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Cinema d'autore Notizie sul cinema d'autore, Festival Internazionali del cinema e film d'animazione. Recensioni della critica cinematografica.

"Digger" diretto, co-sceneggiato e co-prodotto da Alejandro González Iñárritu (USA, 2026)Film senile di un narcisismo pe...
07/10/2026

"Digger" diretto, co-sceneggiato e co-prodotto da Alejandro González Iñárritu (USA, 2026)

Film senile di un narcisismo persino peggiore di "Bardo", reazionario, sconclusionato e non credibile de profundis del cinema e dell'attore. Una specie di Terry Gilliam in stato avanzato di decomposizione.
Ma perché?

Saverio Corti

“THE INVITE” (USA, 2026). Di e con Olivia Wilde.Olivia Wilde dirige un quartetto d’attori di grande livello in un film t...
27/09/2026

“THE INVITE” (USA, 2026). Di e con Olivia Wilde.

Olivia Wilde dirige un quartetto d’attori di grande livello in un film tratto dalla pièce teatrale "Los vecinos de arriba" (“I vicini di sopra”). È il terzo adattamento cinematografico dell’opera, a conferma della forza dell'impianto narrativo e del concept.

Il film scava nelle crepe della coppia, in una sorta di "Eyes Wide Shut" che incontra Woody Allen, mentre i protagonisti attraversano una crisi di nervi cercando disperatamente di salvare le apparenze. L’incontro con una coppia di vicini di casa riuscirà, nel corso di una seduta psicoanalitica che assume progressivamente i contorni di uno pseudo sesso di gruppo libero, a fornire il rispecchiamento ad accettare le proprie debolezze come individui e, forse, a imparare a ricominciare proprio da lì.

Un film che nel finale riesce persino a commuovere, ma che per arrivarci attraversa registri differenti: la commedia — e si ride davvero molto —, il dramma psicologico e alcune passaggi seri e domande di carattere esistenziale.
Molto apprezzabile anche il tono della messa in scena: una commedia sospesa fra realismo e una dimensione quasi immaginifica. A un certo punto affiora persino un dubbio: questi vicini al piano di sopra esistono davvero oppure rappresentano qualcosa che la coppia ha bisogno di immaginare?

Visconti aveva raccontato l’intrusione di vicini rumorosi in "Gruppo di famiglia in un interno", e "The Invite", pur muovendosi naturalmente su coordinate molto diverse, sembra talvolta dirigersi in quella stessa direzione: l’irruzione dell’altro nello spazio chiuso, claustrofobico e apparentemente protetto dell’intimità domestica, capace di farne esplodere contraddizioni e fragilità, favorendo il processo introspettivo (come non pensare anche a Pinter).

Fino a un finale romantico di inaspettata potenza con un pizzico di malinconia.

Saverio Corti

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From director Olivia Wilde and starring Seth Rogen, Olivia Wilde, P...

Il mezzo di Fellini.
24/09/2026

Il mezzo di Fellini.

1953, un giovane giornalista sta realizzando un'inchiesta sulle age...

"VIAGGIO A TOKYO" (Tōkyō monogatari, 1953), di Yasujirō OzuDentro un formalismo geometrico rigoroso, quasi asfissiante, ...
18/09/2026

"VIAGGIO A TOKYO" (Tōkyō monogatari, 1953), di Yasujirō Ozu

Dentro un formalismo geometrico rigoroso, quasi asfissiante, e dietro l’ipocrisia di un’educazione e di convenevoli di facciata, espressione di una cultura sedimentata, si celano meschinità, grettezza e lo scontro fra tre generazioni, nel confronto tra provincia e città.
Un film implacabile, dal ritmo controllato e inesorabile, che scava come una goccia d’acqua nella pietra. Sullo sfondo affiorano inoltre il trauma della sconfitta nella Seconda guerra mondiale, la predazione paesaggistica dell’industrializzazione, gli appartamenti angusti come sipari semimovibili, il costo della vita nella capitale nipponica e il progressivo, arido cinismo dei suoi abitanti. Al netto di tutto questo, un dolore cova nel cuore di Noriko, la figura femminile che resta quasi in disparte rispetto al racconto e che, pur non appartenendo per nascita alla famiglia, conserva forse il legame affettivo più profondo.
Un film che sembra girato ieri, musica di fondo dissonante compresa, eppure correva il 1953: lo stesso anno — forse non a caso — di un altro grande film di viaggio e consapevolezza, di analogo tenore, firmato da Roberto Rossellini: "Viaggio in Italia".

Saverio Corti

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"Il cinema italiano a Venezia 83 e il credito della critica"A Venezia 83 il confronto fra critica italiana e internazion...
16/09/2026

"Il cinema italiano a Venezia 83 e il credito della critica"

A Venezia 83 il confronto fra critica italiana e internazionale sui film italiani suggerisce una questione più interessante della consueta lamentazione sullo stato del nostro cinema. Non sembra infatti emergere una benevolenza generalizzata verso la produzione nazionale: alcuni film ricevono valutazioni sostanzialmente analoghe (il caso del più che discreto e onesto "Il fuoco che ti porti dentro" di De Angelis), altri vengono giudicati persino più severamente dalla critica italiana, altri ancora decisamente più benevolmente.

La discrepanza compare soprattutto davanti a determinati autori e, in particolare, nei casi di Nanni Moretti e Paolo Strippoli.
Gli scarti, presi isolatamente, non appaiono enormi; diventano però significativi osservando i singoli giudizi italiani. Il problema non riguarda naturalmente la legittimità del gusto: un critico può trovare magnifico un film che un altro spettatore o cinefilo considera irricevibile. Interessa piuttosto capire attraverso quali categorie si costruisca un giudizio tanto, troppo, favorevole.

Moretti porta inevitabilmente con sé quarant'anni di cinema italiano, una filmografia riconoscibile, una posizione culturale consolidata — e un indubbio peso nel sistema cinematografico e nell'industria —, oltre a un rapporto altrettanto consolidato con la critica. Il singolo film rischia così di non arrivare mai solo davanti allo spettatore-critico-giornalista: arriva accompagnato da "Bianca", "La messa è finita", "Palombella rossa", "Caro diario", "La stanza del figlio", "Habemus Papam", fino ai lavori più recenti. Ogni scelta può allora ve**re interpretata retrospettivamente come variazione di una poetica, cambiamento di registro, autocitazione — e qui ce ne sono a iosa —, leggerezza ritrovata, maturazione (borghese? Nevvero). Ciò che in un autore privo di tale capitale simbolico potrebbe apparire semplicemente debole rischia di acquistare, attraverso il canone, un significato ulteriore.

Per chi scrive, nel caso specifico di "Succederà questa notte", quel peso diventa invece un'eredità che richiederebbe grande responsabilità da parte dell'autore e un senso di timore e tremore (qui, invece, si mettono in scena i balletti musicali, letteralmente, e si finisce a tarallucci e vino).

Non occorre ipotizzare alcuna protezione organizzata o fronte pro-Moretti. Basta un fenomeno molto più ordinario e comprensibile: la canonizzazione modifica lo sguardo. Il critico non giudica soltanto ciò che vede, ma anche la posizione che ciò che vede occupa all'interno di una storia considerata tracciata. Il rischio consiste allora nel trasformare la riconoscibilità di un'idiosincrasia autoriale nella propria giustificazione critica: il difetto in segno d'autore, l'artificiosità in scelta stilistica, l'incongruenza tonale in libertà narrativa, il sentimentalismo in apertura emotiva.

Non necessariamente perché il critico voglia difendere a spada tratta Moretti, ma perché dispone già di un sistema capace di assorbire "quasi ogni scelta" dentro la poetica di un autore. E sottolineo: "quasi ogni scelta", a giudicare dalle critiche entusiastiche di testate importanti e di giornalisti italiani comunque autorevoli e rispettabilissimi.

Con "L'estranea" di Paolo Strippoli accade qualcosa di diverso e, per certi aspetti, ancora più curioso e "pericoloso". Qui non esiste il capitale simbolico accumulato da Moretti. Eppure le valutazioni della critica italiana divergono sensibilmente da quelle della critica internazionale. Una polarizzazione notevole per un film che all'estero incontra un'accoglienza decisamente, e giustamente, più fredda.

Strippoli sembra beneficiare di un'altra cornice interpretativa: non quella dell'autore già canonizzato, ma quella dell'autore sul quale investire per, citando il buon Moretti, «continuarci a far del male». Giovane regista, cinema di genere, horror italiano, tentativo di ricostruire una tradizione che da decenni fatica a trovare continuità industriale e riconoscimento internazionale e che forse neppure il maestro Dario Argento, negli ultimi anni, è riuscito a rinvigorire attraverso il proprio modo di fare cinema.

Il desiderio, perfettamente comprensibile, di vedere rinascere un cinema italiano di genere horror (Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci) può però precedere il giudizio sul risultato. Si finisce allora per valutare non soltanto il film realizzato, ma anche il cinema che si vorrebbe rappresentasse: quasi il film che si vorrebbe vedere al posto di quello che effettivamente compare sullo schermo. E i risultati filmici, di messa in scena e di sguardo, nel caso specifico de "L'estranea", paiono davvero modesti.

Moretti e Strippoli occupano così due posizioni quasi speculari: il primo porta sulle spalle un canone già costruito; il secondo può caricarsi delle aspettative di un canone ancora da costruire. Nel primo caso opera il passato, nel secondo il futuro. In entrambi rimane però la stessa domanda: quanto del giudizio riguarda effettivamente il film presente sullo schermo e quanto deriva dalla cornice, anche di aspettative, dentro la quale quel film viene collocato?

Ed è qui che Andrea Pallaoro offre un controcampo quasi comicamente brutale. Non soltanto scompare qualsiasi presunta indulgenza nazionale: gli italiani risultano più severi degli stranieri. A un certo punto l'impressione rischia quasi di diventare quella dell'accanimento, quando "The Echo Chamber", a conti fatti e nonostante i limiti, non risulta neppure un film così ignobile, ammesso e non concesso di dimenticare Bertolucci.

La questione, allora, non riguarda tanto un generico corporativismo della critica italiana, quanto la distribuzione selettiva del capitale critico. Alcuni autori possiedono una cornice interpretativa favorevole già disponibile; altri intercettano aspettative culturali che li rendono simbolicamente importanti; altri ancora rimangono molto più esposti al giudizio immediato dell'opera.

Il paradosso di Venezia 83 potrebbe trovarsi proprio qui. Moretti può ve**re letto attraverso ciò che ha rappresentato; Strippoli attraverso ciò che potrebbe rappresentare; Pallaoro, molto più semplicemente, attraverso il film che ha portato al Lido.

E forse proprio quest'ultimo, almeno sul piano del metodo critico e analitico, riceve il trattamento più ingrato ma anche quello più rigoroso: quando viene meno il credito preventivo, sullo schermo rimane soltanto il film.

Saverio Corti

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"Look Back" di Hirokazu Kore-eda è uno di quei film che intrappolano, ma con una delicatezza e una forza emotiva tali ch...
16/09/2026

"Look Back" di Hirokazu Kore-eda è uno di quei film che intrappolano, ma con una delicatezza e una forza emotiva tali che risulta difficile non amarlo.

Troviamo alcune sottolineature non necessarie nella prima parte. Funziona invece l'idea, quasi tarantiniana, del "what if" nella seconda, anche se arriva forse nel momento meno opportuno: quando il film sceglie un tono apertamente drammatico, la sequenza interrompe una tensione e un tono che non avrebbero avuto bisogno di deviazioni.

Grandioso il lavoro sull'immagine: l'uso della pellicola e la correzione cromatica costruiscono per buona parte del film un mondo di grande ricchezza e poesia visiva manga. Nel finale, invece, quasi per la prima volta, i colori si spengono, prevalgono il buio e una luce più dimessa, e recuperiamo il senso tragico del "reale" e della solitudine. Come se, esaurite l'immaginazione, la memoria e le possibilità alternative, anche l'immagine dovesse abbandonare la propria estetica consolatoria.

Il finale raggiunge così una bellezza struggente. Avercene di film così: consigliatissimo a chi non abbia il cuore di pietra e per chi abbia chiaro cosa significhi diventare un artista oggi giorno.

Saverio Corti



-eda



Visionary auteur Hirokazu Kore-eda helms this tender and propulsive...

Capolavori a Venezia 83. Per la SIC.
10/09/2026

Capolavori a Venezia 83.

Per la SIC.

Salomé reviews decades of family videos to understand her mother’s sadness and uncovers a past marked by exploitation and historical violence.

06/09/2026

"Possible Love" di Lee Chang-dong, in Concorso a Venezia 83.

Il regista coreano, premiato per la regia a Venezia con il bellissimo "Oasis" nel lontano 2002, porta sullo schermo una critica spietata al fare cinema oggi — e, da questo punto di vista, la produzione Netflix acquista un senso ulteriore —, al potere manipolatorio della regia e al consumismo emozionale del cinema, anche quando le intenzioni dei filmmaker "indipendenti" risultano le migliori.

Resta un sottile margine di azione deontologica e umana: da qui il richiamo al cinema obliquo ed etico di Kieślowski. Quasi una versione di "Parasite" dalle maggiori morbidezze e ambiguità, nella quale permane la possibilità di trovare, attraverso un processo catartico interiore ed estetico, momenti fuggevoli di autenticità e di vita.

Alcune lungaggini e un impianto eccessivamente dialogato non giovano al film; resta, tuttavia, un'opera da amare e presente a sé stessa.

Saverio Corti

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WILD HORSE NINE — Venezia 83, in ConcorsoCon "Wild Horse Nine" Martin McDonagh raggiunge probabilmente il vertice e la p...
04/09/2026

WILD HORSE NINE — Venezia 83, in Concorso

Con "Wild Horse Nine" Martin McDonagh raggiunge probabilmente il vertice e la piena maturità del proprio cinema a struttura chiusa: una scrittura ineccepibile in ogni dettaglio e in ogni linea di battuta; un attore protagonista, John Malkovich, in stato di grazia — probabile candidato alla Coppa Volpi e, forse, ai prossimi Oscar.
Eppure, proprio di fronte a tanto controllo formale, ai sottotesti, alle strizzatine d’occhio, ai contentini elargiti allo spettatore e, neppure troppo implicitamente, alle giurie, emerge il paradosso: l’opera assume i caratteri del canto del cigno o, meglio, di un certo modo terminale di fare e intendere il cinema. Un film cinico e complottista, avvolto in un’estetica compiaciuta, sostenuto da una regia programmatica e manipolatrice che intrappola lo spettatore, occupandone ogni spazio, comprimendo le possibilità d’interpretazione e ogni respiro.
McDonagh reclama qui, senza pudore, la propria consacrazione con una veemenza e una sfrontatezza fastidiose (il tormentone del protagonista sul morire a Venezia), attraverso un narcisismo che trasuda da ogni immagine, da ogni colore, da ogni oggetto, da ogni spazio filmato e da ogni scena, ma senza classicismo né classe.
Eppure incanta, fa ridere e trascina. Per chi si lascia ancora incantare e trascinare da un tipo di cinema così controllato, levigato, freddo e “perfetto” da dive**re mortifero.

Saverio Corti

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In theaters November 6, 2026. Shortly before the 1973 Chilean cou...

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