26/07/2026
"I sette samurai" e "Yojimbo": la percezione del tempo e la meta-rappresentazione
La percezione del tempo cinematografico non coincide necessariamente con la durata effettiva di un film. Tale scarto percettivo sembra legato tanto alla capacità dell’opera di coinvolgere lo spettatore e incollarlo allo schermo, quanto alla particolare organizzazione del tempo interno: in alcuni film, non si sa bene come, il tempo pare letteralmente volare.
A ogni nuova visione scopriamo così che alcuni film, come "I sette samurai" di Akira Kurosawa, pur durando quasi quattro ore, sembrano avere una durata percepita assai inferiore, e minimo appare lo sforzo richiesto per apprezzarne ogni singolo momento, inquadratura e passaggio. Il film conserva ancora oggi una freschezza e una capacità trascinante sorprendenti; ogni scena pare possedere una necessità e una validità autonome e vivere pienamente nel momento in cui viene mostrata.
La cosa colpisce ancora di più se consideriamo che gran parte del film racconta, in fondo, una lunga preparazione. Si cercano i samurai, si forma il gruppo, si raggiunge il villaggio, si studia il territorio, si organizzano le difese, si addestrano i contadini, si elaborano strategie e infine si attendono i briganti. Eppure questa continua preparazione non produce la sensazione che il racconto stia semplicemente rimandando qualcosa. Il motivo potrebbe risiedere proprio nel fatto che, in Kurosawa, la preparazione modifica lo spazio, i personaggi, le loro relazioni e quindi il racconto stesso; mette in forma e in scena, ci fa vedere, ciò che sta descrivendo. Non assistiamo alla procrastinazione del filmico, ma alla progressiva costruzione, senza scorciatoie, della messa in scena e alla scelta di cosa e come filmare.
Da questo punto di vista, "I sette samurai" permette anche una suggestiva lettura metacinematografica. Il film sembra raccontare, oltre alla difesa del villaggio, la costruzione di una vera e propria macchina cinematografica. Il villaggio può ricordare il set, uno spazio che deve ve**re studiato, delimitato, organizzato e trasformato; i samurai richiamano gli attori e, più in generale, la troupe: personalità e competenze differenti che devono imparare a funzionare come un organismo collettivo. Il loro reclutamento assume quasi la forma di un casting, nel quale ciascun candidato viene osservato e messo alla prova. Kambei, infine, presenta molte caratteristiche del regista: osserva, seleziona, coordina, assegna ruoli, studia lo spazio e tenta di mantenere una visione complessiva dell’azione, scegliendo anche il punto di vista dal quale predisporla ed osservarla.
Anche la strategia militare può allora ricordare la sceneggiatura e il lavoro della regia. Occorre prevedere ciò che accadrà, stabilire tempi e posizioni, organizzare entrate e uscite, controllare lo spazio, distribuire uomini e mezzi; ma occorre contemporaneamente accettare che il progetto incontri l’imprevisto e ne venga continuamente modificato. Ed è proprio Kikuchiyo, il personaggio interpretato da Toshirō Mifune, a incarnare più degli altri questa componente imprevedibile, difficilmente riconducibile all’ordine prestabilito. Quando infine arriva la battaglia, la pianificazione incontra il caos: pioggia, fango, cavalli, corpi, velocità, errori, morte. Qualcosa di analogo accade sul set cinematografico, dove ciò che era stato pensato e scritto deve necessariamente confrontarsi con la concretezza e le incertezza delle riprese.
Questa lettura acquista maggiore consistenza se confrontata con un altro film di Kurosawa, "Yojimbo". Anche qui troviamo uno spazio scenico fortemente delimitato e organizzato: la strada principale, le due fazioni contrapposte, le porte, le finestre, le entrate e le uscite dei personaggi. Sanjuro non si limita a partecipare agli avvenimenti, ma spesso li predispone: distribuisce informazioni, provoca reazioni, calcola tempi e movimenti, colloca indirettamente i personaggi nello spazio schermo-finestre e infine osserva gli effetti della situazione che lui stesso ha contribuito a costruire. In questo senso assume qualcosa della funzione del regista.
In "Yojimbo" la messa in scena diventa addirittura manipolazione controllata degli eventi. Sanjuro costruisce situazioni affinché gli altri personaggi agiscano secondo una parte che egli ha, almeno parzialmente, previsto per loro. Il controllo però cede all’imprevisto: gli attori della situazione reagiscono diversamente dalle aspettative e lo stesso protagonista finisce per pagarne le conseguenze, secondo il vecchio adagio: chi va al mulino s’infarina. Anche qui ritorna qualcosa di profondamente cinematografico: predisporre uno spazio, organizzare corpi e movimenti, stabilire una sequenza possibile degli avvenimenti e infine confrontare il progetto con ciò che accade.
Naturalmente risulta difficile dimostrare che Kurosawa abbia concepito esplicitamente queste strutture come metafore del fare cinema. La ricorrenza del dispositivo in opere differenti rende però meno arbitraria una lettura metacinematografica della sua regia. L’ipotesi non nasce soltanto da una somiglianza occasionale: ne "I sette samurai" un gruppo viene selezionato e organizzato, uno spazio trasformato, i ruoli distribuiti e un progetto collettivo messo alla prova dalla realtà; in "Yojimbo" un singolo personaggio predispone invece una rappresentazione, muove indirettamente gli altri nello spazio, provoca gli eventi e ne osserva gli effetti. In entrambi i casi Kurosawa sembra interessato non soltanto a ciò che accade, ma a come vengano costruite le condizioni affinché qualcosa possa accadere e, soprattutto, possa essere osservato.
Forse proprio qui si comprende meglio anche la straordinaria leggerezza temporale de "I sette samurai". Kurosawa non procrastina l’evento: rende drammatico il processo necessario a produrlo. La preparazione non rappresenta un intervallo tra un avvenimento e l’altro, perché possiede già un proprio valore cinematografico e spessore narrativo.
Al contrario, alcuni film contemporanei possono risultare di una pesantezza insopportabile proprio quando il meccanismo dello storytelling diventa troppo percepibile o dichiarato e al contempo tende a dilatare e procrastinare continuamente l’azione, accumulando preparazioni, anticipazioni, spiegazioni e promesse di eventi futuri, spesso persino destinati a non trovare una rappresentazione filmica. Il fenomeno appare ancora più evidente in certe serie, nelle quali la dilatazione finisce quasi per diventare un principio costitutivo: si rimanda costantemente a qualcosa o qualcuno che non arriva oppure arriva, pare, troppo tardi. Questo non implica naturalmente un giudizio negativo sullo storytelling contemporaneo in quanto tale: nelle mani di alcuni autori la complessità della costruzione narrativa offre contributi enormi e funzionali all’opera. Il problema nasce semmai quando il dispositivo diventa più percepibile dell’esperienza che dovrebbe organizzare o dovrebbe mettere in scena.
Saverio Corti
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Check out the official 4K restoration trailer for Seven Samurai dir...