15/06/2026
Avevamo scelto di non parlarne mai, ingenuamente, come si fa quando hai quello zio inopportuno di cui ti vergogni e speri che non invitarlo al prossimo pranzo di famiglia basterà ad arginarne i danni.
E invece eccoci qua, a un passo dal dover vedere quest’uomo, che ha la statura morale di un comodino, diventare l’ago della bilancia della politica italiana.
Roberto Vannacci raccoglie l’eredità puzzolente del “grande” (piccolissimo) uomo che ci salverà, trasformando le fragilità sociali, le paure, il rancore e il senso di insoddisfazione in un progetto di potere.
Non si tratta soltanto delle singole frasi, volutamente sensazionaliste, contro le persone LGBTQIA+, contro le donne, contro le persone migranti, contro chi non rientra nella sua idea di italianità, famiglia o normalità. Il punto è che quelle frasi non sono gaffe, non sono uscite di cui dopo scusarsi, ritrattare, vergognarsi.
Fanno parte di una strategia mirata. Servono a indicare un bersaglio, costruire un “noi” contro “loro”, dare nomi semplici alla complessità del reale e offrire una risposta autoritaria a un paese che, ancora una volta, si chiude nella paura dell’altr*.
Se una figura politica che nega il femminicidio, riduce i diritti delle persone gay a una concessione minima di esistenza, parla di “re-migrazione” e costruisce consenso sulla separazione, sulla gerarchia e sull’esclusione arriva davvero ad avere un ruolo negli equilibri parlamentari, gli scenari possibili sono chiari.
Il primo scenario è lo spostamento ulteriore del centrodestra verso posizioni più radicali. Meloni, Salvini e ciò che resta dell’area moderata sarebbero costretti a decidere se isolarlo o inseguirlo. E quando la destra insegue la destra estrema, di solito non la contiene: ne assorbe il linguaggio, ne normalizza i temi, dà ai rutti dignità di parola nel discorso pubblico.
Il secondo scenario è la frammentazione del centrodestra. Futuro Nazionale, secondo Reuters, viene già stimato intorno al 5% e può sottrarre voti soprattutto alla Lega e a Fratelli d’Italia, diventando un elemento decisivo in vista delle prossime elezioni. In quel caso Vannacci potrebbe non dover vincere: gli basterebbe diventare necessario. Il solito giochino per cui le forze più radicali ottengono potere, non conquistando la maggioranza, ma rendendosi indispensabili per formarla.
Il terzo scenario è la trasformazione del linguaggio, istituzionale e pubblico. Se certe frasi, che solo ieri sarebbero state impronunciabili, producono consenso invece che ostracismo, il confine di ciò che è dicibile si sposta. Oggi si nega il femminicidio, domani si mette in discussione l’educazione sessuo-affettiva, dopodomani si presenta l’inclusione scolastica come un lusso ideologico, poi si torna a parlare di famiglia “naturale”, di italiani “veri”, di corpi legittimi e corpi, irrimediabilmente, tagliate fuori.
Il clima giusto per far diventare leggi vere e proprie violazioni dei diritti umani.
Il quarto scenario, infatti, riguarda proprio i diritti. Un partito costruito su queste premesse può spingere per restringere l’accesso all’aborto, rafforzare la presenza delle associazioni antiabortiste nei consultori, ostacolare ogni avanzamento sui diritti delle famiglie omogenitoriali, colpire l’educazione alle differenze, irrigidire le politiche migratorie e riportare la scuola verso modelli selettivi e separativi. Non serve immaginare un colpo di Stato, la Marcia su Roma o una rivoluzione militare. Basta una lenta erosione, votata emendamento dopo emendamento, dichiarazione dopo dichiarazione.
Il quinto scenario è forse il più pericoloso: che una parte del paese si senta autorizzata. Autorizzata a disprezzare, a ridere, a indicare, a escludere. Quando un rappresentante politico dice certe cose, chi le pensa a bassa voce si sente meno solo, più forte, più legittimato.
Ciò che prima era riconosciuto come violento e inaccettabile diventa valido.
Sostenere Vannacci significa scegliere una politica che rimescola nel vomito della pancia del paese.
Ma il problema, oggi, non è solo lui. È ciò che la sua crescita dice di noi: che esiste un elettorato disposto a scambiare la complessità per debolezza, la cura per ideologia, i diritti per concessioni, la ferocia per sincerità.
La promessa populista contiene in sé già il germe del crollo della democrazia, quando abbastanza persone cominciano a votare chi promette di togliere dignità agli altri in cambio dell’illusione di restituirla a loro.