08/04/2026
Il 10 Aprile 2026, in occasione della Giornata Internazionale del Teatro (27 marzo 2026)
WORKSHOP DI CINEMA-DRAMATERAPIA
Conduce, Ermanno Gioacchini
Un evento promosso dal Progetto Teatro Terapeutico” UILT,| Responsabile: Ermanno Gioacchini
Canada Artico, Comunità Netsilik. Attraverso l’azione mediatrice dello sciamano (angakok) e del suo tamburo, l’individuo trova la “risposta” (la guarigione) al senso “corrotto” della propria esistenza; perché, già separato dal suo potere spirituale per la perdita dell’anima o più frequentemente a ragione di un’intrusione parassita nella stessa, può essere ora ricondotto agli originari rapporti d’equilibrio cosmico, delle sue frequenze armoniche. L’operazione che ricuce la frattura, la “crisi” del gruppo o del singolo, avviene per opera di un viaggio particolare, che nasce da una primitiva alleanza”, che, nella sua ricca fenomenologia, si realizza attraverso “creative intuizioni” più che univoche percezioni. Lo sciamano affronta il viaggio attraverso la trance, munito della capacità di presentire e “significare” oltre il percetto; fa passare per la propria esperienza la difficile ricerca della perdita dell’anima accusata dal soggetto. Egli realizza attraverso l’intervento degli spiriti tutelari in lotta con quelli invasori, la scena di un dramma che deve risolversi possibilmente, ma non univocamente, con il recupero dell’armonia spirituale per il malato. Possiamo cautamente affermare che il suo intervento, non privo di ostacoli e pericoli, serva a dare significato al misterioso e specifico rapporto non causale tra accadimento traumatico (frattura) ed “Erlebnis” del soggetto, a reinserire il senso della sua crisi nella “mondanità” della vita del villaggio, per il bene di tutti.
New York, 5a avenue. Il “tamburo” continuava a rullare, imprevedibile ed assordante, quando avveniva. Così…ad un tratto, senza la meraviglia prima, con lo sconcerto dopo, mentre il presente si svolge, tirandoti indietro e lasciandoti desolatamente avanti. Le vicende antiche ed i loro fantasmi si vestono degli abiti di oggi, ridicola presenza, appena dignitosa per il dolore che le accompagna, intrusive, ritmate in un tempo che si è perso. Sipario degli anni e “castelli di streghe”. Dov’è andata a finire la soddisfazione felice che non vi è più pericolo, che “l’orco lo hanno bruciato”; prigionia degli affetti normali, consueti, buoni, giusti, regolari, perfetti composti nell’ordine familiare conosciuto. Ma hanno bruciato l’Orco e lasciato la tua paura vagante, “senza corpo” ed il tamburo ora ti ricorda che sei l’ultimo visitatore nel museo delle cere, che non puoi darvi anima e neppure uscire.
Poi accade che lo sciamano-terapeuta ti incontri, schivo al saluto solito, senza svelamenti, né storie diverse e torni il tamburo. Esso assolderà tua ingenuità, ritmandola per farne sorpresa di affetti ed ancora diverrà vitale antologia di ricordi dimenticati, ora riconnessi alla trama degli eventi, tra te dentro e te fuori. Componimento nuovo che dà senso, senza “viaggi di restituzione”, né promesse, ma “visione”.
IL TEATRO, LA VITA E LA PRESENZA
C’è un cartello nelle sale da gioco americane che dice: “Devi essere presente per vincere.” Willem Dafoe lo cita nel suo messaggio per la Giornata Internazionale del Teatro 2026 - e non è difficile capire perché. Questa frase, con tutta la sua ruvida immediatezza, tocca qualcosa di essenziale: non si può stare a distanza di sicurezza dalla propria vita. Non si può guardare da fuori ciò che chiede di essere vissuto da dentro.
Dafoe, attore di formazione teatrale prima ancora che cinematografica, lo sa per l’esperienza diretta del suo percorso artistico. Racconta degli anni al Wooster Group, delle serate con più performer che pubblico, della scelta di andare in scena comunque. Perché anche un solo spettatore presente trasforma tutto, che sia un esercizio, un evento, un inontro di prova. Il pubblico come testimone è ciò che restituisce al teatro il suo senso e la sua vita. Non si assiste da lontano e non si può essere altrove.
Eppure – qui è che il discorso si allarghi - questa difficoltà di essere presenti non riguarda questo “specchio” costituito dal teatro. La vita stessa la sollecita in continuazione, e spesso con una forza che disorienta ed incontro questo nella mia vita professionale di psichiatra ogni giorno o attraverso la lettura delle cronache sul nostro pianeta. Il trauma, la perdita, la crisi fanno esattamente questo: tolgono al soggetto la capacità di stare nel tempo che si svolge. Lo tirano indietro verso ciò che è stato, lo proiettano in avanti verso ciò che potrebbe accadere, lasciandolo straniero nel proprio presente. Il tamburo dell’angakok nella tundra artica non è altro che questo nella metafora del nostro workshop: una chiamata a tornare. Un ritmo che ricuce quello che si è spezzato tra il dentro e il fuori, tra il soggetto e la sua vita.
La Cinema-Drammaterapia lavora esattamente in questo spazio. Non chiede di guardare, ma di essere presenti. Le immagini cinematografiche non sono oggetti da analizzare, ma soglie da attraversare: inneschi che aprono risonanze, che il gruppo poi trasforma attraverso il corpo, il movimento, la relazione. La scena non è separata dalla vita: è il luogo in cui la vita si prova di nuovo, in forme che permettono di sopportarla e, a volte, di riconoscerla.
Teatro e terapia, qui, condividono la stessa radice: restituire al soggetto la capacità di essere presente — a se stesso, all’altro, al momento che passa. E forse è proprio questo il senso più vivo che, nella Giornata Internazionale del Teatro, il messaggio di Willem Dafoe suggerisce: non la celebrazione di un’arte, ma il ricordo che quella presenza, rischiosa, imperfetta, irripetibile, è ancora possibile.
COSA È LA CINEMA-DRAMMATERAPIA?
Il termine Cinema-Drammaterapia indica una disciplina artistico-esperienziale ideata nel 2006 da Ermanno Gioacchini, che integra linguaggi cinematografici e dispositivi drammatici in un contesto gruppale strutturato. Non si tratta di una tecnica di commento o analisi del film, né di una forma di terapia mediata dal cinema in senso stretto.
Il materiale cinematografico viene utilizzato come dispositivo di attivazione simbolica e percettiva: immagini, sequenze e strutture narrative agiscono come inneschi emotivi e immaginativi, capaci di generare risonanze individuali e collettive. Tali risonanze non vengono elaborate principalmente sul piano verbale, ma trasformate attraverso l’azione, il corpo, la relazione e la drammatizzazione.
La scena diventa così uno spazio di attraversamento: dall’immagine vissuta all’esperienza incarnata, dalla visione alla configurazione di senso. Il gruppo non assume il ruolo di pubblico, ma di campo attivo, in cui le immagini vengono riscritte, agite e riconfigurate.
La Cinema-Drammaterapia può avere valenze formative, culturali, espressive o trasformative; solo in contesti specifici assume una finalità terapeutica. Al centro non vi è la cura in senso medico, ma l’esperienza: il modo in cui l’immagine incontra il soggetto e viene rimessa in gioco nel tempo presente.
Con il contributo e il supporto della Compagnia La Via del Teatro APS (Roma)
INFO: ingresso gratuito, su prenotazione
Gianni De Angelis — cell. 340 408 3123
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