03/07/2026
L’altra sera con mia figlia quindicenne eravamo in salone a guardare un film quando mi ha detto per l’ennesima volta, en passant come si dicono le cose importanti, che lei vuol fare la scrittrice. O forse ha detto proprio che lei è una scrittrice; del resto, da due genitori come i suoi non era semplice inventarsi l’umiltà. Non ricordo di preciso, comunque di sicuro io ho risposto con una cosa incoraggiante e generica tipo bello, brava, sono contento per te, e intanto ho pensato porcamiseria. Perché io di mestiere non solo scrivo ma passo le giornate dentro le macchine che scrivono, le studio, le uso e insegno a pensarci dentro, ci ho perfino scritto dei libri e quindi so cosa producono e a che velocità migliorano e mia figlia, che di queste macchine giustamente se ne cura poco e anzi ne ha un santissimo sospetto, vuole fare da grande esattamente la cosa che quelle macchine fanno già troppo bene.
Il piromane a cui la figlia annuncia che da grande farà la guardia forestale, più o meno.
(...)
E allora che si fa?
Rilke, quando il giovane Kappus gli chiedeva se doveva fare il poeta, gli rispondeva:
"Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità".
Il test di Rilke è molto bello, e però era pensato per un mondo in cui la minaccia alla vocazione era la proibizione: il padre che ti strappa il quaderno, la miseria, la censura, il mondo che ti dice no piccolo cretino, così non mangerai mai. Tutta la mitologia della vocazione, a cominciare dal viaggio dell’eroe, è fatta così, con la chiamata messa alla prova dall’ostacolo. Ma il mondo che aspetta mia figlia ha in mano uno strumento molto più fine della proibizione, che è l’esenzione: le porgerà ogni giorno la frase già fatta, il tema già svolto, la pagina già piena, il compito già pronto, per di più con una gentilezza seduttiva straordinaria. La proibizione produceva clandestini e diari nascosti sotto il materasso, e gente che scrive di notte per dispetto. L’esenzione produce e produrrà sempre più assenze che non lasciano tracce: nessuno saprà mai chi non è diventato scrittore perché non ha mai incontrato la fatica dentro cui lo sarebbe diventato. Per cui il test dell’ora più silenziosa della notte oggi andrebbe aggiornato, e suonerebbe più o meno così:
"scriveresti lo stesso, sapendo che tutto può essere scritto al posto tuo, per certi versi anche meglio?"
Un estratto dall'ultima Tlonletter.
Mia figlia, le macchine e il futuro di una vocazione