23/01/2026
TANGO ARGENTINO. A VOLTE TROPPO ARGENTINO?
Tra chi pratica e balla il tango, quante volte ci è capitato di sentir dire : “A Buenos Aires si fa così”!
É una espressione di senso comune, che come tale rischia di avere dei limiti: uno di questi sta nell’assoggettamento ad un “principio di autorità” e cioè dire: “non entro nel merito della questione, rinuncio ad esercitare la mia soggettività, il mio senso critico, ma passivamente accetto, nel tango, ogni cosa abbia una matrice “portena”.
Il tango a Buenos Aires è un fenomeno popolare trasversale che riguarda tutti in modo diretto o indiretto, una musica che tutti i “porteni” hanno ascoltato , alla radio, nelle case dei genitori, che fa parte della vita quotidiana, perché la attraversa.
In Europa il tango si diffonde come fenomeno elitario i cui protagonisti, in genere di ceto sociale medio-alto, hanno scelto di ballare questa danza e di apprenderla .
Per queste ragioni, credo che i fenomeni imitativi siano sempre sterili, privi di significatività, invece un’ operazione virtuosa sarebbe sempre quella di “importare” con selettività.
Faccio alcuni esempi virtuosi per i quali sono profondamente grato alla cultura di B.A.
- Il senso del tango che va oltre il ballo, che diventa espressione, comunicazione e connessione, da cui il motto della nostra scuola Traspiè “se fosse una questione di passi … sarebbe solo un ballo”.
- La mirada e cabeceo (la modalità di invito non verbale attraverso lo sguardo ed il successivo movimento con la testa) sono elementi di grande rispetto della libertà altrui di accettare o declinare un invito al ballo.
L’uomo e la donna (talvolta erroneamente descritta come elemento passivo) hanno un ruolo attivo nella scelta del o della partner di ballo.
- La cultura della “ronda” ( le coppie che ballano girano la pista come in un sistema solare formando dei cerchi concentrici nell’assoluto rispetto le une delle altre)
Di alcune altre cose, francamente, ritengo ne potremmo anche fare a meno:
- Parlare tra un tango ed un altro.
In Argentina il parlare tra un tango e l’altro (chamuyo) è una consuetudine che nasce probabilmente dall’esigenza storica di comunicare tra uomo e donna, senza essere notati dalle persone presenti nella sala da ballo.
Qualcuno ha pensato bene di importarla nelle nostre milonghe “perché a Buenos Aires si fa così”, risultato, milonghe chiassose che in alcuni casi impediscono l’ascolto dell’inizio del brano.
- La concezione gerarchica della milonga
Esistono delle gerarchie nei posti da assegnare se arrivi per la prima volta, a B.A. ti mettono vicino ai servizi lontanissimo dalle prime file.
Le postazioni migliori sono riservate alle ballerine ed ai ballerini considerati più importanti , infine, ci sono dei tavoli Vip assolutamente esclusivi dove albergano o meglio, albergavano, i vecchi milongueri e quelli che sono considerati i grandi maestri.
Inutile dire che assistere alla replica di tali modelli nelle nostre milonghe mette una certa tristezza.
Rispetto a questo ultimo punto (concezione gerarchica della milonga), un fenomeno completamente europeo è quello dei “raduni o maratone di tango”. In questi eventi non esistono esibizioni, tavoli di maestri chiassosi, ballerini/e più importanti di altri, ma solo milonguere e milongueri che ballano, in genere per un fine settimana, pomeriggi e serate.
CONTRIBUTO EUROPEO AL TANGO
Noi europei abbiamo dato un contributo significativo al tango argentino, al di là delle origini, arricchendolo in molti aspetti.
- Dal punto di vista musicale.
Essendo neutri e scevri da ricordi famigliari e affettivi, abbiamo riscoperto tutto il patrimonio del tango degli anni Trenta e orchestre bellissime come quella di Francisco Canaro che non trovano spazio nelle milonghe portene.
A volte mi è capitato di dibattere, nel merito, su questioni musicali con colleghi dj argentini, ma la replica talvolta é stata: “Questa è la mia cultura tu che ne puoi sapere”?
All’ improvviso mi sovvenivano i ricordi di infanzia, di quando si giocava a pallone nelle strade o nei giardini pubblici e il ragazzino che portava il pallone aveva sempre una certa importanza e capitava che quando non gli si dava il “rigore” diceva: il pallone è mio e se non è rigore me lo porto via e non si gioca più.
Ovviamente NON mi riferisco a quelle contaminazioni superficiali che snaturano e offendono il senso del tango.
Credo, tuttavia, che, rispettando la tradizione, le radici ed il senso di questa musica - ballo, si possa aggiungere il nostro accento rosso che racconta del luogo dove il tango viene praticato.
In Europa, ad esempio, inserendo nell’ambito di una serata tradizionale, oltre i vari Troilo, Di Sarli , Pugliese, D’Arienzo, anche brani degli anni Trenta, Canaro e diversi vals che sono parte del nostro dna musicale.
Così come, quando il tango sarà diffuso in Africa, mi aspetto una selezione con tanghi più ritmati con presenza significativa di milonghe .
Mi rattristerebbe l’idea che in qualunque parte del mondo si passassero le playlist del Beso (nota milonga di Buenos Aires), paradossalmente sarebbe forse anonimo, il contrario del tango.
Mi piacerebbe e sarebbe auspicabile che il tango, a qualsiasi latitudine, stesse nella curiosità e interesse verso questo florilegio di sfumature e ricchezza, evidenziate dalla contaminazione con altre culture.
Nella volontà di autoproclamarsi “depositari del vero tango” si rischia di screditare i propri concorrenti, a volte solo per biechi fini commerciali.
Auspico che il tango definitivamente possa essere di chiunque lo ami e lo studi e lo sappia trasmettere a qualsiasi latitudine, un po’ come è successo nel jazz, già da anni le cose stanno andando in questa direzione rendendo sempre più anacronistica la rivendicazione di appartenenza.
Qualcuno fa il paragone con la pizza. Oggi, infatti, molti cittadini del mondo sono dei maestri pizzaioli di tutto rispetto.
In conclusione, se tutti noi (operatori, ballerini etc) attivassimo la nostra indipendenza intellettuale, il tango sarebbe estremamente più ricco, perché oggi il problema principale del Tango , forse anche del mondo, non é tanto il livello e la qualità, ma L’ OMOLOGAZIONE.
Buon tango. E grazie.
Marco Evola