seppur concreta. Certo, alla fine quello che potrebbe essere rimane molto nelle intenzioni (Evolution non ci dice nulla sul futuro delle due razze se non che Selene e Michael sono la speranza), ma un minimo di punto e accapo c’è. Quello che lascia perplesso è proprio l’attenzione che rimane al termine del film che rende l’aspettativa meno frenica e feroce. Purtroppo, capisco che può sembrare ripetitivo, ma la perdita di coralità, all’affezione alla morale e la complicaziona sociale si sente e la distanza cosi creata tra personaggi e spettatore alla fine c’è e con essa di conseguenza il processo di affiliazione allo script. Distanza che a mio avviso si crea anche per la differente consistenza tra le figure del primo e del secondo film. Tralasciando quella completamente sbagliata di Alexander Corvinus (il re dei re fa una figura inutile e tutto tramette tranne la potenza del Primo immortale) anche gli altri non sono cosi ficcanti come dovrebbero. Marcus, ad esempio, passa da buono a macchietta in continuazione e anche la stessa Selene è un filo più “robotica” del dovuto. Ora non sappiamo se per colpa dello script o perché Kate Beckinsale non cambia mai passo. Io propongo per entrambi.

Sostanzialmente Underworld: Evolution passa ma non stravince e se escludiamo le fasi di pura azione (che poi è quello a cui puntava) campa molto della luce del primo. Da apprezzare pienamente il fattore tempo (anche in questo caso tutto si svolge in poche ore) che in un certo senso smorza quell’eccessivo cambio di prospettiva tra i due progetti facendo quasi percepire che si tratti della seconda parte dello stesso film. Il problema è che sono passati 3 anni e che quindi non ci può essere quella continuità che invece due tempi vicini possono avere e questa era una cosa da considerare nel momento in cui la penna a iniziato a scrivere la sceneggiatura.
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Voto 6.3/10

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Online la recensione di “Underworld”Quando ero molto giovane era convinto che le storia di vampiri, licantropi, zombie o...
15/08/2026

Online la recensione di “Underworld”

Quando ero molto giovane era convinto che le storia di vampiri, licantropi, zombie o comunque gli horror in genere, piacessero a tutti e che tutta quella titubanza che in alcuni notavo era una sorta di atteggiamento sociale cool da tenere periodicamente. Con gli anni ho capito che non era proprio cosi e che quel genere non solo non era omnicomprensivo ma era molto più di nicchia di tutti gli altri. Sostanzialmente per l’horror bisogna avere un ascendente e questo ascendente non si impara con il tempo, o lo si ha o non lo si ha.

Detto questo, il modo con cui mi sono avvicinato a Underworld è stato molto casuale e mi ha fatto ritornare in mente quanto importante in certi casi può essere il titolo. Quello che mi incuriosi, infatti, senza che vidi neanche la copertina di lancio fu proprio quello: la parola sotto mondo mi aveva scatenato la fantasia di qualcosa di nascosto, una vita sopra la vita con la prima ignara della seconda, un giorno e notte contrastante e/o contraddittorio. Evidentemente, seppur lontano dalla vera trama, non mi sono sbagliato di molto.

L’inizio di Underworld, che ricordo essere l’esordio di Len Wiseman sia come regista che come sceneggiatore, è meraviglioso: chiaro, veloce, intrigante e con un’impostazione visiva a tratti travolgente. In pochi minuti si viene trasportati nelle dinamiche di questo mondo e senza, cosa fondamentale nonostante una trama non proprio consueta, nessuno sforzo. Sostanzialmente tutto fluisce in maniera rapida e naturale e quello che poteva essere un intrigato gioco di potere e di forza è diventato subito un posto comodo da dove iniziare. E’ ovvio che il proseguo non poteva tenere lo stesso ritmo e non per mancanza di possibilità, ma proprio per gestione emotiva della storia. L’impostazione scelta da Wiseman, infatti, non era la semplice narrazione di un contrasto di specie tra Vampiri e Licantropi, seppur questo essere l’incipit, ma voleva essere la copia horror/fantastica dei limiti e le debolezze del genere umano in genere trasportato su un livello diverso. E cosi abbiamo gli opportunisti, i fedeli, i traditori, i giusti, i sognatori, i doppiogiochisti e i diversi. Proprio questa traslazione, l’impressione è che il genere umano quasi non esista, o meglio faccia parte di un’altra dimensione, ha permesso, a mio avviso, alla storia di essere più immersiva del solito e quindi più a dimensione di sentimento. Si è riuscito ad armonizzare cosi la nostra sete di emotività vicina a quella di immaginazione di avere capacità ulteriori e questo senza smarrire le peculiarità di entrambe. E’ ovvio che questo processo ha funzionato perché la sua gestione è stata efficace e non solo per i contenuti in sé, che comunque hanno avuto un ruolo importantissimo soprattutto nei primi minuti.

All’interno di Underworld ci sono molti temi, il più importante di tutti però riguarda la trasversalità dell’amore. Sostanzialmente si parte con quello, nonostante venga alla luce solo successivamente, e si finisce con quello. Intorno tutta una serie di pregiudizi che hanno molto a che fare con l’opportunità e l’egoismo, oltre che alla bieca ottusità. Questo modo di rappresentazione è stato esaltato perché ha creato una forte dicotomia tra l’essere vampiro e licantropo, da sempre fonte anche di istintività, e la delicatezza e imprevedibilità dei sentimenti formando cosi una cupola interpretativa più ampia del solito e quindi, ripetendomi, molto umana. E’ come se si fosse voluto dire che all’interno di ogni diversità ci sia una linea comune invisibile e irrinunciabile alla quale decidere se arrendersi o no. L’inclinazione del film è evidente, ma nello sfondo rimane sempre una scelta e come tale va analizzata e affrontata.

La parte emotiva, però, non ha per nulla smussato quella di pura azione che anzi, è uno dei punti di diamante di tutta la produzione. Tale affermazione, però, va contestualizzata al tempo: visto nel 2003, anno di uscita, le immagini erano assolutamente travolgenti, quasi un unicum di genere. Visto ora, ancora si ha l’impressione di qualcosa di estremamente importante e questo non solo amplia i meriti complessivi, ma rende l’idea di come all’epoca è stato enorme l’impatto creato.

Capitoli attori, anzi attrice. E’ vero che Kate Beckinsale aveva già partecipato a film come Serendipy o Pearl Harbour, ma è innegabile che con Celine che ha raggiunto una notorietà superiore. Stavolta però, in tutta onesta, credo che il merito vada ascritto più allo script del personaggio che alle pure capacità dell’attrice. Per ca**tà, si muove con disinvoltura e regge perfettamente le dinamiche richieste, ma non è che si ha mai l’impressione, almeno per questo di film, che lei prenda per mano l’eroina. Allargando il discorso, credo che Underworld possa essere la perfetta rappresentazione di un buon/ottimo lavoro corale più di un assolo potente che ha trascinato il resto.

Al di la dei suoi meriti, che per chiarezza reputo enormi, Underworld divenne subito una specie di cult ispirando giochi, produzioni e altre storie del genere. Il motivo, dal mio punto di vista e come più volte detto, sta proprio nell’aver il film creato un ponte tra magia, potere e umanità, bilanciando la parte horror e quella prettamente di atteggiamento. L’esser inoltre riuscito a portare su schermo vampiri e licantropi senza cadere in situazioni sterili e di pura demagogia narrativa ha fatto il resto trasformando cosi tutti il progetto in qualcosa di quasi unico.

Passando un secondo al personale più stretto e andando a chiudere, ricordo di aver passato tutto il film in una sorta di costante eccitazione compresi gli ultimi secondi nonostante quel messaggio di appeso (era evidente che si voleva continuare con altri film) lasciato e che in generale non mi ha mai fatto impazzire.
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Voto 7/10

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Online la recensione di “L’ascesa di Skywalker”E siamo giunti alla fine.Ovviamente, un po’ per come successo per la prim...
12/08/2026

Online la recensione di “L’ascesa di Skywalker”

E siamo giunti alla fine.
Ovviamente, un po’ per come successo per la prima trilogia, non possiamo proprio essere certi che questa sarà per sempre la parola fine, ma visto quello che sta succedendo intorno al mondo Star Wars, tra serie e spin off, per almeno una decade dovrebbe rimanere tutto cosi.

Detto questo, non è facile analizzare questo film per almeno tre motivi:

Si vede che la scrittura è stata in divenire nel senso che quando è uscito Gli ultimi Jedi non si sapeva con certezza che piega avrebbe preso la storia.
La sensazione per la prima volta in nove film è che questa storia si staccasse proprio da tutto assomigliando più a uno spin off che a qualcosa che continuasse
L’apparente confusione, in questo capitolo succedono veramente tante cose, dal mio punto di vista è una forza, non come ho letto un difetto.
Ognuno di questi punti merita un approfondimento.

L’esempio lampante della scrittura in divenire (non starò qui a dire quante stesure sono state fatte di ultimo capitolo) è l’origine di Rey. Uno dei limiti, tra i tanti, de Gli ultimi Jedi è proprio di aver sorvolato su questo non dicendo praticamente nulla di lei sollevando cosi il dubbio sulla provenienza della “forza”. Ovviamente questa scelta è stata determinante tanto che tutta la trama di questo ultimo capitolo inevitabilmente gli gira intorno. La cosa della scrittura in divenire, comunque, è stata da sempre una delle caratteristiche di Star Wars e forse anche la sua forza, nel senso che cosi si è in qualche modo sempre adattata ai tempi ed ha avuto il tempo di scegliere il meglio (almeno per il responsabile di turno).

Una delle caratteristiche oggettive de Il risveglio della forza e de Gli ultimi Jedi è che in qualche modo ripercorreva le impronte della trilogia originale. Ecco L’ascesa di Skywalker rompe con forza questa similitudine. Il film infatti, è una scheggia impazzita che si allontana proprio da qualsiasi cosa mai vista nei primi otto film. Questo mi porta (prima dell’ultimo punto) a parlare del suo autore: J. J. Abrams. Credo, anzi dico, che questa è stata la carta vincente di questo progetto finale per effetti visivi, per logica, per sviluppo e soprattutto, per il finale (geniale e ci torneremo). Certamente non era difficile fare meglio di quello che ha fatto Rian Johnson ne Gli ultimi Jedi, ma una cosa è fare meglio e un’altra fare molto bene. La grande idea che ha avuto Abrams, che ne manifesta anche l’umiltà, è aver tirato dentro nel progetto Lucas. E sinceramente nel finale credo ci sia molto di suo.

Terzo punto. Come accennato il film è pieno zeppo di eventi e questo a qualcuno non è piaciuto asserendo che si è creata confusione. La penso esattamente al contrario. Star Wars è sempre stato l’emblema dei tanti campi di gioco e L’ascesa di Skywalker è stato l’esaltazione proprio di questo. E quello che mi ha sorpreso è stata la logica e la capacità narrativa di gestire questi continui salti tanto da riuscire ad approfondire praticamente tutti i temi.

Questo mi porta a quello lasciato (il tema) in sospeso: la fine. Tralasciando se il ritorno dell’Imperatore abbia emotivamente funzionato o no (e io dico ni) le scelte degli ultimi minuti manifestano proprio un grande equilibrio narrativo. Era probabilmente facile, e magari qualcuno se lo auspicava, chiudere tutto con un grande felici e contenti, ma a mio avviso non sarebbe stato corretto se non altro perché avrebbe macchiato il percorso e il significato. E’ vero che il cuore del film è la redenzione e la giustizia, ma è anche vero che quando si supera una linea non si può non pagare le conseguenze. Senza si perderebbe di credibilità e questo il film l’ha voluto evitare.
Personalmente ho proprio apprezzato i tempi degli eventi, il modo e il messaggio. Mi è sembrato proprio all’altezza del significato della forza e dei suoi principi.

A proposito della forza, cosi come ne Gli ultimi Jedi, non mi sono piaciute le sue evoluzioni. Quello che ora riescono a fare Rey e Kaio lo ritengo troppo, sembrano quasi dei superpoteri alla Marvel che un’evoluzione dell’aspetto mentale e di concentrazione. Capisco che Abrams non poteva piò tornare indietro ma probabilmente avrebbe potuto anche lui ammorbidire quella direzione.

E mentre per la storia in se l’elemento rottura è forte quello attoriale ha puntato molto sulla storicità. Si è cercato di buttare dentro più personaggi del passato possibile. Sinceramente sulla carta pensavo fosse troppo (l’idea di Carrie Fischer di repertorio non mi faceva proprio impazzire) e invece alla fine ci stanno, compreso Harrison Ford. Spostando l’attenzione sui protagonisti questa è nettamente l’interpretazione migliore di Adam Driver nel ruolo Kaio. Più solido, più avvolgente, più concreto. Si dimostra nuovamente un tornado Daisy Ridley. L’unica perplessità che ho su di lei è che quanto perde di irruenza cala il suo livello, questo mi porta a pensare che sia un po’ settoriale nei ruoli.

Arrivati a questo punto e cominciando la chiusura, le domande sono due. E’ stata una giusta conclusione? Ma è davvero una conclusione?
Parto da questa seconda. Per questo franchise non si sente molto il senso d’ abbandono di quando qualcosa finisce. Un po’ perché comunque i protagonisti si sono avvicendati negli anni e un po’ perché con tutte le serie intorno che sono uscite e i spin-off la sensazione che questo mondo continui è forte.
Settorizzando la discussione e andando alla prima domanda, io credo che alla fine la cosa funzioni e che dia una buona dimensione di quello che è stato tutto il percorso. E’ ovvio che non c’è stato sempre un cordone ombelicale che abbia unito tutto, e che alcuni scivoloni (vedi La minaccia fantasma e Gli ultimi Jedi) ci sono stati, ma alla fine mentalmente la cosa torna e questa era l’elemento principe.

Continuo a ritenere che la prima trilogia fosse perfetta cosi e che tutto quello che è venuto dopo è stato un più, ma alla fine il percorso 2 è stato piacevole e a tratti elettrizzante. Quindi possiamo dire che il tono da favola tanto cercato da Lucas è stato rispettato e che la forza, nonostante qualche esagerazione, ha sempre mantenuto la sua dimensione e il suo senso profondo. Perché è vero che questo racconto proviene da una Galassia Lontana Lontana, ma solo nel nome, il resto rispetta l’intimità e l’inclinazione dell’uomo è quando succede, come diciamo dalle nostre parti… Ogni mondo è paese.
www.cineastio.it
Voto 7.3/10

Di

Illustrazione

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Rome
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