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"Spider-Man: Brand New Day" (USA, 2026)  regia di Destin Daniel CrettonUn film Marvel generoso nella durata, con alcune ...
04/08/2026

"Spider-Man: Brand New Day" (USA, 2026) regia di Destin Daniel Cretton

Un film Marvel generoso nella durata, con alcune caratteristiche interessanti. La macchina spettacolare e tecnica qui funziona e risulta funzionale al racconto di un eroe solitario, con più dubbi che certezze. Gli antagonisti si susseguono in un gioco piuttosto complesso e repentino di alleanze, scontri e contrapposizioni. L'identità stessa appare frammentata; i pensieri risultano manipolabili e persino il corpo eccedente dell'eroe segue quella medesima ambiguità: tra determinismo e metamorfosi.

Spider-Man conserva ancora una natura umana, e proprio quella consapevolezza fornisce lui l'orientamento nelle scelte e, soprattutto, nelle domande che precedono ogni scelta. Il dolore dell'eroe resta incolmabile. Il film alterna scene d'azione danzanti, ripresi dal precedente e bellissimo "Shang-Chi", ed effetti speciali pirotecnici a momenti romantici e intimi particolarmente riusciti.

La dimensione del trauma sembra passare in secondo piano per Spider-Man, ma riaffiora nella figura dell'antagonista dotata di poteri telepatici. Proprio Spider-Man finirà per mostrare lei come quel trauma possa ve**re accolto, elaborato e forse superato.

Avrebbero giovato una maggiore lucidità in fase di scrittura, una durata più contenuta e una direzione narrativa meno dispersiva. Il risultato avrebbe acquistato maggiore incisività e il giudizio complessivo avrebbe potuto raggiungere livelli ben più alti.

Peccato.

Il commento musicale di Michael Giacchino lavora su una tessitura elettronica con un cuore gitano: il risultato resta ipnotico e di grande classe, probabilmente il contributo artistico più alto dell'intero film. E non pare affatto un merito scontato nel panorama cinematografico contemporaneo. Gli attori invece tutti in parte e convincenti nella versione in lingua originale, ovviamente.

Saverio Corti

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"I sette samurai" e "Yojimbo": la percezione del tempo e la meta-rappresentazioneLa percezione del tempo cinematografico...
26/07/2026

"I sette samurai" e "Yojimbo": la percezione del tempo e la meta-rappresentazione

La percezione del tempo cinematografico non coincide necessariamente con la durata effettiva di un film. Tale scarto percettivo sembra legato tanto alla capacità dell’opera di coinvolgere lo spettatore e incollarlo allo schermo, quanto alla particolare organizzazione del tempo interno: in alcuni film, non si sa bene come, il tempo pare letteralmente volare.

A ogni nuova visione scopriamo così che alcuni film, come "I sette samurai" di Akira Kurosawa, pur durando quasi quattro ore, sembrano avere una durata percepita assai inferiore, e minimo appare lo sforzo richiesto per apprezzarne ogni singolo momento, inquadratura e passaggio. Il film conserva ancora oggi una freschezza e una capacità trascinante sorprendenti; ogni scena pare possedere una necessità e una validità autonome e vivere pienamente nel momento in cui viene mostrata.

La cosa colpisce ancora di più se consideriamo che gran parte del film racconta, in fondo, una lunga preparazione. Si cercano i samurai, si forma il gruppo, si raggiunge il villaggio, si studia il territorio, si organizzano le difese, si addestrano i contadini, si elaborano strategie e infine si attendono i briganti. Eppure questa continua preparazione non produce la sensazione che il racconto stia semplicemente rimandando qualcosa. Il motivo potrebbe risiedere proprio nel fatto che, in Kurosawa, la preparazione modifica lo spazio, i personaggi, le loro relazioni e quindi il racconto stesso; mette in forma e in scena, ci fa vedere, ciò che sta descrivendo. Non assistiamo alla procrastinazione del filmico, ma alla progressiva costruzione, senza scorciatoie, della messa in scena e alla scelta di cosa e come filmare.

Da questo punto di vista, "I sette samurai" permette anche una suggestiva lettura metacinematografica. Il film sembra raccontare, oltre alla difesa del villaggio, la costruzione di una vera e propria macchina cinematografica. Il villaggio può ricordare il set, uno spazio che deve ve**re studiato, delimitato, organizzato e trasformato; i samurai richiamano gli attori e, più in generale, la troupe: personalità e competenze differenti che devono imparare a funzionare come un organismo collettivo. Il loro reclutamento assume quasi la forma di un casting, nel quale ciascun candidato viene osservato e messo alla prova. Kambei, infine, presenta molte caratteristiche del regista: osserva, seleziona, coordina, assegna ruoli, studia lo spazio e tenta di mantenere una visione complessiva dell’azione, scegliendo anche il punto di vista dal quale predisporla ed osservarla.

Anche la strategia militare può allora ricordare la sceneggiatura e il lavoro della regia. Occorre prevedere ciò che accadrà, stabilire tempi e posizioni, organizzare entrate e uscite, controllare lo spazio, distribuire uomini e mezzi; ma occorre contemporaneamente accettare che il progetto incontri l’imprevisto e ne venga continuamente modificato. Ed è proprio Kikuchiyo, il personaggio interpretato da Toshirō Mifune, a incarnare più degli altri questa componente imprevedibile, difficilmente riconducibile all’ordine prestabilito. Quando infine arriva la battaglia, la pianificazione incontra il caos: pioggia, fango, cavalli, corpi, velocità, errori, morte. Qualcosa di analogo accade sul set cinematografico, dove ciò che era stato pensato e scritto deve necessariamente confrontarsi con la concretezza e le incertezza delle riprese.

Questa lettura acquista maggiore consistenza se confrontata con un altro film di Kurosawa, "Yojimbo". Anche qui troviamo uno spazio scenico fortemente delimitato e organizzato: la strada principale, le due fazioni contrapposte, le porte, le finestre, le entrate e le uscite dei personaggi. Sanjuro non si limita a partecipare agli avvenimenti, ma spesso li predispone: distribuisce informazioni, provoca reazioni, calcola tempi e movimenti, colloca indirettamente i personaggi nello spazio schermo-finestre e infine osserva gli effetti della situazione che lui stesso ha contribuito a costruire. In questo senso assume qualcosa della funzione del regista.

In "Yojimbo" la messa in scena diventa addirittura manipolazione controllata degli eventi. Sanjuro costruisce situazioni affinché gli altri personaggi agiscano secondo una parte che egli ha, almeno parzialmente, previsto per loro. Il controllo però cede all’imprevisto: gli attori della situazione reagiscono diversamente dalle aspettative e lo stesso protagonista finisce per pagarne le conseguenze, secondo il vecchio adagio: chi va al mulino s’infarina. Anche qui ritorna qualcosa di profondamente cinematografico: predisporre uno spazio, organizzare corpi e movimenti, stabilire una sequenza possibile degli avvenimenti e infine confrontare il progetto con ciò che accade.

Naturalmente risulta difficile dimostrare che Kurosawa abbia concepito esplicitamente queste strutture come metafore del fare cinema. La ricorrenza del dispositivo in opere differenti rende però meno arbitraria una lettura metacinematografica della sua regia. L’ipotesi non nasce soltanto da una somiglianza occasionale: ne "I sette samurai" un gruppo viene selezionato e organizzato, uno spazio trasformato, i ruoli distribuiti e un progetto collettivo messo alla prova dalla realtà; in "Yojimbo" un singolo personaggio predispone invece una rappresentazione, muove indirettamente gli altri nello spazio, provoca gli eventi e ne osserva gli effetti. In entrambi i casi Kurosawa sembra interessato non soltanto a ciò che accade, ma a come vengano costruite le condizioni affinché qualcosa possa accadere e, soprattutto, possa essere osservato.

Forse proprio qui si comprende meglio anche la straordinaria leggerezza temporale de "I sette samurai". Kurosawa non procrastina l’evento: rende drammatico il processo necessario a produrlo. La preparazione non rappresenta un intervallo tra un avvenimento e l’altro, perché possiede già un proprio valore cinematografico e spessore narrativo.

Al contrario, alcuni film contemporanei possono risultare di una pesantezza insopportabile proprio quando il meccanismo dello storytelling diventa troppo percepibile o dichiarato e al contempo tende a dilatare e procrastinare continuamente l’azione, accumulando preparazioni, anticipazioni, spiegazioni e promesse di eventi futuri, spesso persino destinati a non trovare una rappresentazione filmica. Il fenomeno appare ancora più evidente in certe serie, nelle quali la dilatazione finisce quasi per diventare un principio costitutivo: si rimanda costantemente a qualcosa o qualcuno che non arriva oppure arriva, pare, troppo tardi. Questo non implica naturalmente un giudizio negativo sullo storytelling contemporaneo in quanto tale: nelle mani di alcuni autori la complessità della costruzione narrativa offre contributi enormi e funzionali all’opera. Il problema nasce semmai quando il dispositivo diventa più percepibile dell’esperienza che dovrebbe organizzare o dovrebbe mettere in scena.

Saverio Corti

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"The Odyssey", regia di Christopher Nolan (USA, 2026)L'"Odissea" di Christopher Nolan appare un'opera priva di un centro...
21/07/2026

"The Odyssey", regia di Christopher Nolan (USA, 2026)

L'"Odissea" di Christopher Nolan appare un'opera priva di un centro di gravità formale e, al contempo, pretenziosa e autoriferita rispetto ai risultati filmici raggiunti. Le perplessità non riguardano tanto le singole scelte narrative o interpretative, quanto l'incapacità di integrare in una visione coerente le molte direzioni e diramazioni che il film tenta di percorrere, proponendo stili, generi e registri visivi differenti. Quando si giunge, come spesso accade, ad un vicolo cieco, il film tende a sostituire tale mancanza con una grandiosa idea di sé (in ciò un'epica che potremmo definire autoreferenziale) o, peggio ancora, a passare al successivo "blocco narrativo" con una disinvoltura, a tratti, sconcertante.

Il film oscilla tra registri dispari senza mai scegliere davvero (sceglie, quindi, di non scegliere). Non possiede la monumentalità dell'epica classica, poiché il senso del destino e della comunità rimane spesso sullo sfondo e la messa in scena appare povera, benché fintamente minimalista. Manca soprattutto una reale presa d'atto del tragico greco archetipico (problema a monte, probabilmente mai affrontato in fase progettuale) e qualche concessione in chiave di lettura politica degli Stati Uniti contemporanei non pare sufficiente, soprattutto quando affidata alle sole battute dei personaggi.

Allo stesso modo, il film non sviluppa realmente la dimensione psicologica, pur proponendo un Ulisse più fragile e tormentato; non restituisce un Ulisse frammentato, bensì una pluralità di Ulissi che sembrano convivere simultaneamente, almeno questa rimane l'impressione nel finale; utilizza elementi horror soltanto episodicamente; costruisce numerose sequenze d'azione che raramente raggiungono la chiarezza spaziale o la tensione drammatica che caratterizzano autori ben più consapevoli e preparati nei linguaggi visivi e codici così specifici.

Anche la forma cinematografica riflette questa frammentazione. La regia privilegia frequentemente il campo-controcampo e il primo piano, limitando l'organizzazione dello spazio e il respiro dell'immagine; persino i dialoghi, per come vengono registrati e messi in scena, sembrano obbedire a quella stessa grammatica visiva. Il risultato appare sorprendentemente piatto per un'opera che ambisce a raccontare uno dei grandi miti fondativi della cultura occidentale. Su questo punto, tuttavia, occorre sorvolare: Nolan non è Omero ed ogni accostamento diretto tra i due risulta improprio.

Laddove il cinema classico hollywoodiano organizzava masse, corpi e paesaggio in composizioni di grande forza plastica, qui lo spazio sembra ridursi frequentemente a semplice sfondo dell'attore e, nella migliore delle ipotesi, assumere una connotazione mentale. Manca il corpo, manca il sangue, manca il tragico tradotto in immagine; il girato effettivo, quando presente, appare ridotto ai minimi livelli compatibili con un pubblico generalista da sala e pop-corn.

La stessa coerenza stilistica vacilla anche sul piano linguistico. L'impiego di espressioni contemporanee e di uno slang marcatamente moderno richiederebbe una precisa poetica dell'anacronismo. In assenza di tale presupposto, questa scelta finisce per incrinare l'unità del mondo rappresentato, soprattutto se confrontata con opere come Ben-Hur, che, pur prive di qualsiasi pretesa filologica, mantengono un registro espressivo elevato e coerente con personaggi e situazioni, conferendo credibilità tanto ai dialoghi quanto ai personaggi stessi.

Un ulteriore elemento problematico riguarda la struttura narrativa. Il film ricorre al racconto retrospettivo senza sfruttarne realmente le potenzialità. Opere come Citizen Kane o Rashōmon trasformano la narrazione stessa nel tema dell'opera, mostrando come ogni racconto modifichi la percezione della realtà. In Odissea, invece, il racconto sembra ridursi prevalentemente a un dispositivo di montaggio: avanti, indietro, continui incastri che paiono privi di un effettivo controllo formale e poco consapevoli delle implicazioni cinematografiche, teoriche e filosofiche di tali scelte; circostanza sorprendente per l'autore di Memento e Inception. Il film accenna a quel meccanismo, ma sembra farlo più come una vaga autocitazione della propria filmografia che come principio costruttivo.

Da qui nasce l'impressione complessiva lasciata dal film: un'opera che ambisce costantemente a una profondità autoriale, ma che raramente riesce a tradurla in una forma cinematografica compiuta e, ça va sans dire, convincente. Più che fondere i diversi livelli — epico, psicologico, mitologico, spettacolare e intimista — li accosta, lasciando spesso lo spettatore con il cerino in mano.

Rimane così un grande spettacolo produttivo e tecnico, in parte fine a se stesso, con ambizioni autoriali evidenti ma con una forma che, nei risultati, finisce per apparire più vicina al mero intrattenimento che a un'opera destinata a lasciare un segno duraturo.

Saverio Corti

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15/07/2026



Leone d’oro alla carriera a Ellen Burstyn

Presidente dell’Actors Studio, ha interpretato oltre 150 film nel corso della sua carriera. Ha vinto l’Oscar per Alice non abita più qui e ha lavorato, tra gli altri con Friedkin, Nolan e Resnais.

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09/07/2026

"Father Mother Sister Brother" di Jim Jarmusch (scritto e diretto)

Un Leone d'oro meritato.

Film raffinato, geometrico ma vibrante, parole non dette, silenzi, variazioni sul tema e soprattutto generoso con lo spettatore.

Un cinema capace di non urlare e di non strafare, di questi tempi una rarità.

Debole il primo episodio, poi decolla e prende il volo.

Saverio Corti

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"Backrooms" (USA, 2026), regia di Kane ParsonsUn pastiche-pasticciato tra Joker, The Shining, The Blair Witch Project, i...
06/07/2026

"Backrooms" (USA, 2026), regia di Kane Parsons

Un pastiche-pasticciato tra Joker, The Shining, The Blair Witch Project, il cinema di Christopher Nolan e l'immaginario dei videogiochi.
Il film sembra incapace di organizzare la quantità di temi affrontati, di modulare i diversi registri espressivi e di armonizzare i generi che tenta continuamente di sovrapporre.
Rimane invece indubbia la qualità del lavoro scenografico sugli spazi liminali, probabilmente l'aspetto più riuscito e curato del film.
Un plauso al personaggio della psicanalista (o psicoterapeuta), unico elemento capace di introdurre un principio di razionalità o ragione all'interno di una drammaturgia ai minimi termini logici e di verosimiglianza, di una narrazione dominata dalla dispersione del racconto, dalla disarticolazione dei personaggi, piuttosto antipatici, e da una generale sensazione di caos (in)volontario.
Neppure gli elementi più surreali trovano, tuttavia, una forma cinematografica convincente: manca la lezione di Luis Buñuel nella costruzione lucida e chirurgica dell'irrazionale e parimenti quella di Terry Gilliam nella capacità di trasformare il delirio visivo in una struttura narrativa di sipari dentro altri sipari o a Matrioska.
I suoni del disco delle sonde Voyager iniziali e finali rimangono mere suggestioni oltre a dimostrare di non averne compreso il valore storico, culturale e simbolico.

Un film sbilanciato, confuso e nelle proprie ambizioni persino fastidiosamente presuntuoso, l'ennesimo della lista firmata dalla casa di produzione A24.

Saverio Corti

A film by Kane Parsons, starring Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, ...

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25/06/2026

Ancora tre giorni di Cinema Ritrivato a Bologna.

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"Amarga Navidad"  regia di Pedro Almodóvar (Spagna, 2026)Un film esangue, in preda a una crisi d'ispirazione, sulla scri...
25/06/2026

"Amarga Navidad" regia di Pedro Almodóvar (Spagna, 2026)

Un film esangue, in preda a una crisi d'ispirazione, sulla scrittura cinematografica in dive**re, raccontata però attraverso dialoghi estenuanti, un ritmo monocorde e continui rispecchiamenti tra personaggi; rispecchiamenti che trovano ben poca motivazione sul piano filmico e della scrittura. Più che a una riflessione malinconica sulla crisi creativa, si assiste alla celebrazione mortifera di un'estetica fashion alto-borghese, nella quale persino i marchi dell'alta moda non vengono più occultati e la ricerca cromatica pare talmente esasperata da far impallidire perfino la color stylist di Wes Anderson.

Un eccesso di controllo dell'immagine, di autoconsapevolezza e di staticità complessiva non conduce necessariamente verso lidi "felici". Lo spettatore finisce così per annoiarsi e rimpiangere la vitalità e la capacità di provocazione del grande regista spagnolo che, ormai, dopo il blasonato "La stanza accanto", pare crogiolarsi in un'idea di cinema chiusa sotto una campana di vetro, incapace di trovare una frattura, una fuga o una via d'uscita.

Saverio Corti

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