Festival del Verde e del Paesaggio

Festival del Verde e del Paesaggio La più grande manifestazione espositivo-culturale in Italia su verde in città e paesaggio urbano

Il Festival mette in luce un significato di paesaggio quale condizione stessa della nostra vivibilità nei luoghi e sul pianeta. Presenta un moderno modo di vivere urbano più sostenibile e attento a ciò che siamo e facciamo del mondo naturale. Riconosce la biofilia quale strumento per misurare il nostro “essere natura” e ragionare sul bisogno umano di trovare nel “vivente” il senso ultimo della propria esistenza.

Ci sono libri che i bambini leggono perché glieli affidiamo e altri che dovremmo affidare loro perché contengono un modo...
15/06/2026

Ci sono libri che i bambini leggono perché glieli affidiamo e altri che dovremmo affidare loro perché contengono un modo di stare al mondo.

Il Barone rampante appartiene alla seconda categoria.
Il 15 giugno 1767 Cosimo Piovasco di Rondò sale su un albero e decide che non scenderà più.

È una delle scene più celebri della letteratura italiana e forse una delle più fraintese.
Noi adulti ci vediamo una ribellione. I bambini, probabilmente, vedono qualcosa di molto più semplice: la possibilità di guardare il mondo da un’altra altezza.
Ed è forse questo che rende il romanzo così attuale.

Passiamo molto tempo a immaginare il futuro dei bambini. Ci chiediamo quali competenze dovranno acquisire, quali tecnologie sapranno usare, quali lavori faranno un giorno.
E molto meno spesso, come impareranno ad abitare il mondo. Sapranno entrare in relazione con ciò che ci circonda?

È esattamente ciò che fa Cosimo. Da un albero all’altro costruisce una geografia diversa, fatta di osservazione, curiosità e dipendenze reciproche. Scopre che nessun ramo esiste da solo e che ogni percorso dipende da un equilibrio delicato.

A pensarci bene è una competenza sorprendentemente contemporanea. Il nostro tempo avrà sempre meno bisogno di persone capaci di conquistare territori e sempre più bisogno di persone capaci di riconoscere le relazioni che li tengono insieme.

Forse è per questo che dovremmo rimettere il Barone rampante nelle mani dei bambini. Non per nostalgia e nemmeno perché è un classico, ma perché insegna una cosa che oggi è diventata preziosa: il mondo non è lo sfondo delle nostre vite ma una rete di relazioni di cui siamo parte.

Ciao Cosimo 🌳

Per molto tempo abbiamo immaginato il futuro delle città come qualcosa da costruire. Più strade, più edifici, più infras...
14/06/2026

Per molto tempo abbiamo immaginato il futuro delle città come qualcosa da costruire. Più strade, più edifici, più infrastrutture.

Oggi stiamo iniziando a capire che una parte di quel futuro dipenderà anche da ciò che sapremo coltivare: alberi, parchi o aiuole ma soprattutto relazioni, microclimi, biodiversità.
E nuovi modi di abitare gli spazi comuni.

L’apertura del MAXXI Garden a Roma è l’occasione per riflettere su una domanda che riguarda tutte le città: un giardino è semplicemente uno spazio verde o può diventare un pezzo di città ed entrare nelle abitudini delle persone?

E se per anni abbiamo pensato che i giardini fossero il contrario della città, oggi stiamo finalmente iniziando a capire che potrebbe esserne il futuro perché ci ricordano una cosa essenziale: una città non è fatta solo di edifici ma delle relazioni che rende possibili.

🌿 Il futuro delle città è un giardino?

Quando pensiamo alla natura immaginiamo foreste, montagne, parchi nazionali.Raramente pensiamo al campo dietro casa, al ...
11/06/2026

Quando pensiamo alla natura immaginiamo foreste, montagne, parchi nazionali.
Raramente pensiamo al campo dietro casa, al terreno incolto accanto alla ferrovia o alla striscia di campagna che resiste tra una tangenziale e un quartiere.
Eppure è proprio lì che si gioca una parte crescente del nostro futuro.

Con On the Edge, Sarah Eberle porta al Chelsea Flower Show un tema raramente celebrato: il valore dei margini.

Non i paesaggi spettacolari o la natura da cartolina ma quei luoghi che attraversiamo ogni giorno senza vedere.
Luoghi che l’urbanistica chiama urban fringe e che il paesaggista Gilles Clément avrebbe definito Terzo Paesaggio: spazi apparentemente ordinari, spesso trascurati, ma capaci di custodire biodiversità, memoria e nuove possibilità di convivenza tra persone e natura.

Per decenni abbiamo considerato questi territori come vuoti. Spazi in attesa di diventare qualcos’altro: nuove strade, nuovi quartieri o centri commerciali.

Ma se il problema fosse proprio questo?
Se avessimo imparato a proteggere ciò che è raro e spettacolare, dimenticando ciò che incontriamo ogni giorno?
E allora forse la domanda che pone questo giardino non riguarda le piante ma l’attenzione.

Quali luoghi consideriamo degni di cura?
Quali paesaggi meritano di essere guardati?
Perché conservare significa salvare ciò che rischiamo di perdere e imparare a vedere ciò che abbiamo smesso di vedere.

Ci sono alberi che finiscono per diventare parte della geografia personale di una città.Il pino che si vede dalla finest...
07/06/2026

Ci sono alberi che finiscono per diventare parte della geografia personale di una città.
Il pino che si vede dalla finestra, quello che sembra essere sempre stato lì, che segna l’inizio della tua strada o sotto cui hai aspettato qualcuno.
Poi un giorno non c’è più.

E all’improvviso scopriamo che non stavamo guardando solo un albero ma una forma di continuità e forse è proprio qui che nascono gran parte delle discussioni contemporanee sugli alberi urbani.

Per il cittadino esiste il pino sotto casa, per l’agronomo esiste un ecosistema urbano.
Per uno esiste un individuo, per l’altro un patrimonio arboreo composto da centinaia di migliaia di organismi che devono essere monitorati, curati e, talvolta, sostituiti.

Tra queste due prospettive si apre uno spazio difficile da abitare, fatto di memoria, affetto, dati, rischio, cambiamento.

É anche per questo che oggi dibattiamo tanto di alberi, perché non stiamo parlando solo di loro ma del modo in cui scegliamo di raccontare la città e della difficoltà di accettare che ciò che sembra destinato a restare possa un giorno scomparire. Come le città e come gli alberi.

Per gran parte della storia urbana moderna il terreno è stato qualcosa da nascondere.Lo abbiamo coperto di asfalto, ceme...
03/06/2026

Per gran parte della storia urbana moderna il terreno è stato qualcosa da nascondere.
Lo abbiamo coperto di asfalto, cemento, pavimentazioni. Abbiamo imparato a considerare ordinato ciò che era impermeabile e disordinato ciò che cresceva.
E per molto tempo questa è sembrata una buona idea.

Oggi città di tutto il mondo spendono milioni per fare il contrario: rimuovere superfici, lasciare entrare l’acqua, restituire spazio alle radici.
Gli urbanisti lo chiamano depaving, ma forse il suo successo racconta qualcosa che va oltre l’urbanistica.

Forse dopo un secolo passato ad allontanarci dal suolo, stiamo iniziando a sentire la mancanza della terra come risorsa ecologica, esperienza quotidiana, presenza, possibilità e limite.

E forse é anche per questo che nello stesso momento crescono orti urbani, rewilding, foreste urbane e una nuova attenzione per tutto ciò che sfugge al controllo.
Abbiamo finalmente capito che una città non è fatta solo di ciò che costruisce ma anche di ciò che lascia vivere?

Il depaving è solo una questione urbanistica o anche (e soprattutto) culturale?

Ogni società ha i suoi riti.Alcuni sono solenni e riconoscibili, altri così discreti da passare quasi inosservati, eppur...
01/06/2026

Ogni società ha i suoi riti.
Alcuni sono solenni e riconoscibili, altri così discreti da passare quasi inosservati, eppure vengono celebrati da milioni di persone nello stesso momento.
In Italia il ponte del 2 giugno assomiglia a uno di questi.

Segna il momento in cui si torna a vivere come se fosse già estate.
I balconi cambiano aspetto.
Le piazze si riempiono.
I parchi tornano a essere luoghi dove restare.
Il mare, la campagna e l’orizzonte smettono di essere un’idea lontana e tornano a occupare il centro dell’immaginario.

Per qualche giorno ri-abitiamo i paesaggi estivi.
Quelli domestici delle terrazze e delle finestre aperte.
Quelli urbani dei parchi e dei lungofiume.
Quelli desiderati delle vacanze.

Forse è questo il significato culturale del 2 giugno.
Più che l’inizio dell’estate, il momento in cui torniamo a riconoscere i suoi paesaggi come nostri.

Buona festa del 2 giugno e buon ritorno ai vostri paesaggi del cuore.

Il Chelsea Flower Show non parla mai davvero solo di giardini, piante e fiori, ma di ciò che una società decide di colti...
28/05/2026

Il Chelsea Flower Show non parla mai davvero solo di giardini, piante e fiori, ma di ciò che una società decide di coltivare.

Per decenni ha raccontato una natura ordinata, armonica, perfettamente controllata.
Il paesaggista Patrick Clarke invece introduce qualcosa di rarissimo: il diritto all’imperfezione.

Un giardino pensato a partire dalla vulnerabilità adolescenziale. Non dalla sua estetica ma dalla sua esperienza concreta.

Negli ultimi anni abbiamo imparato a raccontare il disagio giovanile soprattutto attraverso il linguaggio clinico:
ansia, depressione, dipendenza digitale, disturbi alimentari.

Ma questo giardino suggerisce qualcosa di più radicale:
la sofferenza adolescenziale non è soltanto psicologica ma può essere anche spaziale.

I ragazzi di oggi abitano ambienti che raramente concedono tregua: camere trasformate in set permanenti,
piattaforme social che chiedono una performance continua del sé, vite continuamente osservate, registrate, giudicate.

Esistono sempre meno luoghi dove poter essere opachi, silenziosi, indecifrabili.

Per entrare nel giardino bisogna rallentare e cambiare passo.

Le piante invadono il percorso.
I sentieri interrompono invece di accompagnare.
Nulla è perfettamente lineare o perfetto, come la vita del resto.

E forse è proprio questo il punto.

Il giardino non prova a correggere la fragilità. Non trasforma la vulnerabilità in motivazione, non chiede ai ragazzi di diventare migliori.

Costruisce piuttosto una tregua. Uno spazio dove potersi fermare senza essere continuamente performativi.
Dove la bellezza possa convivere con le spine e anche le crepe restino visibili.

Dopo Chelsea il giardino verrà trasferito in un centro giovanile del Bedfordshire.
Non resterà installazione, diventerà un luogo reale dove gli adolescenti possano smettere, anche solo per poco, di sentirsi un progetto da migliorare.



Gli impollinatori non arrivano solo dove c’è sole ma dove trovano il microclima e le piante giuste. Un balcone sahariano...
22/05/2026

Gli impollinatori non arrivano solo dove c’è sole ma dove trovano il microclima e le piante giuste. Un balcone sahariano attirerà specie adattate al caldo estremo e alla siccità.
Un settimo piano ventoso ospiterà insetti capaci di tollerare disidratazione e correnti forti.
Una mezz’ombra fresca richiamerà bombi, sirfidi e impollinatori da radura.

Non esiste un solo tipo di biodiversità urbana ma tante piccole ecologie quanti sono i balconi.
Per questo progettare per gli impollinatori non significa riempire vasi di “bee friendly plants”, ma capire luce, vento, umidità, substrato, temperatura. E scegliere specie che appartengano naturalmente a quel microclima.

Gli impollinatori leggono le città molto meglio di noi.
Sanno quali balconi diventano troppo caldi a luglio, dove il vento asciuga il terreno prima di mezzogiorno o l’umidità resta intrappolata dopo un temporale.

Noi continuiamo a parlare genericamente di “verde urbano”.
Api selvatiche, bombi e sirfidi invece vedono una geografia molto più precisa: microclimi, correnti d’aria, superfici roventi, ombra, acqua e fioriture discontinue.

Anche un piccolo balcone può diventare habitat oppure deserto. E le piante più utili raramente sono quelle più spettacolari, spesso sono quelle che resistono o continuano a fiorire quando il resto della città si è già arreso al caldo o che producono nettare dentro estati sempre più secche, minerali e impermeabili.

La biodiversità urbana raramente comincia da gesti eroici pouttosto da cose minuscole che possiamo fare tutti, ogni giorno.

Gi impollinatori urbani  non sembrano particolarmente esigenti. Continuano a usare città progettate quasi senza di loro....
16/05/2026

Gi impollinatori urbani non sembrano particolarmente esigenti. Continuano a usare città progettate quasi senza di loro.

Molto spesso basta un vaso, un balcone disordinato, una fioritura lasciata crescere qualche settimana in più, un bordo strada meno perfetto per dar loro una mano.

Il problema non è creare città spettacolari ma evitare che diventino ecologicamente interrompibili. Molti impollinatori attraversano la città come noi attraverseremmo un aeroporto infinito senza acqua, ombra o punti di sosta.

Eppure continuano a trovare habitat in posti che noi chiamiamo manutenzione mancata.

E se la biodiversità urbana non ricominciasse dai grandi progetti ma da piccole continuità quotidiane a cui tutti noi possiamo contribuire?

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L’età del terriccio.Forse il successo contemporaneo del giardinaggio  non riguarda davvero le piante ma il fatto che sem...
13/05/2026

L’età del terriccio.

Forse il successo contemporaneo del giardinaggio non riguarda davvero le piante ma il fatto che sempre più persone vivono con la sensazione di abitare un tempo sbagliato. Giorni troppo veloci, uguali, pieni di notifiche e pensieri che continuano a parlare anche quando tutto il resto si è fermato.

E allora ci si affeziona a cose che crescono lentamente come una talea in un bicchiere d’acqua, il basilico comprato al supermercato che sopravvive più del previsto.

Il giardinaggio non cura tutto ovviamente, ma ricorda al cervello che esiste ancora un altro tipo di tempo. Un tempo biologico fatto di luce, attesa, ricrescita, decadimento e stagioni che cambiano.

Negli ultimi anni neuroscienziati e psichiatri hanno iniziato a studiare seriamente gli effetti del giardinaggio sulla salute mentale. Riduzione del cortisolo, meno ruminazione mentale, più regolazione emotiva. La parte più interessante però è un’altra: le piante non pretendono una versione migliore di noi, chiedono solo acqua, luce e una forma minima di continuità.

E forse è anche per questo che siamo cosi tanti a coltivare con ostinazione qualcosa sui davanzali, nei balconi o negli angoli delle cucine.

Non per diventare persone nuove ma per restare in relazione con qualcosa di vivo. Anche quando quel qualcosa siamo noi.

Indirizzo

Auditorium Parco Della Musica, Viale Pietro De Coubertin 30
Rome
00196

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