26/06/2012
Sabato scorso quando a Milano mi sono ritrovato in piazzale Lagosta per fare delle foto non mi sembrava ci fosse niente di speciale in corso. Ci ero andato sulla fiducia, perché un mio amico m'aveva detto Vieni, sono in gamba questi di Macao, ecc. ecc.
Siamo arrivati al grattacielo e mentre vedevo abbattere le lamiere che facevano da scudo al cortile ero molto contrariato, non mi sono mai piaciute le azioni violente, anche dirette contro delle povere lastre di metallo.
Era nato Macao, io fotografavo questo e quello, salivo per i piani del grattacielo, bellissimo, ma di fondo rimaneva la mia idea che non ce n'era proprio bisogno di una cosa così, che le cose belle vengono fuori da sole, oppure no, ma comunque non è giusto imporsi protagonisti occupando un palazzo di trentatre piani.
Sono andato via, ho mandato le foto al mio amico, poi niente fino alla sera.
Ho preso la bici e sono tornato al Macao perché ci andavano tutti e perché ero curioso di vedere cos'era successo dal momento dell'irruzione.
Lì mi son commosso: c'era ancora un solo piano illuminato di quel blu pallido che poi è diventato il colore del Macao notturno, ma l'immaginazione s'era già accesa. Cosa poteva diventare quel grattacielo? Una città nella città, un inferno di Dante al contrario, ogni piano poteva contenere cose sempre più incredibili e meravigliose, gli scalini essere passi verso un mondo lontano dalla realtà. Io già iniziavo a pensare di raccogliere all'ultimo piano tutti i sogni delle persone, e raccontarli la notte sullo sfondo della città dormiente.
Il giorno dopo sono tornato, volevo aiutare in qualche modo, e anche proporre cose da fare lì dentro. Il caos era totale, la realtà s'era di nuovo impossessata di Macao, i bagni erano allagati, i fili della corrente penzolavano pericolosamente -a me sembrava pericoloso- dal soffitto, non era chiaro a nessuno quali fossero le prime e quali le ultime cose da fare. Ero fuggito ma nel pomeriggio mentre passavo da quelle parti in bicicletta mi ero riavvicinato, solo per dare un'occhiata dentro, poi ero andato dove dovevo andare ma il Macao iniziava a creare in me dipendenza, anche se non capivo da cosa.
Alle due ero tornato di nuovo. Stavolta c'erano dei tavoli di discussione aperti, e per qualche strano motivo m'ero ritrovato a prendere nomi e numeri delle persone che proponevano cose da fare lì: dj set di cui non capivo bene il senso, concerti vari, partite su giochi da tavolo giganti, io pure m'ero infilato nella playlist con il mio progetto dei quadernini delle elementari.
Nei giorni successivi me n'ero pure un po' pentito perché poi sentivo delle persone lamentarsi del fatto che non si capivano i criteri con cui si decideva cosa fare al Macao e cosa no, chi decideva, perché proprio loro? Tante delle cose che si son fatte al Macao non mi piacevano proprio, eppure continuavo a tornarci, perché pensavo che il punto, almeno per il momento, non era quello che si faceva lì dentro, ma era il poterci stare lì dentro, e tutti ci potevano stare e dire quello che volevano a chi volevano e cercare di orientarsi in quel caos che a me ricordava le immagini dei documentari sull'inizio della vita sulla Terra, con le molecole che si uniscono si mescolano si attorcigliano, tutto un tentativo, tutto un errore che si corregge continuamente, e alla fine ecco ci siamo qui anche noi.
Oggi il Macao era pieno di persone "di più" del solito, ma fuori, non dentro. La gente stava dall'altra parte della strada, dove c'è un benzinaio. Sul marciapiede del Macao una fila di Carabinieri con i loro scudi trasparenti appoggiati davanti. Ho avuto una br**ta sensazione, quella del primo giorno che mi ero trovato lì, ho pure detto al mio stesso amico del primo giorno "Non mi piace quest'aria da guerriglia urbana" e lui m'ha detto "Ma che guerriglia! Siamo qui, tranquilli, e loro sono lì, non c'è nessun coro contro la polizia", se l'è presa. Ho girato per un po', mi sarebbe piaciuto fare colazione insieme ai Carabinieri, proporre un cappuccio e caffè per tutti, qualcuno che fa una battuta e improvvisamente ci si ritrova a fare Ahahah e pacche sulle spalle. Un po' sono stato esaudito: la manifestazione è diventata un'assemblea pacifica con alcuni interventi belli e altri un po' retorici ma le sparate più folli sono state istantaneamente derise in modo buono da tutti. Ci si è chiesto che sarà di Macao, se ci vuole un altro posto, o se va bene stare fuori, insomma che succederà oggi, stasera, domani, tra un mese? Tutti, credo, hanno paura che senza un avamposto reale, un luogo fisico in cui lavorare e su cui lavorare, Macao sparisca.
Ho pensato che è una cosa molto fragile Macao, potrebbe sparire anche se ci fosse un posto fisico, un luogo in cui ritrovarsi senza problemi di illegalità e logistici così enormi.
Prima pensavo a Macao e mi sono venuti in mente lo sbarco sulla Luna e l'epoca primitiva: il primo per il suo potere surreale di accendere nelle menti delle persone la visione di un futuro del tutto irrealistico ma pieno di fantasia, ciambelle roteanti nello spazio contenenti foreste di conifere, cani con caschi da astronauti che fanno passeggiate nel buio cosmico e così via; la seconda per la società umana costretta dalla natura violenta del mondo a convivere e condividere tutto, le gioie ma anche le sconfitte e le umiliazioni e le mutilazioni, in tempi in cui fuori c'erano gli orsi, le tigre con i denti a sciabola, ma anche i laghi e le montagne, e nessuno poteva ancora osare dire che quell'albero era suo, o che il ruscello l'aveva inventato lui, invece ora c'abbiamo le nostre scatolette e viviamo lì dentro, forse è meglio perché almeno si arriva a 80 anni invece che a 20, però una scatola gigante, un grattacielo dove rivive insieme alle grandi vetrate e agli iphone anche la preistoria, era, anzi è, il motivo per cui oggi sostengo Macao, qualsiasi cosa sia.
Stanotte la passerò lì fuori, come nel 10.000 A.C., cercando di soffiare sul fuoco che tiene lontani tutti i complicati animali feroci di questo 2012 D.C.