GAROFANO VERDE | XVIII EDIZIONE
rassegna curata da Rodolfo di Giamarco
A SINGLE MAN
di Christoper Isherwood
a cura di Valentino Villa
con Marco Angelilli, Pasquale Di Filippo, Anna Gualdo, Giuseppe Sartori
scene e costumi Francesco Mari
luci Gill McBride
assistente alla regia Elisa Menchicchi
TEATO BELLI, Roma
20 e 21 giugno 2011
ore 21.15
Piazza di S. Apollonia, 11/A
06_5894875
E’ attraverso il film di Tom Fiord che forse alcuni di noi conoscevano il romanzo di Christopher Isherwod. Isherwood pubblica il suo romanzo nel 1964: il modo in cui affronta la complessità di un rapporto amoroso, affettivo, sessuale, fra due uomini, è nuovo, nella sua limpidezza priva di coperture, di cupi sensi di colpa, di vergogna, nei quali la letteratura che si occupava di relazioni omosessuali si dibatteva sino ad allora. E forse, proprio questo, rende A Single Man un atto profondamente ed umanamente politico.
'Io sono una macchina fotografica con l'obiettivo aperto; non penso, accumulo passivamente impressioni', scrive Isherwood all’inizio di Addio a Berlino. A Single Man ha la potenza della fotografia dispiegata in parole. La delicatezza dello sguardo che si posa sul più incolmabile dei dolori umani: la perdita, l’abbandono. La misura del racconto è una giornata. E’ un tempo chiuso; è uno spazio in cui è possibile vedere il 'corpo solo' di Geoge sfidare passivamente la realtà alla ricerca di una pacificazione. L’apparente freddezza, l’ironia incorruttibile, con cui Isherwood racconta la vicenda del suo protagonista sembrerebbe rinforzata dall’appassionante e frontato sguardo anatomico attraverso il quale persino il doloroso risveglio viene vivisezionato. Ma è questo sguardo ironicamente anatomico che commuove più di ogni altra cosa. Siamo schavi del nostro corpo, del notro cervello, delle nostre ossa, della nostra pelle? Se la nostra pelle è il nostro confine dove troveremo mai conforto? Il lungo viaggio che George compie nella tumultuosa e imprevedibile giornata lo porterà mai, anche solo per un istante, fuori da sé, lontano dalla sua solitudine? Le persone amate da molto, da poco, da un istante, che ncontrerà tra gli odiati clichè californiani, gli faranno mai dimenticare che la sola prossimità non scalda, che solo l’amore lo illudeva a suffiienza? E quando l’autore ci racconta che ‘l’individuo che stiamo osservando lotterà senza regua fino al crollo. E non per eroismo. Perché non sa immaginarsi un alternativa’ ci conqista definitivamente. Ci sono molti sguardi posati su George. Uno su tutti: quello di Jim. ‘Supponiamo che i morti tornino a visitare i vivi. Che qualcosa di vagamente definibile ‘Jim’ possa trnare a vedere come se la passa George’ ci suggerisce l’autore. E’ quello che vogliamo fare. E se supporre, vedere, immaginare, intravedere sono i verbi più amati da Isherwood per raccontare la persona ‘George’ è proprio a queste azioni che ci affidiamo per indagare, con la carne e con le ossa, le gesta di un uomo solo.