04/06/2026
Nel novembre 2003 David Bowie compilò la lista dei suoi 25 dischi preferiti in assoluto, scelti dalla sua collezione personale di 2.500 vinili.
Una sorta di autoritratto in forma di tracklist.
Tra quei 25, ne abbiamo scelti tre che raccontano da soli come si è formato.
Si parte da The Fabulous Little Richard (1959): aveva nove anni quando ascoltò "Tutti Frutti" e raccontò di aver pensato "ho sentito Dio". Il sogno della sua adolescenza era diventare il sassofonista di Little Richard. Da lì in poi il rock'n'roll come pura energia teatrale entra nel suo DNA — e ci resterà fino a Ziggy Stardust.
Poi The Velvet Underground & Nico (1967), che il suo manager portò a Londra come test pressing regalato da Andy Warhol in persona. Bowie lo ascolta e dice: "è la miglior band del mondo". Tutta la sua fascinazione per la New York underground, fino a produrre Transformer di Lou Reed nel 1972, comincia da quell'ascolto.
E infine The Last Poets (1970): spoken word, militanza nera, proto-rap. Sembra fuori posto in una lista di Bowie, e invece è la chiave per capire la fase berlinese e l'apertura alla musica nera che porterà a Young Americans e Station to Station.
Tre dischi, una sola lezione: ascolta tutto, e ascolta sempre.