LAURA Palmarocchi

LAURA Palmarocchi ARTE MODA DESIGN PROGETTAZIONE

Rembrandt (1606-1669). "Una vecchia che legge". Olio su tela 1631Rijksmuseum, Amsterdam (Paesi Bassi)Rembrandt Harmenszo...
10/03/2026

Rembrandt (1606-1669). "Una vecchia che legge".

Olio su tela

1631

Rijksmuseum, Amsterdam (Paesi Bassi)

Rembrandt Harmenszoon van Rijn è considerato il più grande pittore olandese, attivo principalmente ad Amsterdam.
È il principale esponente del Barocco olandese e una figura chiave dell'Età dell'oro olandese. Il suo stile si distingue per l'uso drammatico della luce e dell'ombra(tecnica del chiaroscuro o tenebrismo), un profondo realismo psicologico, e una pittura intima e riflessiva, distaccandosi dal barocco italiano più enfatico.

Sebbene inserito nel contesto barocco europeo, Rembrandt ha sviluppato uno stile unico, meno teatrale e più introspettivo.
Noto per il suo luminismo, utilizza la luce per enfatizzare l'emozione e la drammaticità.

Rembrandt ebbe origini molto umili. Suo padre era un mugnaio e sua madre era la figlia di un fornaio.
Il giovane Rembrandt iniziò la sua formazione artistica come apprendista presso la bottega del disegnatore e pittore Jacob van Swanenburg e, dopo un rapido apprendistato presso vari pittori, nel 1625 aprì il proprio atelier a Leida insieme all'amico pittore Jan Lievens. A differenza di altri artisti contemporanei che viaggiarono in Italia come parte della loro formazione artistica, Rembrandt non lasciò mai la sua terra natale, l’Olanda.

L'artista fu anche un eccellente disegnatore e incisore, producendo circa 1.500 disegni e circa quattrocento incisioni. Tanto i disegni quanto le incisioni sono un innegabile prodotto della sua epoca, il Barocco. In essi prevalgono l'azione, il dramma e un realismo frutto dell'osservazione del mondo che lo circondava, una caratteristica molto tipica dell'arte dei Paesi Bassi di quel periodo.

Tuttavia, nonostante i suoi innegabili successi artistici, il geniale pittore morì in povertà

Le cause della sua morte sono ancora oggi un mistero per gli storici. Alcuni autori sostengono che il maestro olandese potrebbe aver sofferto di saturnismo, un'intossicazione cronica da piombo tipica dei pittori dell'epoca, causata dall'uso di sali di piombo per preparare i colori.

Caravaggio dalle tante sorprese!Durante un importante lavoro di pulitura in occasione del prestito aRoma per la mostra '...
07/03/2025

Caravaggio dalle tante sorprese!
Durante un importante lavoro di pulitura in occasione del prestito a
Roma per la mostra 'Caravaggio 2025' sono venute alla luce tre figure scomparse nel tempo, meglio tre teste nel piccolo gruppo che nella tenda di Attila circonda la santa nel momento in cui la freccia scoccata da un arciere la raggiunge.
L’opera è considerata l'ultimo dipinto di Michelangelo da Merisi, realizzata nel 1610 a Napoli, poco prima della sua morte.

Sant’Orsola guarda la ferita del suo martirio con sguardo quasi assente, come se da sempre sapesse che il momento sarebbe arrivato.
Nello sguardo del suo carnefice – irrealisticamente vicino alla santa – con ancora imbracciato l’arco, non trapelano odio o rabbia, quanto piuttosto sbalordimento per il gesto compiuto. Una mano si protende tra Attila e Sant’Orsola come per fermare il dardo. Ma è ormai troppo tardi.

Caravaggio sceglie una scena raccolta e senza tempo. E’ l’interno della tenda di Attila (come rivela il drappeggio alle spalle delle figure) che indossa una pettorale di corazza cinquecentesco. Dietro la santa, che invece porta una (straordinaria) tunica rossa senza tempo, un soldato in armatura.
Nel buio della scena, una lama di luce taglia la scena da sinistra. Si concentra sul busto di Sant’Orsola (dalla carnagione livida predittrice di morte) e sulla tunica rossa che s’impone sulla scena. La medesima lama illumina una mano e una metà del viso di Attila, la fronte di una figura, riluce sull’armatura del soldato. Soprattutto, illumina quasi appieno il viso di un uomo alle spalle di Sant’Orsola: il ritratto dello stesso Caravaggio.
Proprio con il suo ritratto Michelangelo Merisi firma la sua ultima tela. Due mesi dopo la sua breve vita terminerà in quel di Port’Ercole, quando ormai la grazia papale che doveva salvarlo stava divenendo realtà.

Caravaggio dipinse il Martirio di Sant’Orsola per Marcantonio Doria, esponente della famosa famiglia genovese. Questi per molti anni soggiornò a Napoli entrando così in rapporti con il pittore.
Isabella della Tolfa, che aveva sposato in seconde nozze Marcantonio, aveva avuto dal primo marito, Agostino Grimaldi principe di Salerno, una figlia di nome Anna. Questa aveva poi preso i voti con il nome di Suor Orsola. Di qui, probabilmente, l’idea della commissione al Caravaggio.

Molto brevemente, Sant’Orsola è una martire del IV secolo. La tradizione a cui si rifà Caravaggio è quella che la vedrebbe uccisa da Attila con una freccia per essersi rifiutata di sposarlo.
Orsola sarebbe stata figlia di un re di Britannia che l’aveva concessa in sposa al re pagano Aetherius. La santa lo aveva però convinto a convertirsi al cristianesimo. La giovane, insieme a undici nobili vergini compirono un pellegrinaggio a Roma. Qui vennero ricevute dal papa. Sulla via del ritorno, a Colonia, si imbatterono in Attila e di lì il martirio.

La revisione conservativa ha riportato colori e forme all'originaria nitidezza e brillantezza. I lavori sono stati realizzati dalle restauratrici Laura Cibrario e Fabiola Jatta presso il laboratorio di restauro delle Gallerie d'Italia di Napoli. A destra di Attila, il re unno rifiutato da Orsola, è comparsa la punta del naso di un soldato e il perimetro del suo elmo, un volto che prima non si vedeva. Inoltre sono emersi nuovi dettagli della figura, forse un pellegrino, che indossa un cappello. Sopra la testa di sant'Orsola, si comprende oggi quello che era un elemento di funzione incerta: si tratta dell'elmo di un armigero con fessura per gli occhi. Tre figure arricchiscono il racconto. Con l'occasione il dipinto è stato inoltre dotato di una nuova cornice secentesca che è stata adattata al climaframe realizzato ai fini di garantire una conservazione ottimale.

Come gia' detto, il dipinto fu eseguito dal Caravaggio con molta rapidità, probabilmente perché questi era in procinto di partire per Porto Ercole, certo di tornare a Roma ed essere graziato dal bando capitale per un omicidio in un duello.

Un viaggio invece nel quale il pittore trovò la morte. La fretta di consegnare il quadro fu tale che la tela uscì dallo studio di Caravaggio ancora fresca di vernice e, non essendo perfettamente asciutta alla consegna, i servi la esposero al sole, circostanza che fu all'origine della sua sofferta conservazione. L'opera fece ritorno a Napoli nella prima metà dell'Ottocento, pervenendo per via ereditaria al ramo Doria dei principi d'Angri e successivamente, circa un secolo dopo, ai baroni Romani Avezzano d'Eboli, per essere infine acquistata, come opera di Mattia Preti, dalla Banca Commerciale Italiana nel 1972.

La reale paternità dell'opera venne chiarita soltanto nel 1980, grazie al ritrovamento, nell'archivio Doria D'Angri di una lettera scritta a Napoli il primo maggio 1610 da Lanfranco Massa, cittadino genovese e procuratore nella capitale partenopea della famiglia Doria, e diretta a Genova per Marcantonio Doria, figlio del Doge Agostino: "Pensavo di mandarle il quadro di Sant' Orzola questa settimana però per assicurarmi di mandarlo ben asciuttato, lo posi al sole, che più presto ha fatto revenir la vernice che asciugatole per darcela il Caravaggio assai grossa: voglio di nuovo esser da detto Caravaggio per pigliar suo parere come si ha da fare perché non si guasti". Ai travagli patiti nei secoli dalla tela - guasti, ampliamenti, ridipinture, che ne avevano profondamente alterato la leggibilità e la chiarezza iconografica - ha posto finalmente rimedio l'importante restauro promosso dalla Banca e condotto tra il 2003 e il 2004 presso l'Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma, che ha ripristinato l'originaria coerenza dell'immagine, ora più fedele e prossima alle intenzioni dell'autore.

Il Martirio di sant'Orsola è un dipinto a olio su tela (143×180 cm) eseguito nel 1610 da Caravaggio e conservato presso le Gallerie d'Italia di palazzo Piacentini a Napoli, già sede storica del Banco di Napoli.
Realizzata poco prima di morire, l'opera è di fatto cronologicamente l'ultima fatica di Merisi oggi nota.

"𝗟𝗮 𝗩𝗲𝗹𝗮𝘁𝗮" di 𝗥𝗮𝗳𝗳𝗮𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗦𝗮𝗻𝘇𝗶𝗼1512 /1515 c.olio su tela𝗣𝗮𝗹𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗣𝗶𝘁𝘁𝗶, Ca****la Palatina.Firenze  Il velo posato sui cap...
14/12/2024

"𝗟𝗮 𝗩𝗲𝗹𝗮𝘁𝗮"
di 𝗥𝗮𝗳𝗳𝗮𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗦𝗮𝗻𝘇𝗶𝗼
1512 /1515 c.
olio su tela
𝗣𝗮𝗹𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗣𝗶𝘁𝘁𝗶, Ca****la Palatina.
Firenze

Il velo posato sui capelli, da cui deriva il titolo con cui è noto questo splendido ritratto di Raffaello, indica la condizione di donna maritata, ma rimane incerta l’identità della protagonista. Secondo Giorgio Vasari (1550, 1568), che vide il dipinto quando si trovava nella casa del mercante Matteo Botti a Firenze, si tratterebbe del ritratto della donna amata da Raffaello fino alla morte, Margherita Luti detta la Fornarina, ma il sontuoso abito della donna e i gioielli portano piuttosto a supporre che si tratti del ritratto di una giovane nobildonna, eseguito da Raffaello su commissione: un enigma avvolto nella seta!

Eseguito da Raffaello dopo il suo trasferimento da Firenze a Roma, dove era giunto nel 1508, il dipinto costituisce uno degli apici della ritrattistica del maestro urbinate.

La donna è posta di tre quarti, con una spalla arretrata come già aveva sperimentato per i ritratti Leonardo da Vinci, ampliando la profondità spaziale e la modulazione delle luci e delle ombre.
Lo sfondo scuro fa risaltare gli incarnati rosati della giovane e la luminosità della veste chiara di seta.
Il gesto che la donna compie portandosi la mano destra al cuore è forse un’espressione di devozione e amore, ma la posa dell’altro braccio che si protende in primo piano è un escamotage per mettere in risalto la ricchezza materica della manica e i raffinati giochi di luce sulle pieghe.
A guardar bene, è proprio la veste che diventa protagonista della raffigurazione attraverso gli eccezionali virtuosismi pittorici di Raffaello, mentre il volto della donna, leggermente arretrato e parzialmente in penombra, ci racconta, attraverso i profondi e vibranti occhi scuri, del mondo interiore della protagonista. L’effetto complessivo è straordinario.

Il dipinto in questione è un olio su tela, un ritratto femminile a mezzo busto.
La protagonista è una giovane donna dallo sguardo intenso e penetrante.
Il suo viso è incorniciato da una delicata veletta color avorio che le copre il capo e le spalle, scendendo morbidamente fino al petto. La veletta, sottile e trasparente, lascia intravedere i capelli castani raccolti in una crocchia sulla nuca. Un piccolo gioiello, forse una perla o una pietra preziosa, decora la parte alta della fronte, appena sotto l'attaccatura dei capelli.

La donna indossa un abito bianco, ampio e va****so, con un corpetto finemente decorato con bordi dorati.
Il vestito è impreziosito da pieghe e arricciature che creano un gioco di luci e ombre, sottolineando la morbidezza del tessuto.
La scollatura è ampia, ma discreta, lasciando intravedere il collo e le spalle. Al collo, la donna porta una collana d'oro con pendenti ovali, forse cammei o pietre incise. La mano destra è appoggiata delicatamente al petto, in un gesto che esprime al contempo pudore e fierezza. La mano sinistra, invece, è solo parzialmente visibile.

Lo sfondo è scuro, un marrone profondo che fa risaltare la figura della donna. La luce proviene da sinistra, illuminando il viso e il busto della protagonista, creando un effetto di chiaroscuro che conferisce profondità e tridimensionalità all'immagine.
Raffaello ha curato ogni minimo dettaglio, dalla delicatezza dei tratti del viso alla precisione con cui ha reso le pieghe del tessuto.
Il risultato è un ritratto di straordinaria bellezza e realismo, capace di catturare l'attenzione dello spettatore e di trasmettere un'intensa emozione.

La storia di questo dipinto è avvolta nel mistero. Per molto tempo si è pensato che la donna ritratta fosse Margherita Luti, l'amante del pittore. Ma alcuni studi più recenti hanno messo in dubbio questa ipotesi. Si è anche ipotizzato che potesse essere una nobildonna romana, ma l'identità della modella rimane ancora incerta.

L'opera fu commissionata da un ricco banchiere senese, Agostino Chigi, e rimase nella sua collezione per molti anni. In seguito, passò di mano in mano, fino ad arrivare alla sua attuale collocazione: Palazzo Pitti a Firenze.
Oggi, "La Velata" è uno dei dipinti più ammirati e studiati del Rinascimento italiano, un'opera che continua a suscitare emozioni e interrogativi.

Raffaello fu un artista completo, capace di esprimersi con maestria in diversi campi: pittura, architettura, scultura. Il suo stile è caratterizzato da una grande armonia, da un equilibrio perfetto tra forma e contenuto, da una bellezza ideale che aspira alla perfezione. Le sue opere sono un inno alla bellezza, all'amore, alla conoscenza, un invito a guardare il mondo con occhi nuovi e a scoprire la meraviglia che si nasconde in ogni cosa.





Caravaggio, la “Madonna dei Pellegrini” o di LoretoLa prima ca****la della navata sinistra è la Ca****la della Madonna d...
29/08/2024

Caravaggio, la “Madonna dei Pellegrini” o di Loreto
La prima ca****la della navata sinistra è la Ca****la della Madonna di Loreto, famosa per ospitare uno dei massimi capolavori di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, la “Madonna dei Pellegrini“. Le figure circondate dall’oscurità risaltano nella loro pienezza e drammaticità: ai piedi di una giovane madre appoggiata allo stipite di una casa povera, sono umilmente in ginocchio due pellegrini vestiti di stracci a mani giunte in segno di adorazione e gioia nel vedere le due dolci figure.
Il bambino investito alle spalle dalla luce rivolge loro lo sguardo come la mamma e tende la mano in segno di benedizione.
L’opera venne commissionata al Caravaggio, ai primi del ‘600, dal notaio bolognese Cavalletti per essere posizionata nella ca****la di famiglia, ma quando il dipinto fu esposto al pubblico “ne fu fatto dai preti e da’ popolani estremo schiamazzo”.

Secondo alcuni studiosi l’opera suscitò scalpore perché il Caravaggio utilizzò, come modella per la Madonna, tale Maddalena Antognetti, detta Lena, che varie fonti indicano come pr******ta, altre come amante dello stesso Caravaggio.
Proprio a Lena è legato uno dei vari episodi violenti legati al grande artista: sembra, infatti, che Lena avesse posato per il Caravaggio contro la volontà del notaio Mariano Pasqualone, spasimante della donna, e che questi avesse insultato la madre di Lena per averla ceduta “ad uno scomunicato e maledetto”.
Il carattere litigioso e violento dell’artista non si smentì neanche in questa circostanza tanto che a piazza Navona aggredì il Pasqualone con una scure, fatto questo che lo costrinse prima a chiedere asilo, per qualche tempo, proprio nella chiesa di S. Agostino e poi a fuggire a Genova. Probabilmente non fu la presenza di Lena nel dipinto a destare scalpore, bensì gli “umili pellegrini”, raffigurati con la pelle rugosa, gli abiti sdruciti ed i piedi piagati e sudici per il faticoso viaggio, nonché la cuffia della donna, anch’essa sporca e rovinata che andava contro i canoni non solo dell’arte del tempo, ma anche, e specialmente, di quelli derivanti dal Concilio di Trento.

Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Genio indiscusso, violento e fragile, contestato e ammirato per il suo talento. Promotore di una nuova iconografia dalla grande forza pittorica e di sicuro impatto emotivo dove i protagonisti sono gli ultimi, i piu' poveri, derelitti, disgraziati, sfortunati, miserabili esseri umani che diventano madonne, santi, Gesù, e raccontano di una fede presa dalla strada.
Perseguitato in vita dalla legge per la sua condotta violenta e accecato dai suoi demoni, ci ha lasciato in eredità capolavori assoluti, lontani dai canoni del tempo e ancora oggi moderni e strabilianti.

📷La Madonna dei Pellegrini o di Loreto è un dipinto a olio su tela (260x150 cm) di Caravaggio, databile al 1604-1606
Basilica di Sant'Agostino in Roma, Madonna dei Pellegrini, Ca****la Cavalletti .


Joseph Mallord Willian TurnerL'ultimo viaggio degli audaci(The bold fighter pulled to His Last Berth to be Demolished),1...
25/08/2024

Joseph Mallord Willian Turner
L'ultimo viaggio degli audaci
(The bold fighter pulled to His Last Berth to be Demolished),
1838-1839

Il pittore della luce! Un elemento distintivo della sua arte è la combinazione unica di naturalismo e idealismo, in cui la rappresentazione del paesaggio si fonde con interpretazioni emotive della natura e delle scene storiche. La versatilità di Turner emerge attraverso le variazioni di stile che ha sperimentato nel corso della sua carriera.
Non è un caso e nemmeno un’invenzione di William Turner, il cielo rosso dei suoi dipinti è esistito davvero.

«Dipingo quello che vedo, non quello che so», rispose William Turner al critico d’arte che gli rimproverava di aver raffigurato una nave senza gli oblò. E anche se la frase sembra contenere un substrato più profondo, forse legato all’immediatezza e alla spontaneità della pratica creativa, la possiamo leggere anche nel senso più letterale possibile.
I paesaggi, tramonti, marine con colori spettacolari ma insoliti, rossi, arancio, gialli e violenti, non sarebbero frutto di fantasia e nemmeno un’interpretazione personale o protoimpressionista, ma effettivamente di quel che il pittore osservava.

Turner, John Mallord William (1775-1851). Uno dei migliori paesaggisti fu JMW Turner, le cui opere furono esposte quando era ancora un adolescente. Tutta la sua vita fu dedicata alla sua arte. A differenza di molti artisti della sua epoca, ebbe successo per tutta la sua carriera.
Joseph Mallord William Turner nacque a Londra, Inghilterra, il 23 aprile 1775. Suo padre era un barbiere. Sua madre morì quando lui era molto giovane. Il ragazzo ricevette poca istruzione. Suo padre gli insegnò a leggere, ma questa fu l'estensione della sua istruzione, fatta eccezione per lo studio dell'arte. All'età di 13 anni realizzava disegni a casa e li esponeva nella vetrina del negozio di suo padre per venderli.
Turner aveva 15 anni quando ricevette un raro onore: uno dei suoi dipinti fu esposto alla Royal Academy. A 18 anni aveva il suo studio. Prima dei 20, i venditori di stampe acquistavano con entusiasmo i suoi disegni per riprodurli.
Ottenne rapidamente un'ottima reputazione e fu eletto socio della Royal Academy.
Nel 1802, quando aveva solo 27 anni, Turner divenne membro effettivo.
Iniziò quindi a viaggiare molto in Europa.
Venezia fu l'ispirazione di alcuni dei migliori lavori di Turner. Ovunque andasse, studiava gli effetti del mare e del cielo in ogni tipo di tempo. La sua prima formazione era stata quella di disegnatore topografico.

Con gli anni, tuttavia, sviluppò una tecnica pittorica tutta sua. Invece di limitarsi a registrare in modo fattuale ciò che vedeva, Turner traduceva le scene in un'espressione luminosa dei suoi sentimenti romantici.
Crescendo, Turner divenne un eccentrico. A parte il padre, con cui visse per 30 anni, non aveva amici intimi. Non permetteva a nessuno di guardarlo mentre dipingeva. Smise di partecipare alle riunioni dell'accademia.
Nessuno dei suoi conoscenti lo vedeva per mesi.
Turner continuò a viaggiare, ma sempre da solo. Teneva ancora mostre, ma di solito si rifiutava di vendere i suoi quadri. Quando lo convincevano a venderne uno, rimaneva abbattuto per giorni.
Nel 1850 espose per l'ultima volta.

Un giorno Turner scomparve da casa sua. La sua governante, dopo una ricerca durata molti mesi, lo trovò nascosto in una casa a Chelsea. Era malato da molto tempo. Morì il giorno seguente, il 19 dicembre 1851.
Turner lasciò una grande fortuna che sperava sarebbe stata usata per sostenere quelli che lui chiamava "artisti in decadenza".
La sua collezione di dipinti fu lasciata in eredità al suo paese. Su sua richiesta fu sepolto nella Cattedrale di St. Paul.
Sebbene noto per i suoi oli, Turner è considerato uno dei fondatori della pittura paesaggistica inglese ad acquerello. Alcune delle sue opere più famose sono Calais Pier , Dido Building Carthage , Rain, Steam and Speed , Burial at Sea e The Grand Canal, Venice .

Quella di William Turner è una delle tante pagine di rivalsa che popolano il grande libro della storia dell’arte. Pittore controverso nel periodo in cui era in vita, viene oggi considerato uno dei massimi esponenti del romanticismo inglese nonché precursore diretto dell’impressionismo. Ma non si tratta solo della sua figura: si deve, infatti, a un personaggio come quello di William Turner la riscoperta e l’elevazione dello status della pittura paesaggistica, fino ad allora considerata molto meno prestigiosa di quella storica.

Il movimento al quale è intrinsecamente legato è il romanticismo.
La sua pittura incarna fedelmente le coordinate principali di questa corrente artistica, in primis l’essere quasi totalmente dedito alla rappresentazione paesaggistica. La magnificenza della natura e la conseguente marginalità e piccolezza dell’animo umano nei suoi confronti rispondono al concetto di sublime, che affascina Turner fin dai primi studi pittorici.
Il ruolo centrale del colore e della luminosità che caratterizza le opere così come l’attitudine a dipingere, o quantomeno abbozzare, en plein air, sono generalmente considerate parte del bagaglio artistico che influisce sulla resa del movimento impressionista.



"𝗜𝗹 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗖𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼" 𝗱𝗲𝗹 𝗣𝗼𝗻𝘁𝗼𝗿𝗺𝗼, capolavoro pittorico di grande suggestione, ci ricorda che l'arte e' come una mag...
18/07/2024

"𝗜𝗹 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗖𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼" 𝗱𝗲𝗹 𝗣𝗼𝗻𝘁𝗼𝗿𝗺𝗼, capolavoro pittorico di grande suggestione, ci ricorda che l'arte e' come una magia, misteriosa ed emozionante.

Jacopo Carucci, conosciuto come Jacopo da Pontormo o semplicemente Pontormo, è stato un pittore italiano di scuola fiorentina, esponente dei cosiddetti "eccentrici fiorentini", i pionieri del manierismo in pittura.

Ancora oggi si discute sul titolo di quest'opera. Per alcuni è una “Deposizione”, per altri una “Pietà”, ma l’ipotesi più probabile è quella del “Trasporto”.

Può sembrare una differenza da poco, ma a quei tempi la scansione della Passione di Cristo era vista molto seriamente, quasi che fosse una cronaca da dividere rigidamente in episodi.
E ancora, se la “deposizione” è il momento in cui il ca****re del nazareno viene tirato giù dalla croce, la “pietà” identifica gli attimi in cui Maria ne piange la scomparsa.

Il “trasporto” è invece il momento in cui Cristo viene portato al sepolcro, e pare probabile che la scena architettata da quel campione di bizzarrie che era il Pontormo sia proprio questa.
La tavola è di grandi dimensioni (313×192 cm), dipinta con la tecnica della tempera a uovo e fa parte di una serie di opere che descrivono vari passaggi della vita di Cristo nella Ca****la Capponi nella chiesa di Santa Felicita a Firenze. 1526-1528.

La ca****la è progettata nientemeno che dal Brunelleschi nel 1520, mentre Pontormo la decora tra il 1526 e il ‘28 con l’aiuto dell’amico di una vita, il Bronzino.
Oggi la meravigliosa e quasi ipnotizzante unità dei vari dipinti e affreschi è andata in parte perduta, ma la ca****la è comunque considerata un grande capolavoro della storia dell’arte rinascimentale e sorta di prototipo del nascente Manierismo.

Pontormo è stato un artista dalla vita difficile e tormentata, non sempre apprezzato nei secoli a seguire e dalle vicende piuttosto chiacchierate. Vasari, spesso prodigo di complimenti nelle sue celebri biografie degli artisti, non si strappa certo i capelli per il nostro, che definisce “malinconico e solitario” e “capriccioso; il suo fare quello di chi “non avendo fermezza nel cervello andava sempre nuove cose ghiribizzando”.

La scena appare a una prima occhiata abbastanza confusa, riempita con undici personaggi indaffarati.
La composizione è allo stesso tempo anche spiazzante: i vari attori non hanno infatti una precisa collocazione nello spazio, disposti in una composizione che tende verso l’alto quasi che i corpi galleggiassero nell’aria.
L’assenza di gravità domina la scena, quasi che il Pontormo volesse collocare il “trasporto” su un altro pianeta.

Il fulcro della composizione sono ovviamente il corpo inanimato di Gesù, dalle fattezze delicatamente michelangiolesche, e quello di Maria, sul punto di svenire nel più classico abbandono.

Le pie donne sembrano più attente a sorreggere la Madonna non appena dovesse cedere definitivamente e perdere i sensi, più che disperarsi nel tipico compianto.
I due ragazzi che trasportano Cristo, coi tipici volti del Pontormo, delicati e coi capelli biondicci, sembrano allo stesso tempo sul punto di lasciarsi sfuggire il corpo e trasportarlo quasi non avesse peso.

All’estrema destra vediamo uno sfuggente Nicodemo, voltato di tre quarti e in cui sono state ravvisate le fattezze dello stesso Pontormo.
La scena è già surreale e soprannaturale per quella palese assenza di gravità e per le espressioni di disperazione contenuta, ma Pontormo tira fuori la sua carta migliore con la luce.
Non c’è chiaroscuro, ma solo un lieve digradare dei toni pastello delle vesti e dei visi posti tra cielo e terra.
Una luce sfolgorante che avvolge tutto lo svolgersi degli avvenimenti, una luce chiaramente soprannaturale.

La tavolozza di colori è un chiaro, forse ossessivo omaggio al suo idolo, Michelangelo: le tinte e le mezze tinte riprendono infatti quelle degli inusperabili affreschi della Ca****la Sistina e anche i corpi che si intrecciano in modo molto terreno sono anch’essi debitori al grande Buonarroti.

L'opera suscitò meraviglia appena scoperta, ma nei secoli successivi non ebbe grande apprezzamento. Vasari critica il modo di dipingere “senz'ombre e con un colorito chiaro e tanto unito, che appena si conosce il lume dal mezzo […] e il mezzo dagli scuri”. Pontormo si prende la sua rivincita nel Novecento, quando l’assenza di pedissequa aderenza alla realtà e anche la sua vita “maledetta” trovano il pubblico in grado di capirli.

Considerando che sono passati quattro secoli, si può ben dire che il genio bizzarro del Pontormo fosse avanti come solo quello dei grandi può essere. La sua sfuggente indefinibilità è allora preso come anticipazione del Manierismo e del Barocco, ma anche dei moderni Surrealisti e Impressionisti.

A dispetto di tutto, ancora oggi, concentrandosi sul particolare di un’espressione dolente di uno dei ragazzi, o della meravigliosa mano che sringe un fazzoletto di una delle donne, chi guarda sicuramente può provare una grande emozione!

Jacopo Carucci, meglio noto come il Pontormo dal luogo in cui nacque nei pressi di Empoli, Pontormo, oggi Pontorme, presso Empoli, 1494 - Firenze 1557, fu un artista complicato, difficile e alienato, ma anche estremamente moderno, libero e indipendente.

Nato dal fiorentino Bartolomeo di Jacopo di Martino Carucci e da Alessandra di Pasquale di Zanobi, il padre di Pontormo era stato pittore a sua volta, nella bottega del Ghirlandaio, ma di lui non si conoscono opere. La nascita del primogenito Jacopo avvenne il 24 o il 25 maggio del 1494, ma qualche anno dopo (nel 1499) il padre morì, seguito dopo pochi anni anche dalla madre, che lo lasciò orfano a soli dieci anni, nel 1504.
Jacopo fu affidato alla Porta dei Pupilli, la magistratura fiorentina che si occupava dei beni degli orfani; fu preso in custodia dalla nonna materna Brigida, che gli fece dare istruzione e a tredici anni lo mandò a Firenze, dove restò per tutta la vita.

Nel 1529 fu in grado di comprarsi una casa per abitare e lavorare, iniziando così a operare in una bottega propria. Racconta il Vasari che la sua casa era un rifugio: "alla stanza dove stava a dormire e talvolta a lavorare si saliva per una scala di legno, la quale, entrato che egli era, tirava su con una carrucola acciò che niuno potesse salire da lui senza sua voglia o saputa". Anche per questi suoi atteggiamenti un po' bohémien, il Pontormo incarna un tipo di artista decisamente moderno.
Dal 1536 fu ingaggiato nuovamente da Cosimo I de' Medici per gli affreschi della villa medicea di Castello (opere perdute), e si dice che, per la volontà di finire da solo tutti gli affreschi, Pontormo si sia rinchiuso per cinque anni dietro un tramezzo di legno.
Dal terzo decennio del Cinquecento fino alla sua ultima fase artistica, Pontormo intensificò la riflessione sulle opere di Michelangelo, con la ferma volontà di riuscire a superarlo. Lunghi studi preparatori dimostrano la ricerca della perfezione formale, ma poi i risultati finali, in qualche modo, frustravano le sue aspettative.

Ebbe una intensa carriera e grandi opportunita' per apprendere e confrontarsi con grandi artisti: Leonardo da Vinci, Michelangelo Buonarroti, Andrea del Sarto....
Pontormo, pittore unico: malinconico e solitario ma anche nevrotico, inquieto, indipendente, il Pontormo è stato uno dei grandi geni della storia dell’arte.
Artista controcorrente, capace di sovvertire le regole del Rinascimento, propose una pittura originalissima, eterea, straniata, allucinata, capace di riflettere tutte le bizzarrie del suo carattere, nonché portatrice di alcune delle più evidenti caratteristiche del manierismo, di cui il Pontormo fu senza dubbio uno dei massimi esponenti.

Formatosi alla bottega di Andrea del Sarto, fu a sua volta maestro di alcuni dei più grandi artisti della generazione successiva: dalla sua bottega uscì un altro genio come il Bronzino, assieme ad altri pittori importanti, come Jacopo Chimenti, concittadino di Pontormo e per questo soprannominato “l’Empoli”. Jacopo Carucci fu un artista complicato, difficile e alienato, ma anche estremamente moderno, libero e indipendente.





Albrecht Dürer"Adorazione dei Magi"dipinto a olio su tavola 199x113,5 cmsiglato col monogramma e datato 1504 Galleria de...
17/06/2024

Albrecht Dürer
"Adorazione dei Magi"
dipinto a olio su tavola
199x113,5 cm
siglato col monogramma e datato 1504
Galleria degli Uffizi, Firenze.

Albrecht Dürer, straordinario protagonista del Rinascimento tedesco ed europeo.

L'opera fu commissionata da Federico il Saggio per l'altare della ca****la del castello di Wittenberg e venne terminata nel 1504, come testimonia la data sulla pietra in primo piano vicino al monogramma dell'artista. Si tratta di uno dei dipinti più significativi dell'artista nel periodo compreso tra il primo (1494-1495) e il secondo viaggio in Italia (1505)

L’Adorazione dei Magi che l’artista realizza nel 1504 è un capolavoro di raffinata sintesi tra modelli nordici e citazioni italiane.
Il motivo per cui quest’opera quasi sconosciuta degli Uffizi possa essere annoverata fra i capolavori di Dürer sta nel fatto che è un dipinto in cui l’artista combina efficacemente elementi della tradizione pittorica italiana e assieme ad altri tipici della tradizione del Nord Europa.

Dürer a questa data aveva infatti compiuto il suo primo viaggio in Italia, conosceva quindi sia l’arte antica che quella italiana (in particolare Mantegna, Bellini, Leonardo).
A Norimberga inoltre (sua città natale), il giovane Dürer aveva avuto modo di vedere stampe, monete, medaglie e opere di glittica presenti in città a causa degli intensi scambi commerciali con l’Italia settentrionale.
In questa Adorazione, pur tenendo presente i modelli nordici (Dieric Bouts e David Gerard nei riferimenti alle architetture miste, agli archi spezzati e a precarie strutture lignee), il maestro si esprime con un linguaggio “all’italiana” scegliendo di rappresentare poche figure, costruite solidamente che si muovono in uno spazio ben costruito.
Il re barbuto inginocchiato che con una torsione si avvicina al Bambino, rimanda ad esempio a Leonardo, in particolare al Mago e anche alla figura di vecchio che si sporge, entrambi dell’Epifania degli Uffizi recentemente restaurata ed esposta in Galleria, dopo una lunga assenza.
Leonardesco è anche il re di profilo nel quale sono state rintracciate le sembianze dello stesso Dürer, un uomo con lunghi capelli biondi riccioluti che ricorda l’autoritratto conservato al Prado.
L’insieme viene descritto con raffinata minuzia e ricerca del particolare: i tessuti, i broccati, le oreficerie delle corone e dei calici (di manifattura norimberghese), i rubini, le perle, il velo della Madonna, le piume, gli animali e le piante, tutto questo secondo un gusto d’oltralpe di derivazione fiamminga. Notevoli anche le scelte cromatiche: in primo piano il rosso, il verde e il blu, in lontananza l’azzurro del cielo e il blu del mare con una tavolozza che diviene chiara e luminosa aprendo ad un paesaggio un po’ fiabesco, con i cavalieri e il borgo in lontananza.
La scelta iconografica si concentra sui personaggi principali: la Vergine mostra il bambino ai tre Magi, i quali recano in dono oro incenso e mirra.
L’opera è datata “1504” ed è firmata con il caratteristico monogramma “AD”; firma e data che l’artista pone sulla pietra grigia collocata in primo piano vicino alla Madonna.

Analisi dell'opera.
L’opera fu realizzata da Dürer nel 1504 per Federico il Saggio, principe elettore di Sassonia che la voleva per la ca****la del Castello di Wittenberg, castello fatto ricostruire proprio dal principe l’anno prima. Nel 600’ il dipinto entrò a far parte delle collezioni imperiali di Rodolfo II e da Wittenberg fu portato a Vienna.
L’ambientazione di questa Adorazione dei Magi di Dürer è all’aperto; in uno spazio tra rovine antiche che sono rese dal pittore mediante la rappresentazione di massicci archi, la madonna è collocata sulla sinistra, rappresentata di profilo mentre regge il bambino Gesù porgendolo verso i re magi che sono in procinto di adorarlo.
Sia la Vergine che i Magi si trovano sui gradini di quello che sembra un antico tempio.
I re orientali occupano buona parte della scalinata e sono rappresentati di tre età diverse, secondo una tradizione che era ormai consolidata nell’arte: uno giovane, uno in età adulta ed uno anziano.
Abbiamo quindi il Magio anziano che è rappresentato prostrato davanti al bambino, nell’atto di donargli uno scrigno dorato.
Dietro all’anziano troviamo il Magio in età adulta che ha nella mano destra una preziosa pisside contenente incenso; il suo volto è di profilo, girato verso la nostra destra, come se stesse guardando il dono che porta il terzo re — quello dai tratti più giovanili.
Quest’ultimo è stato inoltre rappresentato da Dürer sia con una carnagione scura e sia con un grosso orecchino che gli pende dall’orecchio sinistro, come a voler enfatizzare la sua origine esotica. Il dono che lui porta è la mirra, racchiusa in una pisside sferica che è sorm***ata da un urobolo.

Dietro al bel profilo della madonna in primo piano vediamo la canonica rappresentazionedel bue e dell’asino che spuntano da una capanna fatta di legno. Ad accompagnare il gruppo dei tre Magi vi è anche un uomo da una foggia altrettanto esotica, disposto ai piedi della scalinata e che sembra come frugare in una borsa. La serie di personaggi orientali termina con un gruppo di uomini a cavallo rappresentati dal pittore sullo spazio di fondo.
Completa la scena la rappresentazione di un colle su cui si staglia un castello e, più a sinistra, si intravede anche un accenno di paesaggio marino.

Grazie ai suoi viaggi in Italia, l’artista di Norimberga era rimasto molto affascinato dall’arte del Rinascimento della pen*sola. Ciò che interessava molto a Dürer della maniera italiana era la disposizione delle figure nello spazio perfezionata grazie alle regole della prospettiva, oltre che alle proporzioni armoniche del corpo umano studiate dai grandi artisti del 400’.
Uno degli elementi che in questo dipinto ci rimanda immediatamente alla tradizione italiana è quello dell’inserimento di architetture in rovina, simbolo della fine del paganesimo e inizio dell’era cristiana.
Di questa usanza — ormai consolidata nella pittura italiana del 400’ — Dürer fu sicuramente suggestionato attraverso la visione della pittura della pen*sola, ma probabilmente fu la frequentazione delle botteghe di Giovanni Bellini e Mantegna — quest’ultimo fautore di un gusto per la citazione antica di carattere squisitamente“archeologico”. Il maestro tedesco ebbe un primo contatto diretto con gli artisti veneti grazie al suo primo viaggio in Italia tra il 1494-95.

Le rovine dipinte da Dürer non sono però la citazione del tempio classico ma vengono rielaborate in una maniera più rustica: al posto dei fregi classici, nell’Adorazione dei Magi di Dürer troviamo la rappresentazione di massi di pietra squadrati che appaiono piuttosto rozzi, tanto che per essere tenuti insieme hanno bisogno di giunture di ferro.
L’aspetto rustico di quest’architettura “all’antica” è risaltato anche dalla vegetazione selvatica che spunta tra i massi che è dove il pittore ci invita ad indugiare con lo sguardo, dato che la resa estremamente dettagliata di questi elementi è una delle qualità tecniche più notevoli del pittore.

La sua profonda conoscenza delle specie vegetali — nonché la fedele rappresentazione anche di alcune specie animali — è uno degli aspetti da mettere in luce. Infatti l’Adorazione dei Magi di Dürer rimanda sia ad acquerelli che hanno come soggetto volatili e roditori e sia alle celebri incisioni per l’Apocalisse — che Dürer autopubblicò a Norimberga nel 1494 — oppure ad altre stupende composizioni, come la Sacra Famiglia con Libellula.
Tale attenzione ai dettagli diventa interessante nella tavola degli Uffizi se si nota che anche qui abbiamo la sorprendente presenza di insetti, come si può notare sui massi di pietra in primo piano, oppure alla dettagliata rappresentazione di un urobolo sulla pisside del Magio giovane, simboli questi alludenti a dei significati affascinanti che erano patrimonio comune presso i popoli del Nord Europa.

La resa di questi dettagli è fatta con grande maestria da parte di Dürer così come ad alti livelli è condotta la realizzazione del paesaggio: il colle che fa da fondo all’Adorazione è sorm***ato da una costruzione castellare che, ancora una volta, richiama le incisioni viennesi come si può vedere in uno dei fogli dell’Apocalisse con Dio in trono e i quattro esseri viventi.
Si ricordi che la grande perizia tecnica per le incisioni l’artista l’aveva acquisita grazie all’esperienza maturata come illustratore, come per esempio a Basilea, dove, per guadagnarsi da vivere, realizzò le xilografie per la Nave dei Folli, una pubblicazione a carattere satirico curata dall’olandese Sebastian Brandt.

La grande attenzione per i dettagli è dimostrata da Dürer negli abiti dei personaggi che rimanda alla resa lenticolare della pittura fiamminga, come si può vedere nella Madonna che non indossa il classico abito italiano costituito da mantello e veste ma ha un indumento che sembra quasi quello di una domestica.
Sebbene questo sembri piuttosto prezioso considerando che è di colore blu, il velo bianco che ha in testa rappresenta il gesto pratico di raccogliere a mantenere puliti i capelli nelle faccende di casa.
La Vergine è seduta mentre sporge in avanti per avvicinare il bambino al Magio inginocchiato; tuttavia, non è difficile riconoscere in questa figura la statura di una donna del Nord Europa per quanto sarebbe alta se si alzasse in piedi. Il suo corpo non è comunque estremamente slanciato ma sembra rammentare le fatiche di un corpo che è stato dilatato dalla gravidanza giunta ora al termine.
Il Magio anziano indossa un pesante abito rosso che è decorato con una folta pelliccia e si prostra davanti al Cristo bambino, un attimo dopo aver appoggiato sul masso in pietra in primo piano il suo sontuoso copricapo.
Dietro di lui sta imponente il Magio in età adulta, caratterizzato da lineamenti nordici che qualcuno ha voluto riconoscere come quelli dello stesso Dürer. Il suo abbigliamento è ugualmente di grande sontuosità, come si evince dalla preziosità del suo suo lucido abito verde.
Il Magio giovane indossa invece abiti più modesti, ma si fa notare grazie alla sua calzamaglia e al vistoso cappello piumato stretto nella mano sinistra.

La rappresentazione dei doni dei magi costituisce una suprema dimostrazione dell’abilità tecnica di Dürer. Iniziando dallo scrigno dorato del Magio anziano per arrivare alla pisside con l’urobolo di quello giovane, è straordinaria la resa di tali manufatti che si spiega grazie alla tradizione della famiglia dell’artista.
Oltre al fatto che Dürer padroneggiava grandemente alcuni strumenti di oreficeria come il bulino e il punzone — che egli usava per le matrici delle sue incisioni —, sia suo fratello e sia suo padre erano affermati orafi di Norimberga.
Prima che Albrecht nascesse, suo padre — che era di origine ungherese — si era trasferito nella città tedesca per lavorare proprio come orafo.
La perizia che Dürer mostra in questa Adorazione dei Magi degli Uffizi per la resa degli abiti che, come si è detto, riflettono la moda nordeuropea è la dimostrazione delle sue profonde conoscenze e anche dell’attenzione che lui aveva mostrato nello studio dei grandi maestri di area fiammingo-tedesca: ad esempio, uno dei maestri che lui più studierà sarà Martin Shongauer di cui visita la bottega e osserva i suoi disegni in un viaggio in Alsazia.

Lasciando alcuni dei tratti che appartengono al background culturale nordico di Dürer, ora vediamo quali sono gli elementi della tradizione italiana che emergono dall’Adorazione degli Uffizi.
Non può passare inosservata la grande vivacità cromatica del dipinto.
La trasparenza dei colori di quest’opera ricorda un po’ quella dell’acquerello — tecnica quest’ultima abbondantemente utilizzata dall’artista per studi preparatori o per immortalare i paesaggi che lo suggestionavano durante i suoi viaggi.
La ricchezza tonale del dipinto è indice dell’influenza esercitata su Dürer dalla pittura veneziana che lui ebbe modo di apprezzare nel suo primo viaggio in Italia.
Inoltre, nel suo secondo viaggio nella pen*sola del 1506, l’artista tedesco ebbe modo di incontrare di persona il giovane Tiziano che all’epoca muoveva i suoi primi passi nell’ambiente artistico veneziano.
In quell’occasione il maestro di Norimberga realizzò un’opera importante che, assieme all’Adorazione degli Uffizi, rappresenta di fatto il manifesto artistico delle sue suggestioni italiane: si tratta della cosiddetta Festa del Rosario, una maestosa tavola della Národní Galerie di Praga.

Il dipinto degli Uffizi si vede dominato prettamente da tinte calde in primo piano, dove prevale soprattutto l’ocra della pietra degli edifici — e che diventa il fondo ideale per far risaltare le tinte forti dell’abito della Madonna e dei Magi nella parte bassa e dei colori saturi del cielo nella parte alta.
Ciò che invece si vede in secondo piano sono le tinte fredde del cielo, del colle con il castello e del mare.
Il velo bianco della Madonna è ciò che in primo piano aiuta a guidare l’occhio dell’osservatore, permettendo di individuare subito il suo volto.
Come se questo non bastasse, oltre alla ricchezza cromatica, l’Adorazione dei Magi di Dürer agli Uffizi è impostata su una sapiente distribuzione dei pieni e vuoti, come si può vedere dalla serie di sfondati tra gli archi e la capanna e che sono alternati ai pieni delle massicce pareti, come quella che riempie per intero lo spazio dietro al Magio in età adulta.
Le linee delle architetture, così come la precisa disposizione dei personaggi, crea una serie di schemi triangolari che conferiscono equilibrio e respiro alla scena.

Si arriva infine alla descrizione di questo capolavoro con il gruppo di uomini a cavallo rappresentati da Dürer in fondo.
Sebbene a prima vista questo possa apparire solo come un mero espediente del pittore per riempire lo spazio di fondo ed arricchire la scena, non si potrà non apprezzare la minuziosa resa di queste figure.
Il dato ulteriormente interessante è che questo gruppo è un libero omaggio che Dürer fa ad un’altra Adorazione dei Magi, anch’essa custodita agli Uffizi: trattasi di quella dipinta e mai ultimata qualche decennio prima dal grande Leonardo da Vinci. Non si sa per certo se il maestro tedesco ebbe modo di apprezzare la tavola fiorentina dal vivo, ma sicuramente ebbe modo di studiarla tramite alcune incisioni. La corrispondenza con il dipinto di Leonardo si apprezza in particolare con la citazione dell’uomo che m***a il cavallo imbizzarrito.

Questo capolavoro ci fa comprendere come l’Adorazione dei Magi di Dürer agli Uffizi sia un’opera di pari importanza dei capolavori di Botticelli, di Leonardo e di Michelangelo.
Vedere quest’opera e ammirare la serie di particolari che contiene costituisce una grande esperienza per arrivare a scoprire un capolavoro di uno dei più grandi artisti dell’arte europea.
Tuttavia, rimane ancora da scoprire come mai quest’opera, commissionata — come si è detto — per il castello di Wittenberg, si trova ora conservata agli Uffizi; oppure, qual è la simbologia degli insetti o dell’urobolo che l’artista rappresenta all’interno del dipinto?

Simbologia
La presenza delle farfalle sugli archi sembrerebbe avvalorare questa tesi attinente al composto volatile, al concetto classico di metamorfosi e all’anima liberata dalla materia del corpo, tema caro alla Gnosi, non dimenticando che la farfalla resa più trasparente è della specie Apollo. L’insetto scuro sull’arco più piccolo sembrerebbe appartenere alla famiglia della Rosalia Alpina, o piuttosto a una giovane femmina di Cervo Volante, il che entrerebbe in relazione con il maschio in primo piano sulla destra, se ciò trovasse un riscontro scientifico.
L’Adorazione dei Magi del 1504 ha permesso di sfogliare le pagine della vita di Dürer, aprendone un confronto su tematiche assolutamente importanti per una meditazione più ampia che vuole, grazie alla continuità degli studi accademici di alte personalità della storia dell’arte e alla riscoperta di opere e documenti, dare una chiara lettura di ciò che fu il Rinascimento.

Il velo di Maria è bianco in virtù della purezza, la veste è blu per la grazia divina e suoi capelli sono biondi come vuole parte della tradizione occidentale e il reale modello tedesco a disposizione dell’artista. Anche in questo caso è possibile disporre una verosimile interpretazione in chiave alchemica, attraverso le tre sostanze: la Maria bianca e la Maria Blu, ovvero il sale e il mercurio, la solidità e la liquidità in relazione al principio maschile zolfo.

Dürer si colloca realmente sulla scena nelle vesti del “Magos” adulto che volta le spalle alla Madonna con Bambino; un gesto che non pone formalmente particolari considerazioni, in quanto riscontrabile in opere di altri autori. Ma situandosi sulla scena, l’artista costituisce un dato cronologico-cristologico interessante: nel 1504 egli aveva trentatré anni, ovvero gli stessi di Cristo crocifisso. In questo modo è riuscito a inserire in un unico episodio l’intero percorso della vita di Gesù, e a identificarsi in esso come aveva già fatto in altre occasioni. Ciò che è importante notare, e alla luce di quanto esaminato sin ora, è l’uso che l’artista fa non solo di sé stesso, ma dei simboli in generale.
Perciò urge domandarsi: quale motivo lo spinge a farne uso, e quale connotazione ne da?
Buona parte della sua opera è già stata ampiamente indagata dalla critica sia sotto il profilo letterale che ermetico-religioso, con esempi di testi eccellenti (Panofsky e Calvesi)

Esaminando nel dettaglio la tavola, e' bene porre l’attenzione sui contenitori dei doni: oggetti largamente concepiti nelle botteghe orafe dell’epoca e riscontrabili sia con quelli prodotti dall’esercizio del padre, sia con calici e coppe presenti nelle incisioni di Albrecht Altdorfer. Melchiorre porta uno scrigno contenente oro, simbolo della regalità, dell’incorruttibilità e dell’età solare, su cui è rappresentato il soggetto di San Giorgio che vince il drago, allegoria della lotta fra il Bene e il Male; Baldassarre/Dürer porta una coppa contenente incenso, simbolo del sacerdozio, della consacrazione e dell’età lunare, con all’apice una ghianda girata, allegoria dell’unione dell’elemento maschile e femminile; Gaspare porta una sorta di reliquario contenente mirra, indice dell’amarezza, della sofferenza che precede la dolcezza e dell’età del ferro, con all’apice l’Uroboro, simbolo palingenetico del tutto che si rigenera posto a dominio sul globo.
Una quarta figura, sul lato destro, cerca nella borsa probabilmente un altro dono: è curioso notare come la borsa dipinta sia molto simile a quella usata in seguito dall’artista per la Melancolia, opera di emblematica valenza alchemica.
Una verosimile chiave di lettura del gruppo dei Magi, ma che non è possibile dimostrare con una certezza scientifica, alluderebbe alla personificazione nelle tre figure delle principali fasi alchemiche: nigredo (il personaggio di etnia africana), albedo (con un’intrigante allusione al nome Albrecht), e rubedo (il vecchio re dal manto rosso).
Queste fasi conducono l’alchimista a ottenere la quintessenza: la Pietra Filosofale, segno dell’immortalità e della ricchezza eterna, poiché da essa si ricavano l’elisir di lunga vita e l’oro.

La pietra è anche metafora della “Verità” tanto ricercata dai filosofi del mondo antico, e per poterla cercare mediante i tre stadi, l’incamminato deve seguire la stella, proprio come descritto nel Vangelo di Matteo.

Il potere delle immagini è un tema da sempre considerato e più che mai attuale. Esse possono raccontare, celare o svelare, guarire o sedurre l’osservatore, farlo smarrire oppure orientarlo.
Colui che dispone del dono di esprimere mediante le immagini capisce di avere fra le mani qualcosa di veramente grande: un carisma affascinante che può essere assoggettato al proprio ego, oppure usato da committenze per gli scopi più vari. L’artista riceve le vesti di “Demiurgo”, capace sapientemente di trasformare della semplice materia grezza in materia nutritiva dell’anima.
Di tale condizione si rese conto Albrecht Dürer (Norimberga 21.5.1471-6.4.1528), tanto che nel celebre
Autoritratto del 1499, scrisse a pennello:
Albertus Durerus Noricus/ ipsum me propriis sic effin/ gebam coloribus aetatis/ anno XXVIII (Io Albrecht Dürer di Norimberga, ho creato me stesso a mia immagine con colori eterni, all’età di 28 anni).

Fonti:
A. Dürer in A. Roob, “Il Museo Ermetico. Alchimia & Mistica”, Taschen Bibliotheca Universalis, Köln 2015, p. 20.

P. Ricasoli in G. M. Fara, “Albrecht Dürer nelle fonti italiane antiche, 1508-1686”, Olschki, Firenze 2014, p. 9.

N. Righi, “L’Adorazione dei Magi di Dürer”, in AAVV (a cura di N. Righi) “Albrecht Dürer. L’Adorazione dei Magi”, pp. 15-27.

S. Massari, F. Negri Arnoldi, “Arte e scienza dell’incisione: da Maso Finiguerra a Picasso”, Carrocci Editore, Roma 2008, p.52.
Trento.

G. M. Fara, “Albrecht Dürer nelle fonti italiane antiche, 1508-1686”, op. cit, p. 2.

R. Giorgi, “L’iconografia dell’Adorazione dei Magi”, in AAVV (a cura di N. Righi) “Albrecht Dürer. L’Adorazione dei Magi “, pp. 29- 39.

E. Panofsky, “La vita e le opere di Albrecht Dürer”, La Feltrinelli, Milano 1967.

M. Calvesi, “La Melanconia di Albrecht Dürer”, G. Einaudi, Torino 1993.



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