07/03/2025
Caravaggio dalle tante sorprese!
Durante un importante lavoro di pulitura in occasione del prestito a
Roma per la mostra 'Caravaggio 2025' sono venute alla luce tre figure scomparse nel tempo, meglio tre teste nel piccolo gruppo che nella tenda di Attila circonda la santa nel momento in cui la freccia scoccata da un arciere la raggiunge.
L’opera è considerata l'ultimo dipinto di Michelangelo da Merisi, realizzata nel 1610 a Napoli, poco prima della sua morte.
Sant’Orsola guarda la ferita del suo martirio con sguardo quasi assente, come se da sempre sapesse che il momento sarebbe arrivato.
Nello sguardo del suo carnefice – irrealisticamente vicino alla santa – con ancora imbracciato l’arco, non trapelano odio o rabbia, quanto piuttosto sbalordimento per il gesto compiuto. Una mano si protende tra Attila e Sant’Orsola come per fermare il dardo. Ma è ormai troppo tardi.
Caravaggio sceglie una scena raccolta e senza tempo. E’ l’interno della tenda di Attila (come rivela il drappeggio alle spalle delle figure) che indossa una pettorale di corazza cinquecentesco. Dietro la santa, che invece porta una (straordinaria) tunica rossa senza tempo, un soldato in armatura.
Nel buio della scena, una lama di luce taglia la scena da sinistra. Si concentra sul busto di Sant’Orsola (dalla carnagione livida predittrice di morte) e sulla tunica rossa che s’impone sulla scena. La medesima lama illumina una mano e una metà del viso di Attila, la fronte di una figura, riluce sull’armatura del soldato. Soprattutto, illumina quasi appieno il viso di un uomo alle spalle di Sant’Orsola: il ritratto dello stesso Caravaggio.
Proprio con il suo ritratto Michelangelo Merisi firma la sua ultima tela. Due mesi dopo la sua breve vita terminerà in quel di Port’Ercole, quando ormai la grazia papale che doveva salvarlo stava divenendo realtà.
Caravaggio dipinse il Martirio di Sant’Orsola per Marcantonio Doria, esponente della famosa famiglia genovese. Questi per molti anni soggiornò a Napoli entrando così in rapporti con il pittore.
Isabella della Tolfa, che aveva sposato in seconde nozze Marcantonio, aveva avuto dal primo marito, Agostino Grimaldi principe di Salerno, una figlia di nome Anna. Questa aveva poi preso i voti con il nome di Suor Orsola. Di qui, probabilmente, l’idea della commissione al Caravaggio.
Molto brevemente, Sant’Orsola è una martire del IV secolo. La tradizione a cui si rifà Caravaggio è quella che la vedrebbe uccisa da Attila con una freccia per essersi rifiutata di sposarlo.
Orsola sarebbe stata figlia di un re di Britannia che l’aveva concessa in sposa al re pagano Aetherius. La santa lo aveva però convinto a convertirsi al cristianesimo. La giovane, insieme a undici nobili vergini compirono un pellegrinaggio a Roma. Qui vennero ricevute dal papa. Sulla via del ritorno, a Colonia, si imbatterono in Attila e di lì il martirio.
La revisione conservativa ha riportato colori e forme all'originaria nitidezza e brillantezza. I lavori sono stati realizzati dalle restauratrici Laura Cibrario e Fabiola Jatta presso il laboratorio di restauro delle Gallerie d'Italia di Napoli. A destra di Attila, il re unno rifiutato da Orsola, è comparsa la punta del naso di un soldato e il perimetro del suo elmo, un volto che prima non si vedeva. Inoltre sono emersi nuovi dettagli della figura, forse un pellegrino, che indossa un cappello. Sopra la testa di sant'Orsola, si comprende oggi quello che era un elemento di funzione incerta: si tratta dell'elmo di un armigero con fessura per gli occhi. Tre figure arricchiscono il racconto. Con l'occasione il dipinto è stato inoltre dotato di una nuova cornice secentesca che è stata adattata al climaframe realizzato ai fini di garantire una conservazione ottimale.
Come gia' detto, il dipinto fu eseguito dal Caravaggio con molta rapidità, probabilmente perché questi era in procinto di partire per Porto Ercole, certo di tornare a Roma ed essere graziato dal bando capitale per un omicidio in un duello.
Un viaggio invece nel quale il pittore trovò la morte. La fretta di consegnare il quadro fu tale che la tela uscì dallo studio di Caravaggio ancora fresca di vernice e, non essendo perfettamente asciutta alla consegna, i servi la esposero al sole, circostanza che fu all'origine della sua sofferta conservazione. L'opera fece ritorno a Napoli nella prima metà dell'Ottocento, pervenendo per via ereditaria al ramo Doria dei principi d'Angri e successivamente, circa un secolo dopo, ai baroni Romani Avezzano d'Eboli, per essere infine acquistata, come opera di Mattia Preti, dalla Banca Commerciale Italiana nel 1972.
La reale paternità dell'opera venne chiarita soltanto nel 1980, grazie al ritrovamento, nell'archivio Doria D'Angri di una lettera scritta a Napoli il primo maggio 1610 da Lanfranco Massa, cittadino genovese e procuratore nella capitale partenopea della famiglia Doria, e diretta a Genova per Marcantonio Doria, figlio del Doge Agostino: "Pensavo di mandarle il quadro di Sant' Orzola questa settimana però per assicurarmi di mandarlo ben asciuttato, lo posi al sole, che più presto ha fatto revenir la vernice che asciugatole per darcela il Caravaggio assai grossa: voglio di nuovo esser da detto Caravaggio per pigliar suo parere come si ha da fare perché non si guasti". Ai travagli patiti nei secoli dalla tela - guasti, ampliamenti, ridipinture, che ne avevano profondamente alterato la leggibilità e la chiarezza iconografica - ha posto finalmente rimedio l'importante restauro promosso dalla Banca e condotto tra il 2003 e il 2004 presso l'Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma, che ha ripristinato l'originaria coerenza dell'immagine, ora più fedele e prossima alle intenzioni dell'autore.
Il Martirio di sant'Orsola è un dipinto a olio su tela (143×180 cm) eseguito nel 1610 da Caravaggio e conservato presso le Gallerie d'Italia di palazzo Piacentini a Napoli, già sede storica del Banco di Napoli.
Realizzata poco prima di morire, l'opera è di fatto cronologicamente l'ultima fatica di Merisi oggi nota.