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Cineastio Nasce da una diatriba a tre su diverse correnti di pensiero riguardanti il Film “Salvate il soldat

La fede come rifugioAccanto alla carriera da comico e attore, Kevin James ha raccontato anche un episodio molto personal...
06/10/2026

La fede come rifugio

Accanto alla carriera da comico e attore, Kevin James ha raccontato anche un episodio molto personale legato alla sua famiglia.

In un periodo particolarmente complesso, sua figlia (che si trova nello spettro dell’autismo) stava attraversando una fase difficile e lui, insieme alla moglie, sentiva di non avere molte risposte.

James decise allora di affidarsi alla propria fede. Iniziò un digiuno molto rigido, bevendo soltanto acqua con una piccola quantità di sale e dedicando quei giorni alla preghiera e alla riflessione. Non aveva fissato una scadenza: voleva semplicemente continuare finché avesse sentito di doverlo fare.

Durante quel periodo continuava a informarsi sulle condizioni della figlia e, secondo il suo racconto, iniziò a notare alcuni segnali positivi: maggiore tranquillità e un sonno più regolare. Per lui quei cambiamenti ebbero un profondo significato spirituale e lo convinsero a proseguire, fino a superare i quaranta giorni.

James ha spiegato che quell’esperienza rafforzò ulteriormente la sua fede. Senza attribuire al digiuno alcun effetto medico, la vicenda racconta soprattutto la vulnerabilità di un padre che, sentendosi impotente, cercò un modo personale per restare vicino alla figlia.
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Online la recensione di “Resident Evil”Posso considerarmi un esperto di Resident Evil? Considerando che ho giocato a tut...
05/10/2026

Online la recensione di “Resident Evil”

Posso considerarmi un esperto di Resident Evil? Considerando che ho giocato a tutti i videogioci (tranne al momento a Village) e visto tutti i film, serie e corti in materia posso azzardare a dire di si. Perché questa considerazione è a mio avviso importante? Semplice, l’approccio che si potrebbe avere su questo film potrebbe variare molto a secondo appunto, dalla conoscenza e dalla dose di “appassionato”. Il motivo è semplice: il nuovo progetto di Zach Cregger non è un film su e di Resident Evil ma è un film horror a prospettiva giocatore con intorno alcuni elementi di Resident Evil.

Prima di fissare questo concetto e spiegarlo farei un passo indietro e tornerei sullo stesso Zach Cregger. E’ abbastanza evidente che lui è uno dei nomi nuovi del cinema horror mondiale, probabilmente quello con più talento e tecnica. I primi due film, Barbarian e Weapons, sono stati una delizia per gli occhi, l’idea e per la gestione della suspance, dell’attesa e dei picchi di paura. E’ giusto dire da subito che Cregger con questo nuovo progetto non ha deluso e che anzi dal mio punto di vista è riuscito ad andare ancora oltre trovando una combinazione tra ansia/commedia/splatter a tratti meravigliosa e completamente trascinante (confermando la delizia della parte visiva). Il film è un road movie (seppur con tappe molto semplici) senza pause e con un ritmo che ricorda molto gli stessi step di un videogico.

Si vede che Cregger è un giocatore ed è evidente che quello che cercava è proprio mettere davanti allo spettatore (ecco la prima parte dell’affermazione iniziale) la prospettiva, appunto, del giocatore. Le infinite parolacce del protagonista, gli insulti ai vari infetti o alle situazioni più strane, la ribellione ai lucchetti alla fine sono quelle che qualsiasi giocatore ha sempre fatto davanti allo schermo compresa quell’esultanza stupida quando si riusciva a ba***re un boss o a superare un determinato passaggio. Devo dire che questo approccio magari difficile da accettare a bocce ferme, invece funziona e anche molto, molto bene. Non stona con la trama e soprattutto non interrompe quel filo di angoscia che comunque il racconto ha dall’inizio alla fine.

L’angoscia è uno degli elementi che è costante in tutto il film e il merito dal mio punto di vista è esclusivamente per le scelte registiche di Cregger. Non nascondo, nonostante la mia enorme esperienza tra film e appunto giochi horror, che qualche salto lo ho fatto e questa è la dimostrazione della sua incredibile capacità di preparare, svolgere e chiudere una scena horror. La prima donna infetta che scende dalla collina è veramente una perla e racchiude proprio il senso della paura e dell’adrenalina.

La storia è veramente minimale e ridotta all’osso ma proprio la ricchezza di particolari la rende comunque piena o meglio, giusta per quello che era l’intenzione del suo autore.

Ed ecco il momento di arrivare all’altro punto in sospeso e cioè alla valutazione di quanto questa storia di Resident Evil sia effettivamente Resident Evil. La risposta è che c’è poco, molto poco. Alla fine il film ci parla di un perfetto mister X (di Austin Abrams parleremo assolutamente a breve) che si trova nel momento sbagliato nel posto più sbagliato del mondo. Non ci sono riferimenti a nessuno dei personaggi principali e/o affini e la stessa Umbrella (da sempre la protagonista malata della saga) viene citata un paio di volte senza però mai essere cosi invadente come invece nella storia è. C’è qualche piantina qua e la, i mostri sono un mezzo sunto di quello che conosciamo, ma alla fine sono tutti all’atere di quello che è main theme narrativo. Sostanzialmente poteva trattarsi di qualsiasi altro luogo e di uno dei tanti (ma fatto bene) film sugli zombie e/o i trasformanti da errore da laboratorio.

Rigirando questa analisi è chiaro che l’analisi e la percezione del film (e mi riferisco agli appassionati, ma anche hai semplici attenti) sarà divisa dalla comunque validità del progetto e dal fatto che alla fine Resident Evil non c’entra nulla o comunque molto poco.
Cosa prevale? Per quanto mi riguarda la soddisfazione di vedere un prodotto horror di questo livello è stata superiore alla considerazione che alla fine il franchise c’entrava in minima parte. A parziale giustificazione trovo il fatto che come detto, a mio avviso, l’intenzione di Cregger era proprio mostrare il signor nessuno in quel mondo, esattamente come qualsiasi altro giocatore.

Capitolo Austin Abrams. Prova maiuscola, gli si vuole bene sin da subito. Ti porta in quel mondo con la debolezza, la paura e l’“impaccio” giusto per quello che era l’intenzione di Cregger. Da veramente l’idea del classico eroe sbadato per caso che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Tirando le fila Resident Evil è un prodotto validissimo e sotto molti punti di vista originalissimo. Mischia un sacco di cose ma alla fine la suspence, l’adrenalina e lo splatter emergono con forza travolgendoti e ammaliandoti. E’ veramente una corsa a perdifiato e la sensazione è come se avessi giocato a tutta una puntata del franchise in un giorno, almeno sino alla fine. Ecco questa rimane un piccolo dilemma ed è soggetta, inevitabilmente, a varie interpretazioni. La cosa buona però è che nessuna delle ipotesi che potrebbe scaturire stona con il percorso e il messaggio e questo mostra ancora una volta la bontà dell’idea.

Al di la di questo, e credo che questa sia la firma definitiva sulla mia su Cregger, non vedo l’ora di affrontare un altro suo progetto se non altro per vedere su quale versante ha e/ho vuole puntare per il futuro. E’ indubbio infatti che i tre progetti, nonostante qualche punto in comune, ha evidenti tagli diversi, seppur, e qui la mia curiosità, tutti di alto livello.
Voto 7/10
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Per I DIMENTICABILI di ,  presenta: “The Punisher”TITOLI DI TESTA: Il Punitore… ma pocoTRAMA: erano i primi del 2000 e d...
04/10/2026

Per I DIMENTICABILI di , presenta:

“The Punisher”

TITOLI DI TESTA: Il Punitore… ma poco

TRAMA: erano i primi del 2000 e dopo X-Men, Spider-Man, Daredevil e Hulk, era arrivato il momento di fare un film su un pezzo da novanta: Capitan America? No, er Punitore, con Thomas Jane e John Travolta che nun balla. Stendiamo un velo pietoso su quello del 1989, erano altri tempi. Qua Frank Castle è un agente FBI che sta per andare in pensione, perché evidentemente pure i vigilanti c’hanno diritto da riposasse. Durante l’ultima operazione ammazza per sbaglio (ma nun lo so mica) er fijo del boss Howard Saint, interpretato da Johntra con una pettinatura che sembra fatta dal parrucchiere di Nicolino Cage.

Saint allora decide di vendicasse e fa fuori praticamente tutta la famiglia di Frank: moglie, figlio, padre, vicini di casa, parenti, uno che passava di là, amici, probabilmente pure il cane che non vediamo. Frank sopravvive per miracolo e decide di diventare il Punitore. E qua uno aspetta la trasformazione definitiva: costume nero, teschio, arsenale, vendetta, sangue, distruzione.

Invece Frank va a vivere in un appartamento mezzo sfondato e passa il tempo a guardare il soffitto con la faccia de uno che ha appena scoperto che gli hanno cancellato la puntata finale di Beautiful. Thomas Jane c’ha una bella mascella, questo glielo devo riconosce: faccia da Punitore anni 2000 pure lui co la tinta (è biondo ma*****ia). Però manca quella faccia devastata, segnata, incazzata col mondo che anni dopo avrebbe portato Jon Bernthal. Jane sembra uno che sta aspettando il suo turno dal dentista. Bernthal invece pare che abbia dormito dentro un cassonetto e poi sia uscito direttamente per ammazzà qualcuno.

E intanto arrivano i nemici. John Travolta dovrebbe essere un boss mafioso terrificante, ma sembra più uno che s’è perso andando a una festa di Capodanno a Miami. Poi c’è la moglie Livia, che praticamente è più cattiva del marito, Quentin Glass, che ha una trama tutta sua che non interessa a nessuno, e una serie di sicari talmente strani che pare che Frank abbia fatto un casting su Chi l’ha visto?.

Poi arriva IL RUSSO, interpretato da Kevin Nash: un armadio a quattro ante che viene mandato a casa di Frank per ammazzarlo. E qui finalmente il film si ricorda di essere un film d’azione. I due fanno una sc***ottata (con una colonna sonora di sottofondo che vabbè) dentro casa che dura talmente tanto che a un certo punto pensi che abbiano litigato pure sul contratto d’affitto. Se menano con mobili, pareti, frigoriferi, tavoli e probabilmente pure i termosifoni. Frank prende schiaffi come se avesse rubato la pensione al Russo, ma alla fine riesce a batterlo. Questa è probabilmente la scena migliore del film, perché almeno per dieci minuti Thomas Jane sembra veramente il Punitore.

Il problema sono tutti gli altri. Rebecca Romijn, Ben Foster, John Pinette e compagnia bella sono i vicini di casa di Frank e dovrebbero rappresentare la sua nuova famiglia. Invece sembrano un gruppo de rincoglioniti che il protagonista deve proteggere prima di poter continuare la missione principale. E poi ce stà pure Harry Heck, il sicario con la chitarra. Perché evidentemente in un film sul Punitore mancava proprio un killer country che arriva armato, canta na canzone de Gigi D’Alessio e poi viene ammazzato. Cinema.

TITOLI DI COSA: il problema de The Punisher è che vorrebbe essere un film cattivo, violento e senza speranza, ma spesso sembra una soap opera criminale con qualche sparatoria. La vendetta di Frank c’è, il teschio pure, le pallottole pure, ma manca quella rabbia che dovrebbe rendere il personaggio memorabile. Thomas Jane non è terribile, ma stà in un film che gli mette addosso una faccia talmente inespressiva che pare stia facendo la fila alla posta.

EXTRA: nel 2012 Thomas Jane torna nei panni di Frank Castle con Punisher: Dirty Laundry, un corto indipendente di dieci minuti. E qua succede una cosa strana: finalmente sembra aver capito chi c***o sta interpretando. Frank va in una lavanderia, incontra una banda di teppisti e decide di sistemare la situazione a modo suo. Poche parole, tanta violenza, facce incazzate e una bottiglia di wh**ky usata come arma. Non sarà un vero sequel e non è prodotto dalla Marvel, ma è molto più vicino allo spirito del personaggio: situazione semplice, scrittura più secca e Thomas Jane finalmente centrato. Nel film del 2004 sembrava che stesse cercando di capire come fare il Punitore; in Dirty Laundry pare che qualcuno finalmente gli abbia detto: “A Thomas, devi solo entrà, menà e fa paura. Nun devi mica da fà Shakespeare.” E infatti funziona.
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Voto 4/10

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 presenta A Sei Mani:Tre modi diversi di raccontare un film!Online la recensione di “Oh mio Dio”Ogni argomento è degno e...
03/10/2026

presenta A Sei Mani:

Tre modi diversi di raccontare un film!

Online la recensione di “Oh mio Dio”

Ogni argomento è degno e soprattutto opportuno di essere affrontato. Quello che varia è la capacità di farlo o meglio, l’inclinazione che si riesce ad avere su quel tipo di tema.
Senza nascondere la mano o far finta che sia tutto uguale, un film sulla religione o nel caso specifico su Gesù crea una valutazione sociale diversa e questo perché l’argomento è uno di quelli che divide socialmente e che crea più fraintendimenti in generale.
Cappello finito (e garantisco che non è un materasso per atterrare), non posso nemmeno io nascondere la mano e quindi dico con tranquillità che Oh mio Dio! è una delle cose peggiori che ho visto negli ultimi anni. Vederlo in molti momenti mi ha creato imbarazzo soprattutto perché non sono proprio mai riuscito a capirne la finalità compresa evidentemente, la principale: traslare temporalmente la vita di Gesù al mondo attuale armonizzandone messaggio e mezzi.

Il problema secondo me è cha la storia si è presa troppo sul serio scivolando in banalità, incomprensioni e morali correlate non altezza o comunque gestite ancora peggio di quelle principali. Ne è venuto fuori un tritatutto pesante, inutile e controproducente proprio all’intenzione del e dei suoi autori.

Aggiungo, a corollario e a chiudere, qui ovviamente entriamo nel personale, che la religione è cambiata e questo al di la del modo con cui uno si approccia ad essa. Questo cambiamento ha portato a una comunicazione diversa, non dico meno asfissiante, ma diversa. Creare una storia con quella teologia cosi pressante ripercorrendo alla fine leggende conosciute (ovviamente forzandole) e questo senza mai dare aria al racconto a cosa serve? Mi verrebbe da dire a poco ma la verità è che non serve a nulla.

Voto 0.5/10

Jonhdoe1978

TITOLI DI TESTA: oh Gesù!

TRAILER: C’è una domanda che l’umanità s’è posta per duemila anni: “Che succederebbe se Gesù tornasse sulla Terra?”. Giorgio Amato nel 2017 decide di rispondere. E la risposta è che poteva evità de fasse sta domanda.

Gesù torna a Roma, si mette la tunica, si fa crescere barba e capelli e comincia a predicare. Solo che stavolta c’ha pure due cameraman che lo seguono 24 ore su 24, perché evidentemente pure il Messia ha capito che senza contenuti social non vai da nessuna parte. Fa miracoli, cammina sul Tevere, guarisce gente, resuscita li morti, raccogli undici apostoli per strada…ma c’è un problema.

Il film vuole parlare dell’indifferenza della società moderna, della perdita della fede, dell’egoismo, della religione, della povertà, praticamente vuole risolvere duemila anni di storia dell’umanità in 96 minuti, ma lo fa con la profondità di un post su Facebook scritto (male) alle tre de notte.

L’idea poteva essere pure interessante: Gesù torna davvero e nessuno lo riconosce perché ormai siamo talmente abituati alle bufale che pure un miracolo sembra una televendita. Peccato che il film confonda la provocazione con la predica e la satira con una recita scolastica. Un film cristiano, ma manco troppo per le parolacce che dirai se decidi di guardarlo.

Voto 0/10

Mklane

L’idea, sulla carta, avrebbe persino qualcosa di interessante: cosa accadrebbe se Gesù tornasse oggi, nel pieno di una società disincantata, individualista e impermeabile ai propri stessi valori dichiarati? Giorgio Amato costruisce Oh mio Dio! attorno a questo spunto, scegliendo la forma del mockumentary e seguendo un nuovo Cristo per le strade di Roma, accompagnato da due cameraman incaricati di documentarne miracoli, predicazioni e incontri con i nuovi apostoli.

Il problema è che tra idea e film si apre un abisso.

Gesù (Carlo Caprioli) appare durante la messa di Natale, richiama l’umanità al comandamento dell’amore, recluta discepoli tra disoccupati, imprenditori falliti, baristi, controllori e persone comuni, incontra una moderna Maddalena (Giulia Gualano) e compie (ridicoli) miracoli aggiornati al presente.

Il materiale avrebbe consentito una satira feroce sull’egoismo contemporaneo, su l’ipocrisia religiosa, sul rapporto tra fede, istituzioni e spettacolarizzazione e molto altro ancora, ma Amato resta perennemente in superficie, limitandosi a esporre situazioni senza trasformarle in vera analisi.

Peggio ancora quando il film prova a prendere posizione. Alcuni passaggi, come la condanna di una pratica abortiva legale o la guarigione di una paziente psichiatrica attraverso un esorcismo, risultano più anacronistici che provocatori. Per non parlare della componente politica, presente nei riferimenti all’immigrazione, all’esclusione sociale e al culto del benessere personale, che non trova mai abbastanza forza da diventare, anche solo lontanamente scomoda.

Nemmeno il linguaggio del falso documentario riesce a salvare l’operazione. L’alternanza tra finzione e momenti da candid camera è incerta, la fotografia e la messa in scena denunciano pesantemente il basso budget e la recitazione oscilla tra rigidità e la recita della Pro Loco di provincia per “ragazzi speciali”.

Più che un lungometraggio indipendente, in diversi momenti sembra di assistere a un cortometraggio dilettantistico allungato ben oltre le proprie possibilità.

Qualche intuizione resta, così come l’ambizione di raccontare una società che probabilmente ignorerebbe Cristo anche qualora tornasse davvero. Ma sono frammenti sepolti decine di metri sotto una scrittura fragile, una regia poverissima e un tono incapace di essere davvero né comico, né drammatico, né satirico e né spirituale.

Oh mio Dio! non fallisce perché osa troppo, ma perché osa pochissimo pur partendo da un’idea che avrebbe richiesto esattamente il contrario.

Novantacinque minuti di bestemmie.

Voto 0.3/10

Alessandrocon2esse

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Di @

Online la recensione di “https://www.cineastio.it/the-punisher-one-last-kill/”TITOLI DI TESTA: odia. Prega. Spara.TRAMA:...
02/10/2026

Online la recensione di “https://www.cineastio.it/the-punisher-one-last-kill/”

TITOLI DI TESTA: odia. Prega. Spara.

TRAMA: quando ero piccolo, oltre a leggere fumetti, mi piaceva soprattutto disegnarli. Non avevo ancora quegli artisti di riferimento che poi avrei imparato a riconoscere, ma una cosa l’avevo capita abbastanza presto: odiavo i disegnatori che facevano tutte le facce uguali. Rob Liefeld era il primo in cima alla lista, ma in certi casi anche Jim Lee (a cui perdonavo solo Wolverine e Gambit) mi dava quella sensazione. Mi piaceva invece chi riusciva a dare ai personaggi una faccia precisa, riconoscibile, quasi un passato. E il Punitore, nella mia testa, non poteva avere la faccia del belloccio.

Io me lo sono sempre immaginato come un avanzo di galera: naso grosso, occhi piccoli, mascella squadrata, faccia scavata, uno che sembra aver dormito più volte in una cella che in un letto. In pratica Fred Ward in Il mio nome è Remo Williams. Poi il cinema ci ha dato Dolph Lundgren, giovane, palestrato e con una tinta per capelli che probabilmente aveva comprato da Acqua & Sapone. Poi Thomas Jane, decisamente troppo bello per essere Frank Castle, anche se come mascella ci andava vicino. Poi il compianto Ray Stevenson, che aveva il fisico giusto ma sembrava spesso presentarsi sulla scena con un maglione a collo alto sotto il costume.

E poi è arrivato Jon Bernthal. La faccia giusta. Quella da uomo che non deve raccontarti cosa gli è successo, perchè lo capisci guardandolo. Bernthal si era già preso sulle spalle due stagioni della serie The Punisher e aveva trovato una dimensione perfetta del personaggio: rabbia, dolore, stanchezza. Ma in One Last Kill sembra finalmente arrivare a quella che, per me, è la versione più fisicamente espressiva di Frank Castle. Perchè qui Frank non ha più niente da vendicare. Ha ucciso gli ultimi responsabili della morte della sua famiglia. Ha chiuso il cerchio. E quindi rimane una domanda molto più difficile: che cosa resta del Punitore quando non esiste più una punizione da infliggere?

La risposta che il film sceglie è abbastanza semplice. Frank è vuoto. È perseguitato dai fantasmi del passato, dalla famiglia, dai compagni, da tutto quello che ha perso. Cerca persino di mettere fine alla propria vita, prima che una nuova caccia lo riporti esattamente dove è sempre stato: dentro la violenza. E qui il film diventa quasi un lungo sfogo psicologico. Una casa piena di criminali. Frank che viene braccato, reagisce, uccide. Altra gente da proteggere. Altri morti. È una spirale che non porta realmente da nessuna parte. Ed è proprio questo il punto.

One Last Kill non sembra voler raccontare una nuova grande fase della vita di Frank Castle. Non vuole aprire un capitolo fondamentale del personaggio. È quasi un albo intermedio, uno di quelli che potresti trovare in mezzo a una lunga run: il Punitore combatte con i propri demoni, prende un sacco di botte, ne dà ancora di più e alla fine torna a fare il Punitore. Solo che, questa volta, la violenza ha un peso diverso. Bernthal finalmente può lasciarsi andare completamente. Non deve più dimostrare di essere il Punitore: lo è. E ogni pugno, ogni coltellata, ogni pallottola sembra arrivare da un posto molto più profondo della semplice rabbia. È violenza come terapia, pessima, ma pur sempre terapia. Il film trova anche una piccola luce nel rapporto con la bambina che Frank protegge, perché per un momento gli ricorda la figlia che ha perduto. È forse l’unico momento in cui la corazza si incrina davvero e vediamo l’uomo sotto il teschio. Il problema è che, una volta arrivato lì, il film non ha molto altro da dire.

La storia si chiude praticamente nello stesso punto da cui era partita: Frank torna a essere il Punitore. E allora capisci che il titolo One Last Kill non significa necessariamente l’ultima volta che Frank ucciderà qualcuno. È l’ennesima volta che si racconta che sarà l’ultima.

TITOLI DI CODA: alla fine Jon Bernthal diventa quasi più interessante del film stesso. Perchè quella faccia che finalmente sembra uscita direttamente dalle pagine di un fumetto porta addosso tutto quello che serve per interpretare Frank Castle: il dolore, la rabbia, la solitudine e quella sensazione di uomo che non sa più vivere se non attraverso la guerra. Non è una storia che porta il Punitore da qualche parte. È una storia che lo fa sfogare. E forse, per un personaggio come Frank Castle, a volte è sufficiente. Necessaria? No, perché forse è semplicemente un altro capitolo di una guerra che probabilmente non finirà mai, ma almeno stavolta il Punitore ha finalmente la faccia che avevo sempre disegnato io.

EXTRA: nulla da aggiungere
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Voto 6.7/10

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01/10/2026

Online la recensione di “Milf”

Il titolo, già da solo, dice praticamente tutto. M**F prende l’acronimo reso popolare dall’immaginario pornografico e dalla commedia americana di fine anni ‘90 e prova a costruirci sopra una commedia agrodolce sul desiderio, l’età e le relazioni intergenerazionali.

Il problema (il primo) è che Axelle Laffont, qui anche protagonista nel ruolo di Elise, sembra non sapere mai davvero che film voglia fare: erotico, sentimentale, generazionale, farsesco o malinconico.

Il risultato è un impasto confuso in cui ogni tono finisce per neutralizzare l’altro.

Cécile (Virginie Ledoyen), Sonia (Marie-Josée Croze) ed Elise sono tre amiche di lunga data arrivate nel Sud della Francia per svuotare e vendere una casa al mare. Cécile è ancora segnata dalla morte del marito, Sonia vive una relazione ormai logora, Elise è una madre single in cerca di leggerezza. Sulla Costa Azzurra incontrano tre ragazzi molto più giovani, attratti proprio dal fascino della donna matura. Da qui parte una vacanza fatta di feste, alcol, sesso occasionale e tentativi più o meno convincenti di sentirsi ancora desiderabili.

La premessa, in realtà, qualche possibilità la offriva. Il film avrebbe potuto riflettere sul modo in cui il desiderio cambia con l’età, sull’etichetta “M.I.L.F.” come prodotto di un immaginario maschile, sulla differenza tra esperienza reale e pornografia, e perfino sulla disparità con cui la società giudica relazioni analoghe quando è la donna a essere più grande. A tratti Laffont prova effettivamente ad affrontare questi aspetti, soprattutto quando le protagoniste smontano l’idea che i giovani siano sessualmente più sicuri solo perché iperconnessi e bombardati da immagini erotiche. È forse il passaggio più interessante del film: ragazzi convinti di sapere tutto del sesso perché ne conoscono la rappresentazione, ma incapaci di comprenderne davvero l’intimità.

Sono però intuizioni che restano isolate.

La sceneggiatura non costruisce un vero arco narrativo, procede per incontri, gag, discussioni e avventure estive che sembrano accostate più che sviluppate. Cécile, potenzialmente il personaggio più complesso per il lutto irrisolto che si porta dietro, viene presto messa ai margini, mentre Sonia ed Elise ricevono maggiore spazio, senza però acquistare altrettanta profondità. Anche i ragazzi finiscono ridotti a tipi: il vanitoso, il romantico e quello apparentemente più equilibrato.

Il problema maggiore resta comunque il tono. Le sequenze drammatiche sembrano appartenere a un altro film, quelle comiche raramente fanno ridere e quelle erotiche sono talmente prive di tensione da risultare quasi meccaniche.

Il sesso dovrebbe essere il terreno su cui M**F gioca la propria provocazione, ma paradossalmente è proprio lì che il film appare più timido e indeciso. Persino l’amicizia femminile, che avrebbe dovuto costituire il vero centro del racconto, resta spesso superficiale e sacrificata alle dinamiche sentimentali con i ragazzi.

La Laffont dirige con una certa vicinanza ai personaggi, spesso attraverso una macchina da presa mobile, ma nemmeno la fotografia riesce a restituire pienamente il calore e la vitalità che ci si aspetterebbe da una commedia estiva ambientata sulla Costa Azzurra. Il cast, con la Croze e la Ledoyen, possiede abbastanza mestiere da evitare il naufragio totale, ma è evidente la sensazione di materiale sprecato.

M**F avrebbe potuto trasformare un’etichetta triviale in una riflessione intelligente sul desiderio femminile adulto e sugli stereotipi che lo circondano. Si accontenta invece di flirtare con quelle idee senza approfondirle, preferendo un’alternanza di sesso, malinconia e comicità che non trova mai un vero equilibrio.

Non abbastanza scorretto per essere divertente e non abbastanza sensuale per essere erotico.

Non abbastanza.
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Voto 3.9/10

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**f

Online la recensione di “The Forgotten”Nonostante alla fine siano la maggior parte, non è mai facilissimo parlare dei fi...
30/09/2026

Online la recensione di “The Forgotten”

Nonostante alla fine siano la maggior parte, non è mai facilissimo parlare dei film di mezzo, quelli per intenderci che non splendono completamente ma che hanno comunque qualche elemento qua e la che non li rende proprio da buttare.
Ovviamente questo cappello per dire che The Forgotten fa parte di questa categoria.

L’incipit non è male ed ha l’enorme merito di essere limitato nel tempo. A mio avviso, infatti, un dilungamento delle presentazione delle carte in tavolo, visto poi lo sviluppo, sarebbe stato sproporzionato e quindi non cosi ficcante come alla fine è stato. Sostanzialmente Telly Perretta (Julienne Moore) scopre che il lutto che sta affrontando, la morte del figlio di 9 anni, è frutto solo della sua mente. Non accettando tale realtà, comincia la sua ricerca di quella che a conti fatti è solo una sua sensazione (nessuno ricorda l’esistenza del figlio).

Come è facile da intuire finisce qui la fase interlocutoria e inizia una lunga fase intermedia che poi porta la storia alla conclusione. In questa, quella intermedia, l’azione la fa quasi sempre da padrona senza per questo tralasciare, ed è un merito, le spiegazioni di quello che sta perxf/o è successo. E se la combinazione alla fine funziona ed è apprezzabile quello che lascia perplessi è proprio il contenuto e quindi il motivo e il cuore della storia. Il racconto in molti momenti sembra sfibrato e il rapporto cause/conseguenze molto labile soprattutto perché non permette una totale immedesimazione in quelle che sono le dinamiche.

Fortunamente Joseph Ruben è un buon regista e nel momento più piatto del film tira fuori 3 / 4 momenti di cinema che rialzano l’attenzione evitando di far affondare, o meglio, rendere completamente mediocre il progetto. Questa linea di galleggiamento (l’immagine che ho avuto è di una persona sul serf che in un modo o nell’altro è riuscita a tenere la tavola a galla) ha perso il suo equilibrio nei minuti finali assolutamente confusi e tirati per i capelli. Perché se la morale è chiara, anche se comunque opinabile nell’economia sia generale che del film nello specifico, la costruzione da troppe cose per scontato e non riesce a spiegare e/o a far accettare le nuove/vecchie dinamiche. La sensazione di frattura, nonostante l’intenzione sia proprio quella contraria, è netta e quello che viene percepito è che si sia trovato un modo per risolvere dicendo e facendo il minimo possibile. E se questo da una parte non è proprio un demerito (esagerare è sempre pericoloso quando si parla si Sci-Fi) dall’altro è evidentemente una semplificazione, ovviamente se impostato come in questo caso, che allenta il messaggio e la morale. Messo come è stato messo, infatti, non riesce a regalare allo spettatore il senso circolare dei rapporti che cosi arriva quasi esclusivamente per condizionamento mentale personale che per raffigurazione del film.

Nella recensione di Still Alice ho detto come Julienne Moore non mi ha mai coinvolto più di tanto esaltando però quella specifica interpretazione. In The Forgotten si ritorna al mio pensiero originale e quindi a una prova sufficiente e senza un appeal di livello. Anche Domenic West rimane sul chi vive e non da per quello che sono le sue possibilità (in quel periodo ne ha fatti di ruoli buoni!!). Avulso Gary Sinise ma in questo caso, e faccio seguito a quanto detto qualche riga fa, più per demerito di uno script finale labile che per proprie sue totali mancanze. La sua figura infatti, improvvisamente scompare nonostante messa in mezzo all’improvviso per dare le spiegazioni del caso.

The Forgotten rientra dei miei classici acquisti mensili di DVD/BLU RAY che faccio tra l’online e i negozi di settore. In questo caso quello che mi ha attirato è l’impostazione della copertina e le righe legate al ricordo a margine di essa. Ovviamente, ma è intrigante anche per questo, quello che mi ero immaginato era altro, ma tirando le file non posso dire di aver assistito a uno spettacolo pessimo. Tirato, altalenante, magari non completamente sfruttato si, ma da buttare assolutamente no. Di certo, e questo è anche un limite, non ti lascia quasi nulla e quello che arriva (diciamo qualche buona briciola) si consuma in pochissimo tempo e la mente lo annebbia subito dopo i titoli di coda. Mi verrebbe da dire peccato soprattutto perché, come detto, i guizzi registici avevano alzato il livello e una fine meglio costruita avrebbe dato un sapore diverso e non, come appena detto, un boccone con non molto sale.
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Voto 5.6/10

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