24/02/2026
Ogni sabato mi siedo davanti al carcere.
E aspetto i bambini che nessuno guarda.
Mi chiamo Carmen, ho 76 anni. Dalle otto a mezzogiorno resto su una panchina fuori da un istituto penitenziario. È l’orario delle visite.
Non ho nessuno dentro. Non vado a trovare nessuno.
Sto lì e basta.
Con una piccola borsa frigo piena di succhi di frutta, qualche merendina, biscotti. In un’altra borsa tengo matite colorate, album da disegno, bolle di sapone.
Ho iniziato cinque anni fa.
Per anni sono passata davanti a quel muro grigio senza pensarci. Finché un sabato ho visto un bambino, quattro anni appena, seduto sul marciapiede a piangere come se gli mancasse l’aria.
Non aveva paura del padre.
Aveva paura di quel posto.
Mi sono avvicinata piano. Senza invadere.
Ho detto solo: “Possiamo restare qui sulla panchina. Contiamo le macchine. Guardiamo le nuvole.”
La madre mi ha guardata con diffidenza. E faceva bene.
Mi sono presentata. “Sono Carmen. Resto qui, sempre qui. Mi vede. Quando esce, siamo ancora qui.”
Ha accettato mezz’ora.
Abbiamo contato le auto rosse. Poi quelle blu. Gli ho dato due biscotti che avevo in borsa. Dopo venti minuti respirava meglio.
Il sabato dopo sono tornata.
Poi quello dopo ancora.
La voce ha iniziato a girare. Nessun cartello. Solo sussurri in fila.
“C’è la signora della panchina.”
Oggi a volte ho cinque bambini intorno, a volte quindici. Facciamo cose normali. Disegniamo case con il giardino. Soffiamo bolle di sapone. Indoviniamo il colore delle macchine.
E a volte ridono.
Una risata che, lì davanti, sembra un miracolo.
Poi arrivano le domande.
“Perché papà è dietro il vetro?”
“È colpa mia?”
“Perché non posso abbracciarlo?”
Io non faccio discorsi complicati.
Dico solo: “Non è colpa tua.”
E resto seduta.
Perché a volte non serve la risposta perfetta. Serve qualcuno che non se ne vada.
Non sistemo le loro vite. Non riporto nessuno a casa.
Ma posso rendere il sabato un po’ meno spaventoso.
Ho 76 anni. Mi siedo su una panchina con succhi di frutta e matite colorate.
Qualcuno pensa che sia triste.
Io penso che sia necessario.
Questi bambini contano. Il loro amore conta. La loro paura conta.
E qualcuno deve essere lì per dire:
“Ti vedo. Sei al sicuro. E voler bene non è mai una colpa.”
Se questa storia ti ha toccato il cuore, condividila.
Magari là fuori c’è un’altra panchina che aspetta qualcuno. 💛