21/03/2026
Negli ultimi due mesi siamo stati a Santiago del Cile, a New York, in Argentina, in Spagna, in Norvegia; abbiamo tenuto conferenze, incontrato istituzioni, portato il nostro lavoro in contesti internazionali dove siamo stati invitati a parlare.
E abbiamo capito chiaramente una cosa.
A guardarci da fuori si capisce meglio quanto qui siamo messi male. Perché da dentro ci si abitua, si normalizza tutto: i contratti a tre mesi rinnovati all’infinito, gli stipendi che non crescono da vent’anni, l’idea che per comprare una casa serva un’eredità o un miracolo, il fatto che a trentacinque anni molti vivano ancora nella stanza in cui dormivano alle medie. Da dentro sembra normale perché tutti quelli intorno a te stanno nella stessa situazione. Da fuori, invece, si vede che è un paese del G7 in cui un’intera generazione non riesce ad accedere a un’abitazione e a un lavoro stabile; è un paese in una crisi dura da così tanto tempo da essere diventata invisibile a chi la vive. “È così”.
Ieri sera, durante la cena con alcune persone del sindacato, c’era nei confronti dell’Italia una grandissima curiosità. "È vero che tante persone in Italia rimangono a vivere con i genitori finché non si sposano? Come sono gli ambienti di lavoro? Quanto si lavora? E le pensioni? In che senso a breve non le avrete più?"
Rispondendo a quelle domande e dovendo tracciare un ritratto onesto di un paese bellissimo ma in evidente crisi, è apparso a un certo punto una specie di filo rosso. Tanti dei fenomeni peggiori che abbiamo sperimentato in questi anni - nel lavoro, nella vita personale, nelle relazioni, sui social - vengono da una paura.
La paura di perdere quel poco che si ha si manifesta come un comportamento collettivo, come un modo di stare insieme che contamina i rapporti di lavoro, le relazioni tra generazioni, la vita pubblica e perfino il modo in cui si reagisce ai successi degli altri. Chi ha paura di perdere quel poco che ha non riesce a vedere nel successo di qualcun altro un’opportunità, un esempio, un’occasione per collaborare; lo vede come una minaccia, come qualcosa che gli ricorda ciò che lui non sta facendo, ciò che non ha ottenuto, il posto che non occupa. E la reazione è ridimensionamento, silenzio, oppure attesa dell’errore per buttare giù chi si è esposto.
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Il successo degli altri che fa sentire sempre in ritardo. Riflessioni da Oslo